Ripensare la cittàPerché l’epidemia potrebbe spingere gli architetti a restituire una forte identità ai centri urbani

I monoliti di vetro e acciaio che si sono diffusi in tutto il mondo nella seconda metà del Novecento hanno perso contatto con la geografia e la cultura dei posti in cui si trovano. Il virus ha spinto il mondo del design architettonico a una riflessione per modificare l’estetica dei luoghi in cui abitiamo, ed è un’occasione per immaginare edifici meno omologati e più legati al territorio

Photo by Andreas Brücker on Unsplash

La pandemia spinge a ripensare le funzioni e gli spazi delle città, anche dal punto di vista dell’immagine: un’occasione per ridisegnare i luoghi da un punto di vista estetico.

Una riflessione che Darran Collison, già autore del saggio “Imaginary Cities: A Tour of Dream Cities, Nightmare Cities, and Everywhere in Between”, propone in un lungo articolo sull’Atlantic attraverso una dicotomia tra l’architettura egemonica e l’architettura vernacolare.

Il discorso di Collison è estremizzato: l’architettura egemonica è quella che «immagina solo uno stile possibile per tutte le vite possibili», che porta all’omologazione di tutte le grandi città e un distacco dai cittadini; l’architettura vernacolare invece è quella che nasce spontaneamente quando «gli abitanti di un luogo particolare utilizzano materiali che trovano lì per costruire strutture in sintonia con l’ambiente».

Se il discorso è volutamente forzato, estremizzato, provocatorio, è per stimolare un dibattito sull’omologazione delle città, fatte di monoliti di vetro e acciaio che non rispettano i luoghi e le persone che le abitano.

Parlando con Linkiesta, l’architetto Antonella Greco, che ha insegnato Storia dell’architettura contemporanea alla Sapienza di Roma, dice: «Raccontavo ai miei studenti che se scendono da un treno alla stazione di Trento o alla stazione di Reggio Calabria trovano le stesse palazzine, la stessa architettura omologata. È una forzatura ma è un discorso presente nell’architettura. Non sono solo le città come Dubai a essere fatte di monoliti, palazzi volutamente monumentali. I centri delle città si sono evoluti così a partire dall’International Style nato con Mies van der Rohe negli anni Cinquanta e Sessanta. Stile che negli anni Ottanta e Novanta è stato anche praticamente imposto dalle multinazionali, dalle grandi aziende».

Allora la dicotomia è quella che la professoressa Greco individua tra gli interventi «solamente funzionali e performativi» e gli interventi «giusti per un luogo, che riflettono il mondo contemporaneo ma non si appiattiscono su ideologie o immagini di altri personaggi».

È un tema che riguarda le grandi costruzioni fatte fino all’inizio degli anni Duemila, «quando la ricchezza economica portava grattacieli tutti uguali, penso soprattutto a Milano, fatti sempre dagli stessi architetti, che riprendevano edifici già visti in altre parti del mondo», dice Greco.

La città è per definizione un elemento in costante evoluzione, in movimento, vivo. Deve essere funzionale e deve saper essere adeguata alla geografia e alla cultura del posto. Anderson, ad esempio, nel suo articolo riprende una frase dell’architetto iracheno Rifat Chadirji: «Il mio obiettivo è creare un’architettura che si riconosca nel luogo in cui è costruita, ma che non sacrifica nulla alla capacità tecnica moderna».

In Italia un maestro di questo approccio è stato Gio Ponti, che negli anni Trenta si fece ispirare da una visita agli scavi di Pompei per invitare gli architetti dell’epoca a riproporre versioni aggiornate della Domus romana.

Approccio poi riportato anche nel mondo del design, con la Superleggera: la sedia diventata icona culturale nasce dall’archetipo della sedia impagliata – la sedia di Chiavari – dell’Ottocento, progettandola secondo gli stessi concetti chiave: leggerezza, semplicità, stabilità, basso costo di produzione.

«In Italia il contrasto tra architettura omologata e architettura vernacolare è un po’ meno marcato – dice la professoressa Greco – rispetto ad esempio all’architettura araba, più immediata e riconoscibile. Ma non perché qui si è persa l’estetica tradizionale, anzi. Da noi ci sono molti vincoli delle Soprintendenze che aiutano a conservare il patrimonio architettonico. I vincoli ci possono stare, devono tutelare, ma non devono congelare, perché la città deve potersi muovere».

Il tema dei vincoli architettonici aiuta a spiegare il vero dibattito sulle nuove esigenze delle città italiane, dice Greco: «Non dobbiamo preoccuparci tanto dell’omologazione, quanto di ritrovare il senso di abitare i centri delle grandi città, che rischiano di diventare solo luoghi turistici, non pensati per una vita ma solo per essere fotografati, come se fossero delle piccole Disneyland».

Allora ritrovare un legame con gli abitanti dei grandi centri diventa una sfida per la città di oggi e di domani. Senza estremizzare scelte di campo tra un’architettura monolitica – insostenibilmente distaccata dal luogo in cui si trova – e una vernacolare, che da sola non può soddisfare le esigenze della popolazione.

Come dice Darran Anderson alla fine della sua riflessione, «un futuro abitabile richiede la combinazione di entrambe le idee». Il momento di ripensare gli spazi urbani è già arrivato.

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