Patto a grovieraDopo il fallimento del referendum anti Ue, Bruxelles può insistere per un accordo quadro con la Svizzera

Gli elvetici hanno bocciato la proposta con cui si chiedeva di limitare l’ingresso dei cittadini europei nel Paese. Ma il progetto approvato dal Parlamento europeo per armonizzare il complesso insieme di intese bilaterali tra l’Unione e lo Stato alpino è ancora lontano dall’essere approvato dal Consiglio federale

FABRICE COFFRINI / AFP

Per gli svizzeri l’immigrazione dai Paesi Europei può continuare al ritmo attuale, e già questa è una buona notizia per Bruxelles. Il responso delle urne su uno dei referendum di domenica 27 settembre potrebbe però anche essere l’occasione per imprimere un’accelerazione al tanto agognato (e negoziato) accordo quadro con l’Unione Europea.

Sospiro di sollievo
“L’iniziativa per la limitazione” è stata largamente bocciata dagli elettori svizzeri. Per essere approvate, le iniziative popolari devono essere votate da una doppia maggioranza, quella totale della popolazione e quella numerica dei Cantoni (26, di cui cinque “valgono” mezzo voto). Non è arrivata né l’una né l’altra: il No ha prevalso con il 61.71% e vinto la sfida in 22 Cantoni. Il quesito riguardava l’Accordo sulla libera circolazione delle persone (Alc), che consente ai cittadini dell’Unione europea di vivere e lavorare in Svizzera e viceversa. Se avesse vinto il Sì, il Consiglio federale elvetico, la più alta autorità del Paese, avrebbe avuto un anno di tempo per ridiscutere con l’Unione Europea questo accordo e, in caso di esito negativo dei negoziati, avrebbe dovuto disdirlo.

La Svizzera e l’Europa
Naturale allora che da Bruxelles arrivino reazioni positive al pericolo scampato: il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che Svizzera e Ue abbiano «un grande futuro insieme davanti a sé», mentre la numero uno della Commissione Ursula von der Leyen vede il risultato come «un segnale positivo per continuare a consolidare e approfondire le relazioni». La presidente non ha perso tuttavia l’occasione per alzare la posta mandando un piccolo reminder agli svizzeri, toccando un nervo scoperto. «Auspico che il Consiglio federale proceda a una rapida ratifica e firma dell’accordo quadro istituzionale bilaterale».

Sarà questo infatti il prossimo nodo da sciogliere nelle relazioni fra Svizzera e UE. L’accordo quadro, già approvato dal Parlamento europeo, è un tentativo di armonizzare il complesso insieme di intese bilaterali esistenti tra l’Unione e il Paese alpino. Il punto fondamentale che apporta è l’adozione del diritto UE nei trattati bilaterali con la Svizzera, corredato da una procedura di risoluzione delle controversie concordata fra le due parti. Il lungo negoziato, cominciato nel 2014, è giunto a un punto finale nel novembre 2018. Da allora il Consiglio federale ha avviato le consultazioni con i principali partiti nazionali, con la strategia di attendere proprio questa consultazione popolare, originariamente prevista per il 20 maggio e slittata a causa della pandemia, per prendere una decisione finale. Sempre tenendo d’occhio però il sentimento popolare.

Il problema di questo accordo, infatti, è che probabilmente non otterrebbe l’approvazione del Parlamento e dei cittadini. E, al contrario di quanto succede in Italia, nella Confederazione Elvetica si approvano con referendum anche gran parte dei trattati internazionali. Secondo Felix E. Müller, ex-caporedattore del settimanale Neue Zürcher Zeitung am Sonntag e autore di un libro sull’accordo, in Svizzera si preferisce negoziare intese limitate a settori specifici piuttosto che pacchetti complessivi. Se le istituzioni comunitarie fanno pressione, dunque, quelle confederate nicchiano.

Il voto contrario all’Iniziativa per la limitazione perlomeno riporta le speranze europee in carreggiata. La posta in gioco in questa consultazione, del resto, era parecchio alta e non riguardava soltanto la circolazione delle persone. L’Alc fa infatti parte di una serie di accordi detti Bilaterali I, stipulati nel 1999 fra il Paese elvetico e l’UE in diversi ambiti: ricerca, commercio, appalti pubblici, agricoltura, trasporto aereo e trasporti terrestri. Denunciando uno solo di questi accordi, la Svizzera avrebbe dovuto rinunciare a tutto il pacchetto, con contraccolpi facilmente prevedibili per l’economia nazionale, ma anche per quella comunitaria.

Questo meccanismo, definito “clausola ghigliottina”, è secondo i promotori del referendum causa della sua bocciatura: «senza, il Sì avrebbe prevalso in tutta la Svizzera. Evidentemente questo giogo continua a condizionare il voto del nostro Paese» ha dichiarato al Corriere del Ticino Marco Chiesa, presidente dell’Unione di Centro, partito conservatore che rappresenta un quarto degli elettori.

Il Ticino vota “contro”
L’Udc e gli altri sostenitori del Sì guardavano sia ai cittadini europei residenti in Svizzera (1.4 milioni), sia ai 332mila “frontalieri”, i pendolari che ogni giorno attraversano il confine per recarsi sul posto di lavoro e a fine giornata o nel fine settimana fanno ritorno nei loro Paesi.

Secondo l’ultima rilevazione, più della metà dei frontalieri arriva dalla Francia, mentre Italia e Germania seguono con il 23% e il 18% del totale. La campagna referendaria dell’Udc, attualmente il primo partito in Svizzera, comprendeva tutto il repertorio delle accuse classiche al fenomeno dell’immigrazione incontrollata: perdita di posti di lavoro per i locali, eccessivo peso degli stranieri sul welfare nazionale, persino modifica della cultura svizzera. Con la differenza che in questo caso il target sono cittadini europei e l’affermazione di questa narrazione allontana l’accordo quadro e ogni futura intesa con l’UE.

A questo propositopuò essere utile per leggere i risultati territoriali del referendum. In quattro dei 26 cantoni svizzeri, i Sì hanno superato i No, pur con percentuali risicate: Svitto, Glarona, Appenzello Interno e soprattutto Ticino, che è uno dei più popolosi del Paese e l’unico che adotta l’italiano come lingua ufficiale. É facile intuire come in questa regione, che confina con Piemonte e Lombardia, il nodo della questione riguardi molti cittadini italiani, tra cui oltre 67mila frontalieri secondo le ultime rilevazioni.

Proprio questi lavoratori sono stati negli anni bersaglio di campagne a volte feroci, che li rappresentavano come banditi o topi intenti a rubare il formaggio svizzero. In realtà i frontalieri italiani sono cruciali nell’economia ticinese, tanto che durante il lockdown l’associazione delle industrie del cantone (AITI) invitava i datori di lavoro a non lasciarli tornare a casa. «Il nostro capo ci offrì di restare per qualche notte in Svizzera, così avremmo potuto continuare a lavorare anche con la chiusura delle frontiere», spiega a Linkiesta un frontaliere lombardo che preferisce restare anonimo. «Alcune persone che conosco sono rimaste a dormire in ufficio per giorni».

In prima fila fra chi abitualmente attacca i frontalieri c’è la Lega dei Ticinesi, che contende ai liberali l’egemonia del Cantone e che come l’omonimo partito italiano fa della linea dura sull’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia. Pochi giorni fa, il suo uomo di punta, Norman Gobbi, è stato oggetto di un’inchiesta giornalistica sulla stretta nelle concessioni dei permessi di lavoro agli stranieri.

In una nota sul referendum, la Lega dei Ticinesi si dichiara soddisfatta della votazione in Ticino e rimpiange il mancato successo a livello nazionale. I suoi strali post-voto sono rivolti anche all’accordo quadro istituzionale, che «trasformerebbe la Svizzera in una colonia di Bruxelles» e alle altre forze politiche, accusate di genuflettersi «alla pretesa dell’Europa di comandare in casa nostra». A ben vedere, nulla di troppo distante dalla retorica dei partiti sovranisti all’interno dell’Ue.

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