La scontro con il ConsiglioI 4 punti della trattativa su bilancio e NextGenerationEu su cui il Parlamento europeo non può cedere

L’ammontare dei 15 programmi Ue decurtati per trovare i 750 miliardi di euro, la clausola della revisione a metà percorso, il rispetto dello stato di diritto da parte dei paesi membri, l’impegno giuridicamente vincolante sulle nuove risorse proprie che dovranno sostituire i contributi nazionali sono criteri imprescindibili da difendere

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Il Comitato dei rappresentanti permanenti dei 27 paesi membri dell’Unione europea (COREPER) ha formalizzato il 9 ottobre 2020 l’accordo politico raggiunto da ministri europei sulla proposta di regolamento che istituisce la “struttura europea di recupero e resilienza” (European Recovery and Resilience Facility) e che dovrebbe aiutare gli Stati membri nei prossimi tre anni (2021-2023) ad affrontare l’emergenza economica, provocata dalla pandemia, insieme alle altre misure decise dall’Unione europea (Commissione, BEI, BCE).

Sappiamo che questa “struttura” non coincide con la “Unione europea di nuova generazione” (NextGenerationEu) ma che ne è la parte finanziaria più importante (672,5 miliardi di Euro di cui 312,5 miliardi di sovvenzioni e 360 miliardi di prestiti su un totale di 750 miliardi).

Essa non è il “fondo europeo per il recupero” (European Recovery Fund) di cui tutti ormai parlano, un “fondo” che non esiste in natura e che rappresenta invece la semplificazione giornalistica delle misure concordate nel Consiglio europeo del 21 luglio.

La “struttura europea di recupero e di resilienza”, se la proposta di regolamento avanzata dalla Commissione europea sarà adottata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione secondo la procedura legislativa ordinaria dopo aver consultato il Comitato economico e sociale e il  Comitato delle Regioni, sarà fondata sugli articoli 174 e 175 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea il cui obiettivo è quello di promuovere uno «sviluppo armonioso dell’insieme dell’Unione» rafforzando la sua «coesione economica, sociale e territoriale» e riducendo «la differenza fra i livelli di sviluppo delle diverse regioni e il ritardo delle regioni meno favorite».

Alla dimensione regionale si dovrebbe aggiungere a nostro avviso quella delle città (come chiese a suo tempo Alexander Langer in una sua proposta di revisione del Trattato di Maastricht) e quella delle aree interne.

La scelta della base giuridica fatta dalla Commissione europea è fondamentale perché essa iscrive la nuova struttura nel quadro della politica di coesione dell’Unione europea (che, con il Trattato di Lisbona, è diventata un obiettivo anche «territoriale», garantisce la pari dignità legislativa fra il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione e aggiunge alle misure strutturali già esistenti (Fondo regionale, Fondo Sociale, Feoga orientamento, Strumento finanziario di orientamento della pesca e Fondo per il miglioramento dell’ambiente e delle infrastrutture di trasporto) un’azione specifica con una durata per ora triennale.

Tale durata potrebbe tuttavia essere estesa nel tempo se il Parlamento europeo strapperà al Consiglio dell’Unione l’accordo per una revisione a metà percorso (mid term review) del Quadro Finanziario Pluriennale e se alla fine del 2023 entreranno in vigore le nuove risorse proprie su cui sta lavorando la Commissione europea (e in particolare il commissario Paolo Gentiloni), un tema considerato dal Parlamento europeo come una condicio sine qua non per l’approvazione del Quadro Finanziario Pluriennale.

Vale la pena di ricordare che l’articolo 177 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce che il Consiglio dell’Unione a maggioranza qualificata e il Parlamento europeo – oltre a fissare «le missioni, gli obiettivi prioritari e l’organizzazione dei fondi» – possono decidere di «raggrupparli» e ne definiscono «le regole generali, le disposizioni necessarie per assicurarne l’efficacia e il coordinamento fra di loro e con gli altri strumenti finanziari»

Fra queste regole, possono essere definite quelle che concernono la protezione degli interessi finanziari dell’Unione europea e le sanzioni per le frodi al bilancio europeo e la violazione dei principi dello stato di  diritto. 

Le altre misure decise per affrontare le conseguenze della pandemia sono stare fondate su basi giuridiche diverse come:

  • La cosiddetta “Cassa di integrazione europea” (SURE) che si basa sull’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea per aiutare paesi membri in gravi difficoltà, che è entrata in vigore con una decisione del solo Consiglio dell’Unione ed una semplice informativa del Parlamento europeo e che ha consentito il 25 settembre 2020 l’erogazione di prestiti per 16 paesi membri;
  • La linea sanitaria di credito precauzionale del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) dedicato ai paesi dell’Eurozona, un meccanismo intergovernativo legato al Two Pack del 2013 ma per il cui intervento emergenziale Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni hanno confermato che non si applicheranno le condizionalità introdotte nel 2012 al fine di ottenere il rispetto della stabilità finanziaria, anche se non è stato formalmente sospeso il regolamento 472/2013 che richiede una valutazione preliminare dello stato delle finanze pubbliche del paese richiedente.

Avevamo già attirato l’attenzione sugli ostacoli esistenti nel corso del “fiume di denaro” che dovrebbe sorgere a Bruxelles e arrivare nei paesi membri. 

Fra gli ostacoli avevamo ricordato il fatto che la Commissione europea potrà agire sui mercati dei capitali per creare “debito pubblico europeo” e finanziare il NextGenerationEu – e con esso lo European Recovery and Resilience Facility – solo quando il Consiglio dell’Unione avrà adottato all’unanimità – e gli Stati membri avranno approvato secondo le loro regole costituzionali rispettive – l’aumento del massimale delle risorse proprie dall’1.2 al 2% del Reddito nazionale globale dell’Unione europea.

La Commissione europea ha chiesto ai governi di agire – in virtù del principio della cooperazione leale previsto dall’articolo 4 del Trattato sull’Unione europea (ma iscritto già nei Trattati di Roma su richiesta della delegazione tedesca) – affinché tale approvazione avvenga entro il 31 dicembre 2020.

Giovedì 8 ottobre è apparso nel corso del “fiume di denaro” il prevedibile e previsto ostacolo del disaccordo fra il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione sul Quadro Finanziario Pluriennale perché la presidenza tedesca ha risposto ai parlamentari europei che essa non aveva ricevuto alcun mandato dai governi per riaprire il negoziato sull’ammontare dei quindici programmi europei che sono stati decurtati dal Consiglio europeo il 21 luglio.

Parlando a nome delle cittadine e dei cittadini europei che lo hanno eletto, il Parlamento europeo non può e non deve cedere al Consiglio dell’Unione su quattro punti fondamentali:

  • L’ammontare (noi diciamo “ambizioso”) di questi quindici programmi che dovranno garantire beni comuni al di là del triennio dell’emergenza pandemica e fino al 2027 o anche al di là di questa scadenza (non dimentichiamoci della “Agenda 2030”);
  • La clausola della revisione a metà percorso (mid term review) del Quadro Finanziario Pluriennale, essendo stata rifiutata dal Consiglio dell’Unione e dalla Commissione europea la periodicità quinquennale chiesta dal Parlamento europeo per ragioni insieme economiche e democratiche;
  • L’impegno giuridicamente vincolante sulle nuove risorse proprie che dovranno sostituire gradualmente i contributi nazionali e affiancarsi ai titoli del debito pubblico europeo che alcuni vorrebbero “perpetui”, come proposto dal Movimento europeo in Italia, dal governo spagnolo e dal partito dei Verdi in Germania e come ci hanno ricordato Giovanni Tria e Pasquale Lucio Scandizzo in un articolo de Il Sole 24 Ore, indicizzati al PIL nominale e trasformati in azionariato pubblico europeo.
  • Il rispetto dello stato di diritto da parte dei paesi membri sulla base dei valori comuni – e giuridicamente vincolanti – definiti nell’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea, essendo tale rispetto una priorità per tutta l’Unione europea come ha sottolineato la Commissione delle Petizioni del Parlamento europeo rispondendo alla petizione 0365/2020 presentata dal Movimento europeo. 

Simul stabunt vel simul cadent, si dice del Quadro Finanziario Pluriennale e del NextGenerationEu. 

Noi diciamo invece che un ritardo nell’approvazione del primo non deve provocare un ritardo nella partenza del secondo e che la proposta di regolamento della “struttura europea di recupero e resilienza” può essere approvata rapidamente nel tri-dialogo fra il Consiglio dell’Unione, il Parlamento europeo e la Commissione europea per avviare l’esame dei piani nazionali che i governi devono presentare alla Commissione europea entro il 15 ottobre e che devono essere approvati entro aprile 2021.

In questo difficile negoziato il Parlamento europeo ha bisogno di alleati. 

Per questa ragione noi insistiamo sull’idea di “assise interparlamentari”, come quelle che si svolsero a Roma nel novembre 1990, che vengano convocate su iniziativa del  Parlamento europeo e dei parlamenti tedesco, portoghese e sloveno (i paesi del trio di presidenza dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021) e sulla convocazione da parte del Parlamento europeo di una “agorà europea” come spazio pubblico di dialogo e di dibattito fra lo stesso Parlamento europeo e la società civile organizzata.

Oltre ad accelerare il dibattito europeo e le decisioni sulle risorse proprie, le assise e l’agorà aiuterebbero l’avvio della discussione sul futuro dell’Europa. 

*Pier Virgilio Dastoli è il presidente del Movimento Europeo – Italia

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