Piano per salvare l’ItaliaDice Calenda che il governo non sa gestire niente, «dovrebbe cacciare Arcuri»

Al festival de Linkiesta, il fondatore di Azione critica l’esecutivo, giudicato incapace e vigliacco, ricorda le su proposte per contenere la pandemia e racconta la sua corsa a sindaco di Roma (primo punto: traffico e rifiuti). Soprattutto, spiega la sua idea di politica: serietà, concretezza e passione. In cerca di alleanze

Il mondo secondo Carlo Calenda, leader di Azione, è fatto di serietà, proposte concrete e pragmatiche. Forse è anche per questo che viene spesso attaccato, a volte sembra un alieno (ha confessato, in questo senso, che sta leggendo il libro di Ignazio Marino, ex sindaco di Roma) ma trova sempre spazio, modo e parole per dire con franchezza quello che pensa. A suo avviso è un atteggiamento che paga, o che pagherà. La politica va fondata anche su questo.

Chiamato a concludere il festival de Linkiesta con un’intervista-chiacchierata insieme al direttore Christian Rocca e a Giuseppe De Bellis, direttore di SkyTg24, non si è tirato indietro e ha snocciolato, su ogni questione, il suo punto di vista.

Prima di tutto, l’Europa: occorre una concentrazione (la Gran Bretagna si è tolta da sola) che si basi sui «quattro Paesi più importanti: Germania, Francia, Italia e Spagna». Un rettangolo politico che, finora, è stato ostacolato «dallo snobismo della Francia, ritrosa a stare insieme al cosiddetto Club Med». Servono politiche comuni e principi comuni, e chi non li accetta, come l’Ungheria di Orban che rifiuta le basi dei diritti umani e civili, «deve accomodarsi fuori».

Su questo punto non ha dubbi: «Quando ero rappresentante dell’Italia, l’ambasciatore ungherese mi ha spiegato bene il loro punto di vista: “Siamo stati a lungo isolati e vedevamo ogni influenza esterna – come quella sovietica – in modo negativo». Ecco, io li capisco: ma in Europa non funziona così, o accetti queste condizioni base o esci». Senza rancori.

Ce ne sono, invece, quando si passa sul terreno delle politiche nazionali italiane e sul modo in cui (non) vengono fatti fruttare i fondi europei. «Sono molto critico», spiega. Da tempo documenta sprechi, inefficienze, ritardi e incapacità di gestione da parte della macchina amministrativa. Ma fa anche proposte: «soltanto il ministro Vincenzo Amendola (Affari Europei) ha accettato di confrontarsi con me».

Una chiusura che rispecchia, a suo avviso, anche gli altri deficit: inesperienza gestionale, «tragica incapacità di governare i flussi» dei finanziamenti e delle spese. Il risultato è che dei 105 miliardi europei finora il 36% non è stato nemmeno speso, mentre altri vengono allocati in fondi inutilizzati, con regole che li rendono inaccessibili e inservibili.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il cronico, terribile ritardo organizzativo anche di fronte alla seconda ondata, le decisioni prese sull’emergenza, il trovarsi sempre impreparati, fino alle figure indecorose di «personaggi come il commissario Domenico Arcuri», il quale «dovrebbe essere cacciato, per la sua arroganza, la retorica insopportabile e l’incapacità espressa. Il governo darebbe un segnale di serietà». Sarebbe forse il primo.

Dal canto suo Calenda qualche suggerimento, anche per quanto riguarda la gestione della crisi da Covid, lo ha fornito. «Il sistema a semafori era nostro. L’idea dei parametri anche. Il problema è che il governo non ha considerato anche la lista di cose da fare che abbiamo fornito durante l’estate».

Il problema non è che il governo non voglia governare, bensì «è che proprio non è capace di governare perché non ha esperienza governativa». E di fronte alla possibilità del confronto con l’opposizione preferiscono quella «di Meloni e Salvini, una vera e propria garanzia per la durata del governo».

Intanto i numeri dei contagi salgono, «e cosa si fa? Una rincorsa mentre la situazione diventa sempre più critica. Gli ospedali sono in crisi, i Pronto Soccorsi sono presi d’assalto: è uno spettacolo indecoroso, come è vergognoso lo scaricabarile tra governo e Regioni. È indegno. Il governo avrebbe dovuto dare direttive e controllare, nei mesi estivi, che venissero eseguite. E le Regioni attuarle. Invece si sono solo fatte quattro risate sui video di Vincenzo De Luca. Solo baggianate, retorica, e zero responsabilità». Il Paese «se fosse serio, se non ci fosse lo spauracchio di Salvini, si arrabbierebbe, no?».

Intanto, ci si prepara alla corsa per il Campidoglio. Cosa farebbe Calenda, se riuscisse a diventare sindaco di Roma? «Un approccio da Impresa 4.0. Farei un’analisi dei problemi trasversali e un’analisi dei problemi dei singoli municipi. Poi stabilirei quali sono emergenze immediate e quali richiedono un lavoro decennale – un doppio mandato. Stabilisco cosa fare, dove prendere i soldi (Roma è una città con una evasione fiscale altissima) e preparerei dei sistemi strutturati per il finanziamento dei progetti. Ci vuole cura, ordine, gestione razionale dei processi. E poi la passione nella campagna».

Ad aiutarlo «c’è un ufficio studi interno ad Azione, con cui progettiamo i piani per le nostre proposte. Poi li sottoponiamo a un sounding board che li analizzi e li critichi». Di sicuro, i primi piani riguarderanno «i trasporti e i rifiuti. Li presenterei fin dalla prima riunione del Consiglio della città».

Il punto, però, è che Roma è una città che vale quanto una Regione, o forse anche di più. Tutti i piani da mettere in campo «devono essere straordinari, perché per risolvere i problemi di città fuori controllo si può solo essere di rottura: io, se sarò sindaco, voglio esserlo con il mandato di ribaltarla».

Il riferimento è diretto: i suoi non alleati del Partito Democratico, che «da quando ho deciso di correre hanno cominciato a criticarmi, ad attaccarmi, anche a livello personale, senza però mai pronunciare la formula “non pensiamo che Calenda sia adatto come sindaco”».

Il problema è che uno come lui, che ha sparigliato le carte e messo a rischio equilibri atavici dà fastidio. Anche se il PD non ha nomi alternativi da proporre: «Esiste, e la rispetto, una ragione politica per non appoggiarmi. Del resto, sono un altro partito. Ma non hanno candidati forti e io, dal mio punto di vista, non tollero l’ipotesi di un candidato incapace messo lì solo per ragioni di equilibrismi governativi».

Se il Pd tituba, Azione ha altri orizzonti e, soprattutto, altri alleati. Uno è PiùEuropa: «Con loro ne parlo spesso: “Ma che senso ha avere due partiti diversi?”, chiedo spesso». Ma vale anche per Base, creatura appena fondata dall’ex segretario generale della FIM CISL: «Non è tempo per think tank, adesso. Perché non uniamo le forze?».

E Renzi? «Gli ho espresso solidarietà per l’inchiesta su Open. In generale ci sentiamo, più spesso di prima, chiacchieriamo. Abbiamo avuto problemi ma adesso sono alle spalle». L’unico vero limite, però, «è l’alleanza con i Cinquestelle al governo. Qui siamo divisi». È proprio su questo punto, del resto, che ha deciso di lasciare il Partito Democratico nel 2019.

In generale «ci sono traiettorie diverse, ognuno segue la sua». E quella di Calenda è quella dell’azione, anche sui social: «Mi prendono in giro perché rispondo su Twitter. Ma sono nati per questo: le persone che commentano i video su Facebook di Salvini, per esempio, non riceveranno mai una risposta. Questo alimenta la paranoia. Io invece mi prendo un’ora al giorno per replicare: cosa succede? Si fa un dialogo, che può non portare voti in più ma di sicuro svelenisce il clima».

È la passione: quella che lo spinge a voler «fondare un’area politica, cosa che nel centrosinistra non si vuole più fare. Invece bisogna andare in televisione, andare per strada, andare a riprendere i voti. Convincere le persone. Lo ha fatto il centrodestra, lo possiamo fare anche noi. Anzi, io sono sicuro che funzionerà. È una certezza, la mia, che mi sostiene anche nei momenti di sconforto (ad esempio quando nei sondaggi ho la stessa popolarità di Di Maio) e mi fa andare avanti».

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