Mio cuginoL’Italia è una Repubblica fondata sull’amico che ti rivela l’ultima bozza del dpcm

La gente, specialmente se è gente italiana, ha sempre il numero del cognato d’un cugino del portiere di uno potente. Ha sempre quattro gradi di separazione da qualcuno che ne sa. Non si è capito però un dettaglio fondamentale, più controverso delle elezioni americane: fino a quando dura questo castigo?

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse
Persino il cinese che sta alla cassa del posto in cui vado a farmi fare la manicure ha un amico.

Abbiamo tutti un amico, in questo paese di mitomani.

Ieri mi sono affacciata a chiedere se oggi potevo passare a farmi la manicure, perché un’amica mi aveva detto «Guarda che poi chiudono tutto», e lui: fattela adesso, ché domani ci chiudono (sono certa che nel suo italocinese intendesse accentare il “che” causale, e rispetto i suoi desideri).

Sono settimane che abbiamo tutti un amico.

La gente, specialmente se è gente italiana, ha sempre il numero del cognato d’un cugino del portiere di uno potente. Ha sempre quattro gradi di separazione da qualcuno che ne sa.

Caio ha parlato col capo di gabinetto del ministro.

Sempronio conosce un generale della Guardia di finanza.

Mi ha detto che il nuovo lockdown lo annunciano tra il 2 e il 9.

Mi ha detto che ci aspettano novanta giorni di terrore, miseria, e morte.

Mi ha detto che chiudono la Lombardia e il Piemonte, forse anche la Calabria.

Mi ha detto che i parrucchieri sì e le manicure no: corri a farti la tinta, sennò stai con la ricrescita fino a Natale.

Mi ha detto che chiudono i musei, anzi i bar, anzi i maniscalchi.

Oltretutto siamo il paese la cui idea di cultura è ostentare familiarità col programma di Lettere delle scuole medie, per cui a questo punto arrivava sempre qualcuno a dare la botta definitiva ai nostri nervi dicendoci con aria saputa che del doman non v’era certezza.

Abbiamo tutti un amico che ci avvince da giorni raccontandoci che non sono d’accordo su niente, quelli al governo, quella scalcagnata compagnia di giro che ti aspetti da un momento all’altro si metta a cantare «Ma ndo’ vai se la banana non ce l’hai». Che passano le giornate a bisticciare se sia il caso di fare il coprifuoco alle nove o alle dieci, che sembrano genitori montessoriani di bambini che si rifiutano d’andare a dormire a un’ora civile.

Abbiamo tutti un amico che ci ha fornito false piste, come un marito cornificatore che confonda le certezze della povera moglie la quale gli spia il telefono illudendosi d’avere il controllo della situazione. No, stai tranquilla, i parrucchieri non li chiudono; e ora eccoci qui, chiudono tutto e io non mi sono ritoccata la ricrescita del colore, sembrerò una sfollata coi capelli grigi come ad aprile. Anzi, no: Conte, l’amico più amico che c’è, ha origliato la disperazione di noi tutte e nella notte le agenzie battono la sconfitta dell’amico del cinese: restano aperti, potremo farci belle per non andare a cena fuori.

Abbiamo tutti un amico, alcuni hanno Casalino per amico e a quegli alcuni Casalino dice che più che virus in giro c’è isteria, e io sono certa che non sia negazionismo ma filosofia morale: l’isteria è sempre prevalente su tutto, persino sulle pandemie.

La cornuta dell’esempio precedente era il nostro modello comportamentale già da un paio di settimane.

Lei si chiedeva se il marito avesse un’altra, o fosse diventato gay, o avesse una malattia terminale e non volesse infelicitarla dicendoglielo.

Noi stavamo come i panettoni sugli scaffali a gennaio: a chiederci fin quando sarebbe durata. Quando ci avrebbero sbaraccato. Quanto poteva durare la vita quasi normale. Quella in cui ordinavi la spesa sul sito dell’Esselunga, e il giorno dopo te la portavano. Prima ancora del dpcm, quella vita è finita. Nel dubbio, abbiamo ricominciato a fare scorte da guerra come ad aprile (all’italiano puoi prospettargli qualunque disgrazia ma non di restare senza passata di pomodoro), e già lunedì l’Esselunga aveva le consegne esaurite per tutta la settimana.

Poi è arrivato il dpcm, e ci ha detto che, se siamo zona rossa, è finito tutto.

Sono finiti i pranzi al ristorante (quindi devo fare la spesa) e sono finite le manicure (oppure no? Le agenzie notturne dicono dei parrucchieri ma non delle estetiste, dov’è il giornalismo investigativo quando serve), sono finiti gli spostamenti interregionali (ho il dentista a Roma, varrà emergenza? E un’amica che organizza una cena di tartufi a Bologna? Se non è emergenza questa, perdindirindina) e sono finiti i cappuccini al bar (niente cappuccino la mattina e buio alle quattro il pomeriggio: è forse questo l’inferno degli atei?).

Siamo un paese di mitomani, il governo lo sapeva (il governo ci somiglia), e sapeva che ci saremmo intrattenuti con notizie sottobanco e certezze a tre gradi di separazione.

Siamo il paese che s’accinge a una nuova clausura come Fabrizio Corona s’accingeva alla galera, ripensando «ai viaggi, ai soldi, alle centinaia di posti che sono abituato a vedere ogni giorno, alle centinaia di facce che sono abituato a disprezzare». La frase è a pagina 262 di Come ho inventato l’Italia, il memoir che esce la settimana prossima, ma ho aperto un punto a caso: andrebbe bene qualunque passaggio di quello che è il livre de chevet ideale per sessanta milioni di letti di mitomani.

Esattamente come racconterebbe il nostro faro spirituale – peraltro omonimo del virus, Corona: sarà mica un caso – uno le cui manie di grandezza sono più vistose delle nostre ma non dissimili nella loro essenza, a noi qualcuno aveva detto per certo quando, come, chi.

Quel che non ci hanno detto è come si stabilisce il colore. Può mai la Lombardia, la grande regione produttiva, la Milano che non si ferma e tutte le altre amenità, può essere zona rossa tale e quale alla Calabria? Non ci siamo guadagnati una sfumatura che ci distingua? Che non ci faccia sacrificare il cappuccino e la manicure? Che non ci traumatizzi al punto da farci venir voglia di fare battute sul daltonismo? (Mi sto trattenendo, rendetevi conto dello stato dei miei nervi: sono a tanto così dal fare una battuta sulle sfumature di rosso).

E soprattutto, non si è capito un dettaglio fondamentale, più controverso delle elezioni americane: fino a quando dura questo castigo? Ce lo dicono, o dobbiamo come al solito trovarci un cognato di cugino ben informato? Ce la sbrighiamo abbastanza in fretta da non farmi arrivare alla fine della nuova clausura con quelle di cui Rhett diceva a Rossella «son mani da signora, queste?», per favore? Diversamente da lei, non potrei neanche rispondere «La settimana scorsa sono andata a cavallo senza guanti», visto che oltre alle manicure la compagnia di giro ha chiuso pure i maniscalchi.