HotelgateI milioni di dollari pubblici che Trump ha girato alle sue società private

Durante il suo mandato, il presidente ha ospitato spesso incontri di governo nei suoi alberghi e residenze facendo pagare il conto ai contribuenti americani. Come nella sua villa a Mar-a-Lago, in Florida, dove ha addebitato al governo 3 dollari a testa per tutti gli invitati che hanno bevuto un bicchiere d’acqua nel meeting col premier giapponese Shinzo Abe. Un’inchiesta del Washington Post

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In qualcosa almeno è riuscito: Donald Trump, approfittando dei suoi poteri di presidente, ha fatto arrivare fiumi di denaro pubblico (e dei suoi sostenitori repubblicani) alle sue proprietà.

Lo rivela il Washington Post, che ha studiato tutti i rimborsi chiesti per i meeting e gli incontri che il presidente americano ha tenuto nelle sue proprietà o nei suoi alberghi. Il totale calcolato sulla base dei dati disponibili (non tutte le agenzie hanno accettato di renderli pubblici) ammonta a 8 milioni di dollari, ma c’è da credere che siano molti di più.

Una delle voci più pesanti riguarda l’utilizzo, ad esempio, della tenuta di sua proprietà a Mar-a-Lago, in Florida, quella che aveva definito, in occasione della visita del premier giapponese Shinzo Abe, «la Casa Bianca del Sud». Mentre i due leader discutevano di accordi commerciali o Corea del Nord, gli americani pagavano 13.700 dollari per le stanze degli ospiti, 16.500 per il cibo, altri 6mila solo per i fiori. Veniva conteggiata perfino l’acqua bevuta dai due leader negli incontri bilaterali (3 dollari a testa).

La stessa cosa – solo molto più costosa – avvenne anche più tardi, quando venne in visita il presidente cinese Xi Jinping. Nel conto salatissimo era compresa la famosa cena in cui Xi fu informato dell’attacco missilistico alla Siria, un totale di 7.700 dollari per 30 persona. «La più bella torta di cioccolato che abbia mai visto», disse poi il presidente americano.

Come spiega il Washington Post, «Trump portava i soldi dei contribuenti nelle sue attività soltanto portando se stesso». Organizzare visite e incontri istituzionali o del partito nei suoi hotel e nei suoi club (lo ha fatto 280 volte) non costituiva soltanto una mastodontica attività di marketing (con il marchio che appariva in filmati e immagini ufficiali), ma era proprio un affare in sé.

In sostanza, il governo – guidato da Trump – comprava, su volontà di Trump, i servizi offerti dalle aziende di Trump. Un elenco lunghissimo: si va dalle stanze d’albergo per lo staff e gli ospiti, ai cottage, le sale da ballo, altre case in affitto, i campi da golf. Dentro ci sono perfino candele e candelabri. Ma anche palme decorative, torte di cioccolato, bistecche, buffe della colazione. Non manca nulla.

Lo stesso meccanismo veniva messo in atto nei confronti della commissione per la raccolta fondi della campagna elettorale: secondo i calcoli fatti dal giornale americano, nelle tasche di Donald Trump sono finiti 5, 6 milioni di dollari a partire dal giorno della sua inaugurazione come presidente, nel 2017. È un fiume di denaro, che supera i ricavi generati dai suoi alberghi a Vancouver e alle Hawaii nello stesso periodo.

Come dimenticare che durante la sua campagna elettorale del 2016 aveva promesso che non avrebbe «mai fatto visita alle sue proprietà»? Era falso, come è risultato subito dopo. «Lavorerò per voi e non avrò tempo per giocare a golf», diceva, per smentirsi il giorno seguente. Di fronte a queste cifre la sua promessa dal sapore grillino di devolvere il suo stipendio presidenziale (400mila dollari all’anno) in beneficenza diventa ridicola.

Come ridicola era la risposta fornita a suo tempo dalla Trump Organization a chi sollevava obiezioni sulle spese imposte. Il figlio Eric Trump aveva dichiarato a Fox News che si trattava di un comportamento legittimo, anzi: fornire in modo gratuito servizi al governo e alle istituzioni era impedito per legge.

Non è così: i dipartimenti del governo che si occupano della difesa e della sicurezza del presidente hanno tutti policy che prevedono, in alcune circostanze, la possibilità di ricevere regali e forniture non a pagamento. Soprattutto, niente proibisce a funzionari della Casa Bianca e soprattutto al presidente di offrire qualcosa di gratis al governo.

Il punto, però, non è nemmeno questo: Trump faceva pagare molto di più del costo base (su centinaia di transazioni, questo è avvenuto solo 20 volte) e, a volte, più del costo massimo consentito dai regolamenti interni.

Una stanza a Mar-a-Lago poteva costare da 396,15 dollari fino a 650. Il cottage di Bedminster anche 566 dollari a notte. E quando Donald Trump Jr. si fermò al Trump Hotel di Vancouver i Servizi Segreti dovettero pagare 611 dollari a notte per le stanze degli agenti. Trump, in questo senso, non ha mai fatto sconti a nessuno.

Come si è detto, lo stesso atteggiamento si è registrato anche per i soldi delle donazioni per la campagna elettorale. Gli incontri e i rally erano più graditi al presidente se avvenivano nelle sue proprietà.

Era avvenuto già nel 2016, ma la cosa non suscitò clamori: le società di Trump ricevettero 12,5 milioni di dollari dalla campagna ma lui stesso ne mise 66 milioni, molti di più.

Quattro anni dopo la musica è cambiata: il presidente ha contribuito con poco più di 8mila dollari, mentre almeno 5,6 milioni sono già entrati nelle sue proprietà per finanziare incontri elettorali ed eventi in location con il marchio Trump.

È legale, sia chiaro, che un candidato usi i soldi della campagna per acquistare o affittare servizi dalle sue stesse proprietà. Ma Trump lo fa oltre ogni limite: basti pensare che ogni mese vengono spesi 40mila dollari per alcuni uffici della Trump Tower di Manhattan, il quartier generale del 2016. Solo che adesso la sede della campagna è ad Arlington, nessuno dei capi dello staff si trova a New York e lo stesso Trump fa visite sporadiche.

Uno spreco? Senza dubbio. Anche perché mancano i soldi per gli spazi pubblicitari in alcuni Stati chiave e il totale di quelli raccolti finora (nonostante ci si lavori dal 2017) è minore rispetto alla cifra del candidato rivale. Chissà dove sono finiti.

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