Sì alla famiglia tradizionale, no al genderI vescovi polacchi lanciano una crociata contro «l’ideologia Lgbt» (ma non solo)

La settimana scorsa la Conferenza episcopale della terra di Wojtyła ha frontalmente attaccato, tra le altre cose, anche la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, meglio nota come Convenzione d’Istanbul

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Delle cattive cause già Ovidio preannunciò l’esito quando scrisse nei Tristia: «Causa patrocinio non bona peior erit». E a peggiorare la non buona situazione delle donne in Polonia ci ha pensato, ancora una volta, la locale Conferenza episcopale (KEP). Non contenti del documento sui temi Lgbt+, che, adottato il 28 agosto scorso, postula, fra l’altro, la necessità di centri di consulenza o cliniche per le terapie di riorientamento sessuale, i vescovi della terra di Wojtyła hanno frontalmente attaccato, venerdì scorso, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, più nota come Convenzione d’Istanbul.

E l’hanno fatto con una Dichiarazione della presidenza della Conferenza episcopale, che, patrocinando apertamente il processo governativo di disdetta dall’accordo sovranazionale avviato il 27 luglio, offre un ulteriore assist all’esecutivo Morawiecki e al presidente Andrzej Duda (fra l’altro in visita in Italia fino a domani), entrambi espressione del partito di maggioranza Prawo i Sprawiedliwość. Nulla di nuovo, invero, se si tiene in conto che l’intesa tra Chiesa cattolica e PiS di Kaczyński è divenuta sempre più salda e sfacciatamente manifesta dall’estate dello scorso anno, quando ha avuto inizio, senza soluzione di continuità e con toni di violenza inusitata, la comune crociata contro l’“ideologia Lgbt+”, importata dall’estero e «vera minaccia per la nostra identità, per la nostra nazione».

È vero che tra i firmatari della recente Dichiarazione, oltre al presidente Stanisław Gądecki, arcivescovo metropolita di Poznań, e al segretario generale Artur G. Miziński, non poteva non risultare, in qualità di vicepresidente della KEP, Marek Jędraszewski. Ma sarà bene ricordare che l’arcivescovo metropolita di Cracovia è colui che, il 1° agosto 2019, durante l’omelia in occasione del 75° anniversario della rivolta di Varsavia, era arrivato a denunciare la «peste arcobaleno», minaccia alla stabilità dell’identità nazionale e del modello tradizionale di famiglia. «La peste rossa non serpeggia più sulla nostra terra – così il presule – ma ne è emersa una nuova, neo-marxista, che vuole impadronirsi di anime, cuori e spiriti. Una peste che non è rossa ma arcobaleno». Parole, guarda caso, ampiamente riutilizzate da Duda nella campagna per le presidenziali, che, il 12 luglio scorso, ne hanno sancito la riconferma per un secondo mandato.

Andando al contenuto della Dichiarazione, la presidenza della Conferenza episcopale polacca non si esime dal riconoscere che l’accordo sovranazionale «vuole giustamente contrastare la discriminazione basata sulla differenza di sesso o differenze biologiche tra donna e uomo». Ma subito dopo inizia il cannoneggiamento della Convenzione, che «introduce elementi di ideologia del gender, parlando della necessità di contrastare diverse forme di discriminazione legate al genere. Il termine gender che ritorna più volte nel documento, tradotto in polacco come “sesso socio-culturale”, è definito nella Convenzione come “ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” (cfr. Convenzione di Istanbul, articolo 3, lettera c).

Inoltre, la Convenzione di Istanbul menziona anche come una delle cause della violenza contro le donne e della violenza domestica la religione e la tradizione (cfr. Ibidem, articolo 12, paragrafo 5). Pertanto la Convenzione richiede ai Paesi firmatari di promuovere “cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini”  (cfr. ibidem, articolo 12, paragrafo 1), e di includere “nei programmi scolastici di ogni ordine e grado (…) temi quali la parità tra i sessi, [e] ruoli socio-culturali non stereotipati” (cfr. ibidem, articolo 14, paragrafo 1)».

Dal rilievo confutatorio sul matrimonio, «che è un’unione duratura tra una donna e un uomo, e i loro ruoli complementari: la maternità e la paternità, che sono anche valori costituzionali polacchi, non sono stereotipi culturali, bensì il fondamento della vita umana e sociale, secondo la volontà del Creatore stesso (cfr. Gen 1, 27-28)», consegue il sostanziale rigetto della Convenzione da parte dell’episcopato, che pur si dice pronto a sostenere e a incoraggiare «qualsiasi cambiamento nel diritto penale polacco che serva a tutelare ancor di più e rendere ancora più sicura la vita familiare». Non senza aver ricordato «che le principali fonti dei fenomeni di crisi della vita familiare, che a volte si trasformano in comportamenti patologici e atti di violenza, sono: l’alcolismo, la tossicodipendenza e altre dipendenze, così come la pornografizzazione della cultura di massa con la conseguente riduzione della donna a oggetto, e la disumanizzazione della vita sessuale».

Ma a far suonare il vero campanello d’allarme sono in realtà due passaggi iniziali del breve documento a partire dal primo capoverso, laddove si ricorda che la Dichiarazione è in linea con la «posizione unitaria» adottata «dall’assemblea dei vescovi dell’Europa centrale che hanno esortato al rigetto» della Convenzione. Riferimento inequivocabile all’incontro, tenutosi a Bratislava il 6-7 settembre 2018 coi rappresentanti degli episcopati di Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Croazia, Ucraina, Bosnia ed Erzegovina, Slovenia e della Conferenza episcopale internazionale dei SS. Cirillo e Metodio (che raggruppa i vescovi di Serbia, Montenegro e Kosovo). Presente alla due giorni anche il cardinale Angelo Bagnasco in qualità di presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, il cui vicepresidente è il già citato arcivescovo di Poznán, Stanisław Gądecki.  Orbene, nel documento finale dell’incontro di Bratislava, i vescovi dell’Europa centro-orientale si dissero «preoccupati per la diffusione dell’ideologia gender, nascosta tra l’altro anche nella nota Convenzione di Istanbul. Bisogna fare del tutto affinché l’Europa torni alle radici naturali e cristiane. Le sue istituzioni, comprese le corti, dovrebbero rispettare l’autonomia dei paesi dell’Europa centro-orientale nella sfera culturale ed etica». Fino a chiedere che «i rappresentanti dei governi rifiutino la ratifica della Convenzione di Istanbul o revochino la firma». È quanto, morale della favola, sta di fatto succedendo in Polonia e si sta tentando di fare anche in Slovacchia.

Per quanto riguarda il secondo passaggio della Dichiarazione della presidenza della KEP, al secondo capoverso si legge che i vescovi polacchi accolgono «con favore la nascita di un’iniziativa legislativa popolare per recedere dalla Convenzione di Istanbul e sostituirla con una Convenzione internazionale sui diritti della famiglia, incoraggiando alla promozione di tale iniziativa». Il che significa sostegno alla campagna Tak dla rodziny, nie dla gender (Sì alla famiglia, no al gender, ndr), che, lanciata il 22 luglio da Ordo Iuris, è finalizzata, come si legge nel comunicato del controverso Istituto di cultura legale, a «porre immediatamente fine alla Convenzione d’Istanbul basata sul genere e di iniziare i lavori su una bozza della Convenzione internazionale sui diritti della famiglia e di presentarla a un forum internazionale. La Convenzione d’Istanbul mina le basi dell’ordine giuridico polacco mettendo in discussione l’autonomia e l’identità della famiglia e limitando il diritto di crescere i figli da parte dei genitori», perché «ufficialmente il documento parla di prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica, ma in realtà promuove l’ideologia gender».

Ordo Iuris, che, giova sempre ricordarlo, ha osservatori presso il Consiglio d’Europa, Osce, Onu e Ue, ha ospitato nel 2016 a Varsavia il summit del gruppo internazionale ultraconservatore Agenda Europe. Il quale, in nome del ristabilimento dell’ordine naturale, mira a rovesciare le leggi esistenti sui diritti umani fondamentali legati alla sessualità e alla riproduzione come il diritto al divorzio; per la donna l’accesso alla contraccezione, alle tecnologie di riproduzione assistita o all’aborto; l’uguaglianza per le persone Lgbt+. Tra i finanziatori anche il multimilionario russo Konstantin Malofeev, noto come l’Oligarca di Dio, di cui Report ha svelato i legami con Gianluca Savoini, Roberto Fiore (Forza Nuova) e Toni Brandi (ProVita). Senza contare il ruolo diretto in Agenda Europe di Alexey Komov, “emanazione” di Malofeev, rappresentante del Congresso Mondiale delle Famiglie (Wcf), componente del consiglio di amministrazione dello stesso Wcf e di CitizenGo.

Nel summit di Varsavia, cui partecipò Aleksander Stępkowski, allora viceministro per gli Affari esteri e presidente di Ordo Iuris, furono anche presentate diverse iniziative popolari in difesa della “famiglia tradizionale”. Si misero inoltre a punto strategie su come influenzare gli sviluppi legislativi in corso: nello specifico, impedire proprio la ratifica della Convenzione d’Istanbul o farne revocare la firma, contrastare le minacce derivanti dalle leggi contro la discriminazione e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla persecuzione dei cristiani.

A una richiesta di parere la presidenza della Commissione europea ha fatto sapere di non avere nessun commento da rilasciare sulla Dichiarazione della presidenza della Conferenza episcopale polacca. Christian Wigand, portavoce di Ursula von der Leyen per la Giustizia e l’Uguaglianza, ha dichiarato però a Linkiesta: «L’adesione dell’Ue alla Convenzione d’Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza contro le donne e la violenza domestica resta una priorità fondamentale per questa Commissione. L’Ue ha firmato la Convenzione d’Istanbul nel giugno 2017 e da allora sta lavorando a stretto contatto con il Consiglio per l’adesione. Sia chiaro, la Convenzione si occupa di combattere la violenza contro le donne. Non c’è posto per la violenza contro le donne nelle società europee e dobbiamo lavorare insieme su questo».

Per la deputata dem Laura Boldrini la Dichiarazione desta invece non poche preoccupazioni e «si va aggiungere – così l’ex presidente della Camera a Linkiesta – al precedente pericolosissimo documento a sostegno delle terapie riparative. Uscire dalla Convenzione d’Istanbul e appoggiarla con argomenti, fra l’altro infondati, come fa la presidenza della Conferenza episcopale polacca, significa rimettere indietro, in un certo qual modo, le lancette della storia e mandare un messaggio devastante. Quello, cioè, che lo Stato si disimpegna dal proteggere le donne, vittime di violenza, dal perseguirne gli autori e dal prevenire la violenza stessa. Si tratta delle famose tre “P” (proteggere, perseguire, prevenire), che sono la base della Convenzione d’Istanbul. Disimpegno, che, al di là dello sbandierato sostegno alla lotta contro la violenza nei confronti delle donne, coinvolge di fatto anche Chiesa polacca di contro alla visione diametralmente opposta di Papa Francesco».

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