Incompatibilità fondamentaliLe reazioni dell’Italia e dell’Unione europea alla sentenza sull’aborto in Polonia

Da quando la Corte Costituzionale ha sentenziato che l’accesso all’interruzione di gravidanza per gravi malformazioni e malattie genetiche del feto, previsto dalla normativa vigente, è illegittimo, nel Paese continuano le proteste

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse

Mentre ieri la Polonia registrava un ennesimo record di casi da Covid-19 (21.269 le nuove persone contagiate e 202 decessi) tanto da indurre il presidente del Consiglio, Mateusz Morawiecki, ad annunciare la chiusura di tutti i cimiteri per l’1-2 novembre, il vicepremier Jaroslaw Aleksander Kaczyński ha pensato bene di gettare ulteriore benzina sul fuoco delle proteste, che da sette giorni consecutivi stanno letteralmente incendiando il Paese.

Da quando cioè, il 22 ottobre, la Corte Costituzionale ha sentenziato che l’accesso all’interruzione di gravidanza per gravi malformazioni e malattie genetiche del feto, previsto dalla normativa vigente, è incompatibile con il dettato costituzionale. Se si tiene in conto che su 1.100 casi registrati nel 2019 ben 1.074 sono avvenuti per tale ragione e che le restanti motivazioni consentite dalla legge sono quelle connesse al pericolo di vita per la madre, allo stupro e all’incesto, ciò significa, in pratica, che le donne polacche non potranno abortire quasi mai.

Con un appello televisivo Kaczyński ha dichiarato che le manifestazioni, liquidate come espressioni di «nichilismo» e «volgarità» hanno il solo «obiettivo di distruggere la nazione». Ha inoltre invitato i sostenitori di Prawo i Sprawiedliwość (PiS), il partito sovranista al potere di cui è leader, a «difendere le chiese polacche a ogni costo».

Nei giorni scorsi gli edifici di culto, di fronte ai quali si è svolta buona parte delle proteste, sono stati infatti oggetto di atti vandalici: domenica, ad esempio, dimostranti hanno fatto irruzione nella cattedrale di Poznán interrompendo la messa e danneggiando un monumento a Giovanni Paolo II. E non a caso.

A capo, infatti, della storica sede metropolitana c’è l’arcivescovo Stanisław Gądecki, presidente della Conferenza episcopale polacca (Kep), che si era subito congratulato con i giudici della Corte Costituzionale per la sentenza emessa.

Ma è tutto l’episcopato a essere sotto accusa sia per il mai nascosto sostegno al PiS sia per la condivisa battaglia contro i diritti delle persone Lgbti+ e delle donne: lo Stanowisko del 28 ottobre e, ancor più, la Dichiarazione della presidenza della Kep contro la Convenzione d’Istanbul ne sono ultime e incontrovertibili riprove.

Il principale partito di opposizione, Piattaforma Civica (Po), ha incolpato di questo «inferno per le donne» il leader del PiS e i presuli. Durissima la deputata Barbara Nowacka, che ha accusato i vescovi con queste parole: «È colpa vostra. Avete sangue sulle mani».

E così tra tunicati che continuano a parlare di aborto eugenetico con esplicito riferimento alla Germania nazista, parlamentari come Ryszard Terlecki, presidente del Sejm, che ha paragonato alcune deputate di opposizione alle SS del Terzo Reich e il premier Morawiecki che ha chiesto l’intervento dell’esercito, sono proprio i vertici dell’episcopato a essere corsi ai ripari, invitando «a un concreto dialogo tra le parti sociali accompagnato dall’espressione delle proprie opinioni senza ricorso alla violenza e dal rispetto della dignità di ogni essere umano».

A domandarlo, tre giorni fa, il Consiglio permanente della Kep attraverso un documento, in cui – non recedendo però di un passo dalla propria posizione e condannando come inquietanti tanto «la devastazione di chiese, la profanazione di luoghi sacri o l’impedimento a svolgere in essi la liturgia» quanto «il linguaggio volgare delle manifestanti» – hanno anche scritto: «In questo drammatico momento chiediamo ai politici e a tutti i partecipanti al dibattito sociale di analizzare a fondo le cause della situazione che si è venuta a creare e a cercare vie d’uscita nello spirito della verità e del bene comune, senza strumentalizzare le questioni della fede e la Chiesa».

E proprio il 28 ottobre è arrivato chi ha sparigliato le carte nel fronte conservatore e, per giunta, ai massimi livelli: in un’intervista a radio Rmf fm il presidente Andrzej Duda, la cui figlia 24enne Kinga si è schierata apertamente con chi critica la sentenza, ha infatti dichiarato: «Non è ammissibile che la legge richieda questo tipo di eroismo da una donna».

Anche perché, come ribadito da varie ong, gli aborti clandestini o eseguiti in cliniche straniere, soprattutto in Germania e Ucraina, sarebbero quasi 200mila all’anno. In ogni caso, l’accennato appello di Kaczyński è subito suonato come una sconfessione di Duda e, con buona pace degli improvvisati pompieri in veste episcopale, un grido di guerra.

Com’era prevedibile, la situazione polacca ha subito mobilitato i vertici europei – la prima a intervenire, in ordine di tempo, la commissaria umana per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović – e rappresentanti del mondo istituzionale, politico e associazionistico a livello internazionale.

In Italia si sono segnalate, fra le altre, le prese di posizione del sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale Ivan Scalfarotto e delle deputate del Partito democratico Laura Boldrini e Lia Quartapelle che, il 28 ottobre, hanno depositato un’interrogazione ai ministri Luigi Di Maio ed Enzo Amendola, per sapere «se ritengano di esprimere disapprovazione nei confronti delle dichiarazioni del primo ministro polacco e di adoperarsi nell’ambito dei rapporti diplomatici bilaterali e multilaterali nelle competenti sedi europee per garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali dell’Unione in Polonia».

Ieri, infine, si è registrato un corale movimento di massa attraverso una lettera aperta, promossa da Coordinamento nazionale comitati di Snoq e da D.i.Re, rivolta sia ai vertici europei sia a Conte, Di Maio, Amendola e Bonetti.

In essa si ricorda come «il diritto a interrompere volontariamente la gravidanza è riconosciuto nella quasi totalità degli Stati membri dell’Unione europea secondo condizioni molto meno restrittive di quelle oramai previste in Polonia; in Italia, in particolare, una legge sull’interruzione volontaria della gravidanza esiste da 42 anni e, sebbene appaia ancora necessaria la piena garanzia della sua effettività, essa rappresenta un ormai irrinunciabile presidio di libertà e pari dignità sociale per le donne nel nostro Paese».

Viene poi chiesto «ai vertici europei di essere audite dal Parlamento europeo durante una sessione d’aula; essere audite dalla presidente della Commissione europea Ursula van der Leyen, con la finalità di giungere a una risoluzione dell’Unione che condanni quanto sta avvenendo in Polonia; sostegno internazionale nelle azioni di protesta; disponibilità degli Stati membri ad accogliere nelle proprie strutture ospedaliere, facendosi anche carico di tutte le spese, le donne polacche a cui viene vietato di abortire; sostegno economico alle associazioni per i diritti delle donne, per permettere loro di proseguire l’assistenza, anche legale; risoluzione affinché i finanziamenti europei siano negati agli Stati membri che violano i diritti umani e dunque alla Polonia».

Si domanda infine al Governo italiano «di esprimere una netta condanna nei confronti delle dichiarazioni e delle misure adottate dal primo ministro polacco e di impegnarsi nell’ambito dei rapporti diplomatici bilaterali e all’interno delle istituzioni europee per garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali dell’Unione in Polonia».

A sottoscrivere la lettera 93 associazioni, a partire dalle principali a tutela dei diritti e della dignità delle donne come “Se non ora quando?”, D.i.Re, Casa internazionale delle donne, Udi, Rete dei Telefoni Rosa, Rebel Network, Differenza Donna, Conferenza Nazionale delle Donne Democratiche.

Ma anche sigle diverse quali, ad esempio, Arci nazionale, Associazione Luca Coscioni, Certi Diritti, All Out, Dà voce al rispetto, Circolo di Cultra omosessuale Mario Mieli. A titolo personale hanno firmato la drammaturga statunitense Eve Ensler, le filosofe Michela Marzano e Chiara Saraceno, l’accademica Elisabetta Camussi, la scrittrice Dacia Maraini e Silvia Cutrera, coordinatrice Fish Gruppo donne.

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