Scherzare col virusEcco perché in Lombardia mancano i vaccini per l’influenza (col rischio di confonderla col Covid)

Ritardi sui bandi di gara, una generale scarsità dovuta alle richieste e ora anche l’impossibilità per medici e infermieri del privato convenzionato di accedere alle dosi tramite il servizio sanitario nazionale stanno portando a tensioni e grande incertezza. Il tutto a dieci giorni dall’inizio della campagna per le vaccinazioni stagionali

In Lombardia mancano i vaccini. Non quelli per il coronavirus, in via di sperimentazione in tutto il mondo, ma quelli per l’influenza, cruciali per affrontare preparati la pandemia. La ragione è semplice: in autunno arrivano le malattie stagionali, che hanno sintomi molto simili a quelli causati dal Covid-19. Non riuscire a prevenirle pone un problema molto serio, perché si rischia di non distinguere tra chi ha bisogno di assistenza specifica e chi invece può attendere come ogni anno di guarire senza grandi conseguenze.

Eppure la regione più popolosa del Paese sembra muoversi in tutt’altra direzione: fra ritardi nell’approvvigionamento e la decisione di escludere il personale della sanità privata dall’accesso alle vaccinazioni tramite il Servizio sanitario nazionale, il rischio è che la campagna vaccinale abbia un impatto troppo limitato rispetto a quanto auspicato.

Non si trovano nemmeno in farmacia: secondo la Fondazione Gimbe, su 17 milioni di dosi acquistate a livello nazionale dalle regioni ne sono stati distribuite appena 250mila alle farmacie, pari all’1,5 per cento. Secondo Federfarma dall’estero arriveranno un milione di dosi, ma sui tempi ancora c’è grande incertezza e nemmeno i medici di base, cui normalmente ci si deve rivolgere, hanno indicazioni precise.

Soprattutto i prezzi rischiano di variare molto, in virtù delle differenze tra le aziende produttrici e della generale scarsità dovuta alla grande richiesta: se in media un vaccino da fare privatamente (chi non è in una fascia a rischio è escluso dalla gratuità) costa 25 euro, c’è anche chi già sta attivando le prenotazioni a prezzi superiori, come l’Auxologico, che lo fa pagare 50 euro. Al momento il sito non consente però di portare a termine la prenotazione, per cui l’incertezza prosegue.

In Lombardia nel weekend il problema è esploso: il tema è quello delle gare che la Regione ha attivato per l’acquisizione delle dosi (maggiorate) necessarie. Una serie di offerte troppo basse però ha fatto sì che diversi dei bandi di Aria per l’acquisizione dei vaccini andassero deserti. Risultato: molto tempo prezioso è andato perso e ora i vaccini tardano ad arrivare.

Il sindaco di Milano Beppe Sala e la vice Anna Scavuzzo intendevano comprare dalla Regione dalle tre alle cinquemila dosi per gli impiegati del Comune: «Da Gallera non mi sento tutelato come cittadino lombardo», ha detto il sindaco, mentre Scavuzzo ha parlato di un «voltafaccia di Regione Lombardia» che, dopo settimane di confronto, «ammette di non poter affrontare una vaccinazione massiccia della popolazione perché non ha abbastanza dosi di vaccino», indicando di rivolgersi ai privati.

«Polemica politica ingiustificata e strumentale», ha risposto l’assessore regionale Giulio Gallera, sostenendo che «il vicesindaco Scavuzzo e il Sindaco Sala vogliono dare i vaccini ai dipendenti comunali sani sottraendoli agli anziani, ai malati di tumore e alle donne incinte e tutto questo per ottenere il loro consenso alle elezioni comunali dell’anno prossimo».

L’inciso è che la campagna vaccinale di Regione Lombardia è orientata principalmente alle fasce fragili, da coprire al 75 per cento secondo le indicazioni del ministero della Salute. Ad oggi, Regione Lombardia ha provveduto all’acquisto di 2,5 milioni di dosi, anche se Gallera ha dichiarato che finora ne sono arrivate 1,9 milioni. L’inizio della campagna vaccinale è previsto tra il 15 e il 25 ottobre, con primi destinatari pazienti fragili e le donne in gravidanza, seguiti a novembre dagli over 65, operatori sanitari e bambini fino al sesto anno, infine gli over 60 sani.

«Abbiamo il cento per cento in più di dosi rispetto all’anno scorso», incalzava anche il nuovo dg welfare Marco Trivelli. «Ma i vaccini arrivano con i tempi dell’industria: per metà ottobre le prime consegne, per fine ottobre le altre». Secondo la fondazione Gimbe, comunque non basteranno: «La Lombardia, con le scorte disponibili, raggiunge la copertura del 66,3 per cento della popolazione target per età del vaccino anti-influenzale, inferiore quindi all’obiettivo minimo del 75 per cento».

Ma la Regione insiste: «Puntiamo a coprire almeno il 65 per cento degli anziani, il 90 per cento degli ospiti nelle Rsa, il 90 per cento degli operatori sanitari», ha detto Gallera. Ciò che però l’assessore non dice è che fra gli operatori sanitari sono coperti soltanto quelli del settore pubblico. È una circolare del 17 agosto, infatti, a citare testualmente: «In merito agli operatori sanitari del privato accreditato al momento non è prevista la fornitura di vaccino da parte del SSN ma le aziende devono provvedere autonomamente».

A sollevare il problema Michele Usuelli, medico e consigliere regionale di Più Europa-Radicali, che in proposito ha preparato una mozione da discutere oggi in Consiglio Regionale. L’esclusione dei sanitari del settore accreditato dai vaccini è peraltro una novità assoluta, considerando che fino all’anno scorso era prassi che fosse la Regione stessa, attraverso le Ats, a fornire le vaccinazioni alle suddette strutture, addirittura gratuitamente.

Stavolta no. Non si tratta solo di una discriminazione: considerando che la sanità del privato accreditato in Lombardia eroga il 40 per cento dei servizi, l’idea di non consentire alle strutture di poter vaccinare il proprio personale per una porzione così importante rischia di portare gli ospedali a diventare di nuovo luoghi di propagazione del contagio.

«È compito di Regione Lombardia mettere a disposizione i vaccini per le categorie a rischio, di cui gli operatori sanitari fanno parte», ha dichiarato Usuelli. «Ancora una volta paghiamo un difetto di programmazione: si sapeva da mesi che la prossima sarebbe stata una campagna di vaccinazioni particolarmente delicata e massiccia; perché la Giunta non ha provveduto a ordinare un quantitativo adeguato di vaccinazioni? La sanità lombarda, proprio secondo il modello che il centrodestra ha creato negli ultimi 25 anni, si fonda sulla sostanziale parificazione tra strutture pubbliche e private. Non vaccinare un numero così alto di operatori, oltre a rappresentare una discriminazione intollerabile per la categoria, rischia di mettere in pericolo le migliaia di cittadini che entrano in contatto quotidianamente con queste persone».

Oggi in Consiglio regionale è prevista la discussione della mozione. Stando alle ultime dichiarazioni, però, il tono della giunta regionale non sembra prefigurare alcun cambio di strategia: «se ne dovessero avanzare (di vaccini, ndr) li metteremo a disposizione di altre categorie e sul mercato. Però ciò che abbiamo acquistato coprirà le nostre fasce target», ha detto Gallera. Evidentemente gli operatori sanitari del settore convenzionato non vengono ritenuti bisognosi di protezione quanto quelli del pubblico.

A calcare la mano ieri è arrivato pure il presidente Attilio Fontana: contattato dall’Ansa, alla domanda se i vaccini verranno dati ai medici e infermieri del settore privato, Fontana ha risposto che «il settore privato non compete a noi. Noi (le dosi, ndr) le diamo a tutte le persone che la legge ci impone vengano vaccinate». Insomma, Regione Lombardia si occupa di fare il minimo indispensabile, in contraddizione con quanto fatto fino all’anno scorso: non proprio il l’approccio che medici e infermieri si aspetterebbero. «Se non volete trattarli come eroi, almeno con un minimo di decenza», conclude Usuelli.

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