Oltre le tifoserieCosa serve davvero per la “nuova normalità” dello smart working

Il dibattito si è polarizzato tra sindaci spaventati dalle città vuote e tifosi della rinascita dei borghi. L’esempio del settore delle telecomunicazioni, che per primo ha stilato a luglio le linee guida di settore. Un testo che ora potrebbe fare da modello al protocollo chiesto dai sindacati al tavolo con il ministero del Lavoro

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Come di consueto, anche il dibattito sullo smart working in Italia si è polarizzato tra pro e contro, tra sindaci spaventati dalle città vuote e tifosi della rinascita dei borghi. «Noi ci siamo resi conto che il lockdown aveva accelerato tutto e il lavoro doveva correre, così siamo andati avanti: abbiamo individuato uno schema comune e già a luglio abbiamo stilato le nostre linee guida». Laura Di Raimondo è direttore generale di Asstel, l’associazione che dentro Confindustria raccoglie le aziende della filiera delle telecomunicazioni, dove il lavoro agile era una pratica già diffusa ben prima del Covid.

Lo scorso luglio, è stato il primo comparto a firmare un accordo con le organizzazioni sindacali, all’interno del contratto collettivo, stilando delle linee di indirizzo che poi le imprese andranno a modellare con i contratti aziendali. Un testo che ora, con il tavolo che si è aperto al ministero del Lavoro sulla nuova regolamentazione del lavoro agile, potrebbe servire da modello per il nuovo protocollo chiesto dalle organizzazioni sindacali.

«Si tratta di una contrattazione di settore che dà una cornice di regolamentazione», spiega Di Raimondo, «lasciando la possibilità poi alle singole realtà di definire il proprio “vestito tagliato su misura”, perché ogni azienda è diversa». Dopo le linee guida, a cascata sono arrivati gli accordi di Tim, Fastweb, Vodafone, che hanno definito nuovi spazi e modelli organizzativi da adottare anche quando il Covid ci avrà dato tregua.

La proroga dello stato d’emergenza fino al 31 gennaio prolunga anche il regime semplificato per il lavoro agile. Nel primo incontro del tavolo con le parti sociali al ministero del Lavoro è emersa la spaccatura tra chi vorrebbe nuove regole stringenti valide per tutti (i sindacati), con un intervento sulla legge Del Conte del 2017, e chi vorrebbe prolungare la formula semplificata (Confindustria). Tra le ipotesi avanzate, c’è anche quella di stilare un accordo trilaterale tra imprese, sindacati e governo, che preveda la contrattazione nei luoghi di lavoro di norme generali valide per tutti. La quadra ancora non si è trovata e nelle prossime settimane è attesa una nuova convocazione.

Nel frattempo, molte aziende hanno già sottoscritto accordi aziendali, per definire la “nuova normalità” post emergenza ed evitare l’effetto lockdown sul lavoratore anche a lockdown finito. Il settore delle telecomunicazioni, tra tutti, sembra essere quello più avanti. Il 64% delle aziende della filiera lo aveva già introdotto prima della pandemia. E durante il lockdown 80mila addetti hanno lavorato da remoto, di cui 40mila operatori dell’assistenza clienti, che fino a pochi mesi prima sembra impossibile mandare in smart working.

Nelle linee guida firmate a luglio, spiega Di Raimondo, «abbiamo individuato tre principi: la tutela della salute delle persone, la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro e la flessibilità organizzativa con la valorizzazione della produttività». In questo schema le aziende possono organizzare la nuova normalità. Che «certo non può essere tutta remotizzata, ma deve essere ibrida, con percentuali differenti di lavoro virtuale e in presenza a seconda delle aziende e delle attività lavorative». Nell’accordo, tra le altre cose, vengono disciplinati anche il diritto alla disconnessione, la formazione continua, il welfare e i diritti sindacali.

«Tanti diritti devono trovare ora una configurazione nuova all’interno di uno schema diverso di lavoro», spiega. «Sono già previsti nella legge 81 del 2017, si tratta solo di “metterli a terra” ciascuno con le proprie caratteristiche. Con l’obiettivo di trovare l’equilibrio tra il diritto alla disconnessione e il diritto all’inclusione, che significa che la nuova organizzazione ibrida deve essere equidistribuita in azienda, dai manager in giù, evitando sacche di isolamento di alcuni lavoratori e soprattutto della componente femminile».

Secondo l’Osservatorio “The World after Lockdown” di Nomisma e Crif, nel 2021 il 16% degli italiani lavorerà da casa. Ma ci saranno ingranaggi centrali da mettere a posto per far funzionare la nuova normalità.

«Con la smaterializzazione del tempo e dello spazio lavorativo, siamo di fronte a una nuova geografia del lavoro, fuori e dentro l’azienda. Significa mettere a terra quello che normalmente sarebbe accaduto in dieci anni», dice Di Raimondo. «Ma per far sì che questo processo si completi va portata a termine l’infrastrutturazione del Paese fornendo reti mobili e fisse ai cittadini, che significa banda larga e 5G anche nelle aree periferiche, e serve un piano straordinario di alfabetizzazione digitale, dalle scuole dell’infanzia fino a tutta la vita del lavoratore».

Le linee guida sul Recovery Fund individuate dal governo, centrate su digitale, sostenibilità e capitale umano, si sposano appieno con gli obiettivi dello smart working. Che, tra i vari vantaggi, presenta anche l’effetto positivo di decongestionare le città dal traffico. Questo cambiamento, dice Di Raimondo, «va abbracciato con coraggio. Vanno ridisegnate le città, gli uffici, ma anche le case. L’errore più grande sarebbe rispondere a esigenze nuove con una strumentazione obsoleta. Se stiamo fermi perdiamo tempo e competitività, ma se torniamo indietro siamo finiti».

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