Basta, finiscilaL’insopportabile, contorta e farraginosa nenia di Conte, e noi

Otto mesi dopo l’arrivo del virus, sentiamo ancora gli stessi discorsi, le stesse promesse, le solite fregnacce di una classe dirigente talmente surreale che invece di dimettersi e lasciare il campo a chi è capace si vanta del prima della seconda ondata

Olivier HOSLET / POOL / AFP

C’è un limite a tutto. Risentire otto mesi dopo le stesse identiche fregnacce che Conte and company, compresi l’opposizione e i maledetti virologi, dicevano a marzo è sconfortante oltre ogni umana sopportazione. Per non parlare del commissario Domenico Arcuri che promette nuove mirabolanti forniture di nulla mischiato a niente e della ministra dell’istruzione Lucia Azzolina che ancora non ha capito la differenza tra i test sierologici e i tamponi, e poi del premier che svela nel libro di Bruno Vespa che a Natale ci sarà il vaccino e infine del comitato tecnico-scientifico che ogni volta compare nel suo ruolo epico da deus ex machina ma non per risolvere la tragedia, piuttosto come artificio politico che consente ai Conte boys di scaricare le colpe su qualcun altro.

Per due giorni, in Parlamento si è assistito alla scena surreale di Conte intento a leggere con un’intonazione da cantante confidenziale prima al Senato e poi alla Camera lo stesso testo coinvolgente e appassionante quanto una cartella esattoriale per spiegare al paese un dpcm che tutti sanno essere già superato e da rimpiazzare con un altro decreto urgente del presidente del Consiglio, pare domenica. 

«Basta, finiscila» cantava Flavio Giurato in un formidabile disco del pop italiano degli anni Ottanta come contrappunto alle parole gonfie di retorica e vuote di senso che il suo alter ego pronunciava con presuntuosa e ridicola gravità di stampo diciamo contiano. Basta, finiscila. Finitela. State zitti, sparite, fate entrare gli adulti.

L’Italia affronta un delirio inaudito, subisce un fallimento di leadership senza precedenti, vive una situazione drammatica che solo l’involontario genio comico del ministro Luigi Di Maio poteva trasformare in una grottesca rivendicazione del primato della seconda ondata perché, ha detto senza scoppiare a ridere, gli altri paesi che in un primo momento hanno sottovalutato la pandemia subiscono ancora la forza letale della prima ondata pandemica mentre noi, sapientoni, possiamo vantare di essere già alla seconda, come se esultasse per aver raggiunto la schermata successiva di un videogioco. 

Ci sono i Cinquestelle e Salvini e Meloni con i clic su Rousseau, le magliette di Putin e l’ola per Trump, ma anche i Democratici non sono del tutto impermeabili al ridicolo di questi tempi. Ieri il numero due Andrea Orlando ha detto a Repubblica, come prima risposta a un’intervista che avrebbe dovuto far esplodere il cervello dei fact checker, che era «impossibile pronosticare una crescita così esponenziale». Ma come «impossibile pronosticare», se si parla incessantemente di seconda ondata da marzo? E che vuol dire in italiano (e in aritmetica) «così esponenziale»? Una crescita o è esponenziale o non è esponenziale come una donna è incinta oppure no, non ci si può stupire perché sia così incinta.

Un tempo si diceva che saremmo usciti migliori dalla pandemia, ma al momento c’è da sperare solo di uscirne vivi con una classe dirigente rovinosa e stravagante, anzi così rovinosa e così stravagante, come la nostra.

Come ha suggerito Angela Merkel, in un modo culturalmente incompatibile con la nenia contorta e farraginosa e insopportabile di Giuseppe Conte e dei suoi, siamo anche disposti a limitare le uscite per contenere il virus, lo abbiamo già fatto e lo rifaremo, però gli incapaci, gli aedi e i sorpresi della seconda ondata dovranno andarsene a casa e non farsi vedere più.

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