Cambio di paradigmaIl sottovalutato impatto degli Accordi di Abramo sulla stabilità del Medio Oriente

Con questa intesa, Emirati Arabi Uniti e Bahrain non legano più i loro rapporti con Israele alla questione palestinese. Ma non è l’unica novità sostanziale: per i Paesi arabi è un’assicurazione sul crollo del prezzo del petrolio legato alla pandemia e su un possibile riavvicinamento degli Stati Uniti di Biden all’Iran

AP/LaPresse

Occupati dalla crisi del Covid, e di recente dalle turbolenti elezioni americane, in Europa hanno destato meno attenzione del necessario le rapide e incredibili evoluzioni geopolitiche in corso in Medio Oriente. La firma tra agosto e settembre dei cosiddetti Accordi di Abramo tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain – sotto l’egida degli Stati Uniti – per la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi arabi e lo Stato d’Israele rappresenta un tornante della storia da cui difficilmente si tornerà indietro.

Sebbene il dialogo tra gli emiratini e gli israeliani fosse ormai solo un segreto pubblico, contornato da forme indirette di interazione e partnership economica, la formalizzazione del rapporto apre uno scenario inedito per il futuro economico e politico del Medio Oriente, da cui non si potrà prescindere nel post-Covid.

A nessuno sfugge che un accordo di questo tipo ha almeno altri tre osservatori interessati, nel bene e nel male: l’Arabia Saudita, l’Iran e la Palestina. Sullo sfondo, poi, ci sono l’Europa e la Cina.

Simbolicamente, il primo atto pubblico che ha portato alla sigla degli accordi di Abramo è stato un editoriale di metà giugno dell’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, Yousef al-Otaiba, pubblicato in ebraico sul quotidiano israeliano Yediot Ahronot, a seguito dell’esplicitazione da parte di Benjamin Netanyahu del piano di annessione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

«O è annessione o è normalizzazione», iniziava l’articolo di al-Otaiba, smentendo la tesi più volte usata dal primo ministro d’Israele secondo cui l’annessione non avrebbe messo in pericolo le possibili relazioni con gli Emirati o l’Arabia Saudita. Due mesi dopo quell’editoriale, c’è stato l’annuncio dell’accordo e a metà settembre la stipula in pompa magna a Washington, nelle mani di un raggiante Donald Trump.

Sul tema dell’annessione le due parti continuano a raccontarsi sfumature diverse (per Israele il tema è congelato, per i nuovi interlocutori arabi è archiviato), ma gli accordi abramitici segnano un cambio di paradigma ormai esplicito: Emirati Arabi Uniti e Bahrain, senza obiezioni sostanziali da parte dell’Arabia Saudita, non condizionano più il loro rapporto con Israele alla soluzione della questione palestinese.

Non la accantonano, ma decidono di tenerla separata. I fattori che hanno spinto all’accelerazione sono di natura sia economica che geopolitica. Economicamente parlando, la paralisi globale indotta dalla pandemia ha fatto crollare un prezzo del petrolio già basso e ha pesantemente colpito i settori non-oil più promettenti per gli Emirati: il trasporto aereo, la logistica e il turismo.

Con entrate di bilancio risicate, la transizione verso un’economia della conoscenza e l’attrazione di know how sono obiettivi vitali. La start-up nation, Israele, è il partner ideale per favorire la transizione.

In ambito geopolitico, il nemico del mio nemico è mio amico: la stipula degli Accordi di Abramo nello scorcio finale di vita dell’amministrazione Trump (che i sondaggi davano già per perdente alle elezioni) è una piccola grande polizza assicurativa rispetto a qualsiasi cambiamento di scenario o di riapertura del dialogo con Teheran.

Sul tavolo di quel dialogo, a cui l’amministrazione Biden proverà a tornare (ma senza concessioni eccessive al regime degli ayatollah), ora ci sono anche gli accordi di Abramo da tenere in conto. Non sarà poco.

Emirati Arabi Uniti e Bahrain non saranno gli unici Paesi arabi a normalizzare i propri rapporti con Israele. Il Kuwait e l’Oman potrebbero presto aggiungersi, così come è già avviato il processo di normalizzazione per il Sudan.

È evidente che tutto ruota intorno all’Arabia Saudita, i cui vincoli politici e religiosi per giungere a un rapporto esplicito con Israele sono chiaramente superiori a quelli dei suoi vicini peninsulari. Ma la strada è ormai tracciata, come dimostra l’apertura dello spazio aereo saudita ai voli da Tel Aviv a Dubai. Anche per Riyad la diversificazione industriale ed economica passa per un rapporto con Israele e per la creazione di un mercato regionale privo di barriere politiche e ideologiche.

Non sono tutte rose e fiori, ovviamente. Prima di tutto, la questione palestinese non scompare. Anzi, nuove tensioni sociali potrebbero emergere, se dovesse prevalere una sensazione di tradimento da parte dei propri cugini arabi. Sarà cruciale che la diplomazia intra-araba funzioni e che i palestinesi abbiano un dividendo indiretto dal nuovo scenario.

Se provassero a beneficiare economicamente e politicamente della situazione (magari evitando di opporsi agli accordi di Abramo, come imprudentemente hanno fatto i deputati arabi della Knesset), forse sarebbe più facile. È un tema che sia Israele che i suoi nuovi partner dovranno porsi.

Piecamillo Falasca, di Euro Gulf Information Centre

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