Spinta gentileEcco come risollevare il turismo nel post pandemia

A fronte di una caduta generalizzata della domanda, la chiave per far rinascere il settore sono gli investimenti. Ognuno vorrà viaggiare a modo suo e soggiornare a modo suo, e il mondo alberghiero necessita di una ristrutturazione del sistema in grado di soddisfare le nuove richieste degli ospiti. Una prima risposta potrebbe essere l’estensione del bonus 110 per cento per le ristrutturazioni

Andreas SOLARO / AFP

È stato il primo a cadere e sarà, presumibilmente, l’ultimo a risalire. Non è un disegno demoniaco, solo che il turismo è un fenomeno di vicinanza sociale, di gente che si muove, che incontra altra gente, e sempre in una situazione relazionale. Il Covid 19 è il suo killer.

In questo momento cruciale, dove non è chiaro il quando e il come ne usciremo, rischiamo di trovare un panorama completamente sconvolto rispetto a un anno fa: quali saranno i nuovi (se nuovi saranno) comportamenti di vacanza? quanti alberghi resteranno? e il mondo dei trasporti, a cominciare da quello aereo, come sarà?

Farsi queste domande sembra superfluo nel momento in cui è in corso una lotta per la sopravvivenza, perciò bisogna avere un doppio passo, guardare all’oggi pensando al domani e, soprattutto, entrare nel merito delle cose, altrimenti si resta, senza risolverlo, nel gorgo del presente. Non ce lo possiamo permettere.

Andiamo con ordine. Vediamo la situazione congiunturale: a settembre alberghi e ristoranti hanno utilizzato 30milioni di ore di cassa integrazione; a ottobre 51 milioni (pari a circa 300mila persone), perciò chi aveva aperto a settembre ha richiuso a ottobre e a novembre va peggio. Nessuno pensa che se ne uscirà rapidamente da questa congiuntura, anche con una situazione epidemiologica migliorata. E l’ultimo segmento a ripartire sarà quello intercontinentale, il più importante per le nostre città d’arte. 

In questi casi non c’è altro che il ristoro, almeno parziale, di quanto perduto. Il governo, con l’ottima intenzione di accelerare l’operatività delle misure, ha decretato aiuti commisurati alla situazione delle aziende rispetto all’anno precedente, ma con limiti (solo capoluoghi di provincia con turismo internazionale superiore a una certa quota) che sarebbe bene modificare, perché molte nostre destinazioni internazionali, per le quali il turismo è vitale, non sono capoluoghi di provincia.

E anche il riferimento al solo mese di aprile, dettato dalla necessità di fare presto, e di agire in maniera automatica, senza particolari istruttorie, potrebbe, a domanda, essere sostituito dalle differenze di fatturato esteso a tutto il 2020. Per altro, le aziende continuano a pagare il TFR anche se le persone sono in cassa integrazione, a rispondere in solido se, ad esempio, le ditte delle pulizie non pagano i contributi ai lavoratori e sappiamo che in questo periodo tutto è sconvolto e molti adempimenti saltano. Qualsiasi cosa adesso è molto complicata.

Tutto è molto più difficile perché, ad esempio, non abbiamo un dato ufficiale su quanti alberghi sono stagionali, quanti sono aperti tutto l’anno e quanti hanno una doppia stagionalità. Quanti sono di proprietà e quanti in strutture in affitto, anche se una stima probabilmente ragionevole, riferisce di una ripartizione rispettivamente del 60/40 per cento. La mancanza di dati statistici non permette di governare il settore come potrebbe essere governato. Dati fuorvianti, inevitabilmente, sortiscono politiche fuorvianti. 

Sull’emergenza i ristori sono necessari, meglio ancora se sono articolati; se sono aderenti in maniera perfetta alla situazione reale del settore e se aiutano esattamente quanti sono stati più colpiti, ma nessun ristoro sarà mai pari all’entità del danno e nessun ristoro potrà restituirci un sistema dell’ospitalità migliore di quello tranciato dall’epidemia. Bisogna pensare ad altre misure che ci restituiscano un sistema ospitale migliore di quello che abbiamo lasciato.

Vediamo allora quali cambiamenti si delineano sul piano dei comportamenti della domanda. Anticipando uno studio di Sociometrica in uscita, si riporta che il 43% degli Italiani dice di non voler partecipare a nessun congresso. La domanda si riferiva ai comportamenti post-epidemia (quando ci sarà), non a quelli di adesso. Cosa ne sarà delle centinaia di sale congressi dei nostri alberghi? Il 33,7% sostiene che cercherà di prendere meno aerei possibile: quando torneremo ai flussi pre-epidemia? solo il 7,9% sostiene che la meta ideale futura sarà una città grande e famosa. Cosa sarà delle nostre città superstar del turismo?

È probabile che il futuro prossimo (non citiamo il pensiero di Keynes sul lungo periodo) sia fatto comunque di numeri più piccoli: meno turisti, meno voli aerei, meno eventi, insomma un panorama dominato dal segno meno. Tutti i cambiamenti hanno spesso una doppia faccia: ci dispiace quello che scompare, ci piace quello che sta arrivando. Diciamo che i cambiamenti sono una sfida. E bisogna essere all’altezza della sfida. Come?

La chiave sono gli investimenti. Le aziende alberghiere italiane, per non parlare delle altre aziende che curano l’indotto turistico, sono fragili sul piano finanziario e friabili nella forma giuridica. Poche sono società di capitale e spesso la patrimonializzazione è bassa, troppo bassa. Detto in altre parole: non sono in grado di sostenere i necessari investimenti (ad esempio, per trasformare le sale congressi in luoghi per il co-working; per aumentare lo spazio medio delle stanze, perché le persone chiederanno più spazio e anche bagni più grandi, insomma quasi dei mini-appartamenti; per utilizzare la domotica e i nuovi materiali), però senza investimenti ci troveremo un sistema ospitale impoverito, inadeguato, perché intanto gli altri, che sono già più avanti, avranno fatto altri investimenti e perciò saremo meno competitivi. Dobbiamo saperlo che la concorrenza tra paesi sarà feroce a fronte di una caduta generalizzata della domanda.

Una prima risposta potrebbe essere l’estensione del bonus 110% anche agli alberghi per le ristrutturazioni e per tutto il resto che la legge già oggi consente. Bisogna però risolvere il problema del finanziamento degli investimenti che non possono essere finanziati con il credito bancario, ma con forme di pagamento a 15/20 anni. La strada è quella dei bond privati garantiti dal soggetto pubblico, in questo momento Cassa Depositi e Prestiti. In sostanza, gli alberghi emettono delle obbligazioni che saranno acquistate dai risparmiatori, i quali lo faranno se ci sarà una garanzia pubblica. La garanzia pubblica dovrebbe essere emessa a fronte dei risultati che si vogliono ottenere.

In questo modo la struttura di preferenza delle garanzie (dare di più a chi progetta gli investimenti più innovativi) in qualche modo delineerà una enorme ristrutturazione del nostro sistema ospitale. Una sorta di “spinta gentile” finanziaria (“nudge”): chi farà le camere più grandi; chi utilizzerà nuovi materiali; chi farà il risparmio energetico; chi cambierà gli arredi (non si fa mai abbastanza attenzione a questo elemento fondamentale); chi attrezzerà piattaforme di co-working, avrà la garanzia pubblica sui suoi investimenti. È il modo per cambiare il nostro sistema d’offerta turistica dal basso, con un rischio condiviso fra pubblico e privato, sostenendo gli ottimisti, quelli che pensano al futuro, quelli che si sintonizzano con il mondo come sarà.

Ci siamo accorti in questi mesi di quanto realmente pesi il turismo: non ci sono solo alberghi e ristoranti, perché senza turismo internazionale i centri delle nostre città sono impoveriti, a cominciare dal commercio; perché il balneare ha salvato intere regioni perché da lì traggono il 90% del fatturato turistico; perché adesso nel dibattito sullo sci vediamo come intere zone vivano praticamente di quello; perché abbiamo capito che il turismo non è folklore, ma imprese, fatturati, talento, professionalità, insomma una cosa seria.

Pensiamo al mondo nuovo che ci prospetta nuove possibilità. Ad esempio, il modello spagnolo mostra oggi grandissimi punti interrogativi (l’iper-edificazione della Costa Brava non sembra oggi il modo migliore di fare il balneare; l’impatto di airbnb su Barcellona è stato devastante). Chi ha pensato cha la Spagna fosse un modello, oggi ha molto su cui riflettere. Tutti i modelli one-size-fits-all, cioè di promozione di un turismo indistinto, sono destinati a declinare, mentre avanzerà una straordinaria personalizzazione del viaggio e del soggiorno.

Ognuno vorrà viaggiare a modo suo e soggiornare a modo suo. Ognuno con la sua psiche: quella di chi si assembra nonostante ogni pericolo e quella di chi vorrebbe vivere in una camera iperbarica, o quasi. Al di là della congiuntura psichica dell’epidemia, andiamo verso un mondo in cui ogni destinazione dovrà avere una sua personalità, proporre un suo modo specifico di vivere il turismo, entrando in consonanza con specifiche caratteristiche degli ospiti, non con tutti, indistintamente.

È un lavoro impegnativo, quello di portare l’Italia a diventare un modello nuovo di turismo, perché alcune cose le abbiamo già nel nostro dna: il campanilismo buono, cioè l’ambizione a essere migliori del vicino; la miriade di piccole destinazioni, ognuna con la sua piccola/grande storia da raccontare; la varietà delle forme di turismo che possiamo generare. Si tratta di vedere oggi questo film, anche nell’ora più nera, e di operare in coerenza con questo disegno. Non è facile, ma le cose di valore non sono mai facili.

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