A pezziUmiliate e offese: le dimore storiche sono il patrimonio da cui ripartire, ma lo Stato le ignora

Dopo lo smacco del decreto Rilancio, non figurano nei Ristori. Secondo il presidente dell’Adsi, Giacomo di Thiene, il governo non coglie l’importanza del loro ruolo per il rilancio dell’economia, del turismo e della vita nei piccoli borghi italiani

da Wikimedia Commons

Sono rimasti fuori dai provvedimenti del recente decreto Ristori. A giugno, il governo aveva ignorato le loro proposte per la ripartenza dei piccoli borghi. Il 2020 dei proprietari di dimore storiche italiani, associati nell’ADSI, non ha brillato. «Si parla tanto di ripartenza, di turismo, ma non abbiamo visto provvedimenti in questa direzione», commenta sconsolato il presidente, Giacomo di Thiene.

L’ultimo colpo è stata proprio l’esclusione dai Ristori: «È pensato solo per chi svolge attività ricettiva in forma d’impresa», spiega. «Non comprende, cioè, chi la esercita restando cittadino privato, magari mettendo a disposizione il proprio patrimonio ereditato». Sono ville storiche, dimore di pregio dall’alto valore artistico e culturale «e proprio per questo ideali per l’attività turistica» – e proprio per questo, continua, «la decisione del governo ci appare assurda e ingiusta».

Non è la classica lamentela di categoria. La questione è ampia e riguarda «l’economia dei territori, il turismo, la possibilità di ripopolare i piccoli borghi, l’idea stessa di futuro». Per di Thiene è un momento decisivo: bisogna scegliere la direzione in cui fare andare il Paese. Bisogna cioè capire se e quanto si vuole investire davvero nell’industria del turismo e nei piccoli borghi – «per ora ci vengono date solo parole» – e poi mettersi al lavoro.

«Parliamoci chiaro», spiega. «I visitatori non torneranno prima del 2022 o, se le cose non vanno bene, del 2023. L’Italia ha tutto il tempo per attrezzarsi in modo efficiente». E cosa deve fare? «Lavorare sui restauri, prima di tutto. Mettere a nuovo il patrimonio artistico e architettonico. Serve un piano serio perché – ma questo non lo dice quasi nessuno – il settore è in crisi. Il 38% delle imprese di restauro sono in chiusura».

Poi? «Ammodernare i servizi. È un concetto ampio, che va dalla costruzione di infrastrutture informatiche di ampia portata», su cui il Paese è già in ritardo, «a lavori sui collegamenti viari, sui trasporti, sulle strade. Certo, questo aspetto richiede più tempo e organizzazione, non saremo mai pronti in un paio di anni. Ma proprio per questo bisogna partire il prima possibile».

Infine, «una promozione turistica dei territori seria», e cioè centralizzata: «Da quando è affidata alle Regioni è un disastro. Noi, che siamo una associazione nazionale, cerchiamo di mostrare compattezza, di dare un’idea univoca. Ma non possiamo essere gli unici».

Oggi l’Italia è «quinta al mondo per turismo». Bene? «No. Negli anni ’70 eravamo i primi. Cosa è successo? Che abbiamo perso un’occasione». A dire il vero, se ne sono perse tante di occasioni, anche di recente. «Con il Decreto Rilancio si è inserito incentivo Ecobonus e sisma-bonus. Giusto, giustissimo. Ma perché non si è pensato a nulla per il restauro?».

È il grande assente – e visto il crollo del numero di aziende rischia di esserlo davvero – dai programmi di incentivi. «Al momento gli unici loro committenti sono i privati, la Chiesa, le fondazioni bancarie». Più o meno come nel Medioevo. Lo Stato non figura. Nemmeno attraverso gli incentivi.

«Sul decreto Ristori, invece, non capisco perché non abbiano pensato alle attività di ricezione condotte da persone fisiche, che non appartengono a codici Ateco». Il sospetto è dietro l’angolo. Forse non pensano che servano i soldi. Forse non apprezzano nemmeno l’idea di concederli ad alcuni soggetti beneficiari. «Mettiamola così: una volta avevo la Maserati. E tu, che non l’avevi, facevi di tutto per averne una. Adesso invece io ho la Maserati, ma tu farai di tutto per rovinarmela. Così nessuno dei due può dire di averla».

Il punto, poco chiaro alla politica, sia di destra che di sinistra, è che il patrimonio «genera ricchezza, attraverso il lavoro e il turismo. E soprattutto, è fisso nel territorio. Non se ne va, non delocalizza: rimane». Ma non importa «I beni culturali, come dice un mio amico restauratore, non votano».

Nonostante lo scarso interesse delle istituzioni, di Thiene fa alcune precisazioni: «Con Franceschini, attuale ministro della Cultura e del Turismo, abbiamo un buon rapporto. Lui stesso ci ha precisato che non esistono beni culturali di serie A e beni culturali di serie B. Noi vogliamo credergli». Il problema, semmai, è che «il Mibact sotto questo aspetto non ha una strategia».

Loro sì: e passa per «il ripristino della legge 512 del 1982. Cioè la deduzione fiscale del 100% delle spese sostenute per la conservazione e il restauro degli immobili. Adesso è al 19% e solo per fasce di reddito», oltre al vincolo dell’apertura al pubblico.

«Il messaggio che non si vuole accettare è che la manutenzione dei beni storici privati non è un interesse proprio. È va a giocare un ruolo per tutta la comunità», per il borgo, il territorio, la città. E insomma, il Paese intero.

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