Camera con vistaL’hotel al confine tra Francia e Svizzera che ha sconfitto le regole del lockdown

Nel piccolo villaggio di La Cure c’è un albergo diviso a metà, l’unico al mondo attraversato da una frontiera. La sua storia ha legami con Napoleone e con la Seconda guerra mondiale, ma nelle ultime settimane è stato luogo d’incontro di persone che altrimenti non avrebbero potuto vedersi

BRUNO FERRANDEZ / AFP

«Una giovane ragazza francese è stata la nostra prima ospite ad aprile, è arrivata nel nostro hotel per incontrare il suo fidanzato svizzero che ovviamente non poteva superare il confine. L’unico posto in cui potevano incontrarsi era una delle nostre stanze. In qualche modo abbiamo salvato l’amore». Le parole sono di Alexandre Peyron, proprietario dell’Hotel Arbez Franco-Suisse.

Per le coppie, gli amici o i parenti che per vedersi devono attraversare il confine tra Francia e Svizzera il lockdown ha rappresentato un ostacolo insormontabile, o quasi. L’hotel che Peyron gestisce con la sorella è stato, per alcune settimane, l’unico luogo dove incontrarsi: così il business dell’hotel è stato quasi sempre attivo in queste settimane, mentre il lockdown limitava gli spostamenti transfrontalieri e colpiva l’intero settore turistico.

La particolarità dell’edificio sta nella sua posizione geografica: al confine tra i due paesi, ma letteralmente. «È l’unico al mondo attraversato da una frontiera, e ha ingressi sui due lati», dice Peyron dal suo hotel di La Cure, piccolo villaggio a sua volta “tagliato in due”: frazione sia del comune francese di Les Rousses sia del comune svizzero di Saint-Cergue, 50 chilometri a nord di Ginevra.

L’Arbez Hotel, piccola costruzione su tre piani in stile alpino e con travi in legno a vista, è l’unico che offre la possibilità di dormire in due nazioni diverse: «Abbiamo dieci stanze, la 6 e la 9 sono esattamente a cavallo della linea, se due persone alloggiano lì una dormirà in Francia e una in Svizzera», scherza il proprietario.

Un intreccio internazionale che si ripresenta al ristorante. Una metà serve cucina transalpina, l’altra quella elvetica. «Poi c’è la specialità: un piatto con salsicce francesi che non possono essere importate in Svizzera, accompagnate da un formaggio svizzero proibito in Europa, perché fatto con latte non pastorizzato. L’unico posto dove si può mangiare è questo ristorante», dice Peyron.

Ricorda la storia della Haskell Free Library and Opera House, una biblioteca al confine tra Stati Uniti e Canada – più precisamente tra Derby Line, nel Vermont, e Stanstead, nel Quebec, che ospita anche un Teatro dell’Opera diventato negli ultimi anni luogo di incontro per i migranti separati dal “Travel Ban” firmato da Trump.

Anche alla Haskell c’è una linea sul pavimento che traccia il confine tra i due paesi, e proprio lì da mesi si incontrano persone provenienti da Somalia, Siria, Yemen, Iran, Libia, Iraq.

Se la storia della Haskell Free Library and Opera House è una tutta novecentesca e positiva – costruita nel 1901 proprio sulla frontiera come simbolo d’amicizia dei due paesi – quella dell’Hotel Arbez parte da più lontano e ha diverse sfumature.

Intanto è stato costruito su un terreno che Napoleone Bonaparte aveva annesso alla Francia nel 1800, per la sua posizione strategica – permetteva di raggiungere il Regno di Savoia facilmente – e fu poi riassegnato alla Svizzera con il Congresso di Vienna.

L’edificio è stato costruito nel 1862, in occasione della ridefinizione dei confini tra Francia e Svizzera su spinta di Napoleone III. Quell’anno i due governi si accordarono per una modifica del confine nella Valle dei Dappes. Il testo del trattato stabilisce che nessuna costruzione preesistente al momento della ratifica sarà influenzata.

«Così il nonno di mio nonno – racconta Peyron – comprò il terreno con l’aiuto di un uomo d’affari proprio durante le trattative, e fece costruire un edificio. Questo mio lontano parente non era proprio un uomo d’affari, in realtà era un contrabbandiere e voleva controllare il flusso di merci illegali che si spostavano da un paese all’altro. Ci vollero dei mesi per gli accordi sul nuovo confine, le trattative tra Francia e Svizzera si protrassero e lui colse l’opportunità di costruire qui». E l’edificio fu tirato su a tempo di record prima dell’entrata in vigore del trattato nel febbraio 1863.

All’inizio aveva un’altra funzione, probabilmente un negozio di alimentari, ma ai primi del Novecento venne ampliato e riconvertito in albergo. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’hotel ebbe la possibilità di riscattare la sua storia: grazie all’azione del nonno di Alexandre Peyron, Max Arbez, l’hotel divenne rifugio per molti combattenti della Resistenza francese e di ebrei che attraversavano l’edificio per fuggire dalla Francia occupata dai nazisti e arrivare Svizzera.

Fino all’inizio del lockdown di quest’anno, l’Hotel Arbez Franco-Suisse è stato un luogo d’incontro per gruppi di turisti molto diversi, che da lì possono decidere se andare verso le montagne francesi, (con piste sciistiche aperte a gennaio e febbraio), o verso il lago di Ginevra in Svizzera, a seconda delle preferenze.

Da marzo, però, il confine aveva cambiato nuovamente aspetto. «Era come una situazione di guerra – dice Peyron – perché c’era polizia ovunque attorno all’hotel, ho contato qualche decina di agenti tra poliziotti, Guardie di confine e Gendarmerie francese. E c’erano anche elicotteri che pattugliavano l’area ogni tanto, dando a tutto un aspetto più poliziesco. E sottolineo che gli agenti che vediamo sempre qui attorno non lavorano mai in maniera congiunta al confine, in queste settimane invece hanno collaborato».

I controlli al confine tra Francia e Svizzera sono stati rigorosi. «Tutte le mattine ci sono tra le 2mila e le 3mila auto di francesi che attraversano il confine per lavorare in Svizzera. Erano rallentate dai controlli e dai protocolli di sicurezza, la coda era sempre lunghissima, si alleggeriva solo dopo ore», spiega Peyron.

Da lunedì 15 giugno tutto sembra tornato alla normalità. Ma per chi lavora nel settore turistico anche i prossimi mesi si preannunciano difficili, vista la probabile carenza di turisti stranieri. «Noi però – dice Alexandre Peyron – abbiamo un grande vantaggio: attiriamo visitatori da almeno due nazioni, quindi potenzialmente il doppio rispetto a un albergo normale».

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