Turismo dimenticatoIl grande problema delle dimore storiche, escluse dal decreto rilancio

Quasi 15mila tra ville, castelli, rocche, torri e palazzi sono esclusi dai bonus anche se col lockdown hanno perso 1,8 miliardi di euro. Oltre 30mila posti di lavoro sono a rischio, con effetti pesanti sui piccoli comuni e i borghi dove si trovano questi immobili. Pronto il ricorso alla Corte costituzionale per un settore che fattura oltre 270 milioni di euro

(Photo by ANDREAS SOLARO / AFP)

Quasi quindicimila tra ville, castelli, rocche, torri e palazzi sparsi da Nord a Sud. I proprietari degli immobili storici italiani si dicono pronti a ricorrere anche alla Corte Costituzionale contro l’articolo del decreto rilancio che li esclude dalle detrazioni fiscali del sisma ed ecobonus al 110%. «La norma impedisce a determinate categorie catastali di accedere ai bonus, senza introdurre agevolazioni alternative per il patrimonio culturale privato italiano», dice Giacomo di Thiene, presidente dell’Associazione nazionale dimore storiche (Adsi). «Abbiamo fatto delle verifiche, riscontrando un profilo di incostituzionalità. Valuteremo se ricorrere alla Consulta».

Il comma incriminato è 15 bis dell’articolo 119 del decreto rilancio – approvato con la fiducia alla Camera e ora passato al Senato dove, visti i tempi stretti, non potrà essere modificato – che esclude abitazioni di tipo signorile, ville, castelli e palazzi “di eminenti pregi artistici o storici” dal superbonus. Considerati i vincoli delle sovrintendenze che comunque non avrebbero facilmente consentito alle dimore storiche di installare pannelli fotovoltaici o nuove finestre per l’efficienza energetica, l’Adsi aveva proposto in alternativa di alzare il credito di imposta sui lavori di conservazione e restauro dei beni soggetti a vincolo dall’attuale 19% al 100%. Un modo per aiutare un comparto sottoposto a vincoli architettonici e obblighi di manutenzione costosi. E che, al pari del patrimonio pubblico, ha subito gli effetti della crisi Covid, con il tonfo di visite e introiti.

Gli emendamenti al decreto rilancio con il nuovo tax credit, presentati da maggioranza e opposizione, avevano ricevuto anche il parere favorevole del ministero della Cultura. Poi l’articolo 119 è stato riformulato, senza fare distinzioni tra una villa di nuova costruzione al mare e una villa del Seicento, depennando di fatto tutte le norme sulle dimore storiche private.

«Così si offende e si sfregia il patrimonio artistico italiano», dice di Thiene. «Di questi beni ci si ricorda solo quando bisogna realizzare video emozionali, non quando si deve progettare il futuro dell’Italia. Questo era davvero il momento per unire le forze nel turismo, stimolando una virtuosa partnership pubblico-privato». Da una parte, dice il presidente, «scontiamo una certa preclusione ideologica verso il privato da parte di alcuni», dall’altra è soprattutto «una questione di ignoranza su cosa rappresenta il patrimonio culturale privato italiano per la nostra economia. Tutti dicono che dobbiamo ripartire dal turismo, ma bisogna sapere che non lo si fa solo rimettendo a posto gli alberghi».

Delle 14.725 dimore storiche private registrate sul sito “Vincoli in rete” del Mibact, 9.385 (il 64%) hanno una o più attività produttive, tra musei, alberghi, biblioteche, sale per eventi e shooting fotografici. Più della metà si trova in campagna, in comuni sotto i 20mila abitanti. E, nel 29% dei casi, sono situate nei piccoli borghi sotto i 5mila residenti. «Per questi territori, queste strutture sono l’unico elemento di attrazione», dice di Thiene. «Se non ci fosse Villa Caristo, chi andrebbe a visitare Stignano, comune di 1.700 anime in provincia di Reggio Calabria? O ancora, chi va a Maser, in provincia di Treviso, se non per vedere villa Barbaro? C’è un’economia turistica nata intorno a queste case, proprio in quei borghi di cui tutti parlano come esempi di turismo sostenibile».

Attrazioni turistiche che, al pari dei grandi monumenti italiani, sono state piegate dall’emergenza Covid. Con una perdita che la Fondazione Bruno Visentini, attraverso il neonato Osservatorio del patrimonio culturale privato, ha quantificato in 1,8 miliardi di euro e circa 30mila posti di lavoro a rischio.

In Italia, il 17% del patrimonio culturale è di proprietà privata, gestito da eredi delle famiglie o fondazioni. Con picchi in alcune regioni: le famose ville venete, ad esempio, sono private per l’86%. Alcuni ne hanno realizzato sale ricevimenti, altri ristoranti o musei.

Ogni anno 45 milioni di persone visitano le dimore storiche e musei privati, per un fatturato di 272,5 milioni di euro. Numeri paragonabili a quelli dei musei pubblici, che accolgono annualmente circa 49 milioni di visitatori per 2.489 unità, con un fatturato di 294,2 milioni di euro. «È evidente che qualunque politica che miri alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e alla promozione turistica del Paese non può non passare da un confronto con i proprietari di questi beni», dice di Thiene.

Tra i vincoli e gli obblighi di conservazione, tra il 2007 e il 2017 sono stati investiti circa 30 miliardi di euro dai privati per interventi di manutenzione su queste strutture. In media, per ogni dimora storica la spesa è di circa 90mila euro all’anno (considerando che il restauro di un bene vincolato costa il 30% in più in media). I proprietari possono godere una riduzione del 50% su Imu e Tari come compensazione dei maggiori oneri obbligatori per la manutenzione. Ma non tutti negli ultimi anni stanno riuscendo a sostenere le spese, con un calo del 37% stimato fino al 2022. E il conseguente incremento delle vendite agli investitori esteri, che approfittano dei prezzi bassi degli immobili per fare shopping dei beni artistici italiani.

«Andare a incidere sul tax credit per le spese sostenute per la conservazione e il restauro avrebbe significato dare una grande boccata d’ossigeno alle grandi professionalità italiane, come le imprese artigiane d’eccellenza, gli esperti restauratori, i botanici e gli artisti. Avrebbe consentito che a settembre venissero aperti i cantieri di cui tutti parlano», dice di Thiene, ascoltato anche in commissione Cultura del Senato.

«Tutto questo, facendo aumentare la domanda di lavori per il settore, potrebbe far crescere il numero di professionisti e artigiani coinvolti, riducendo di conseguenza il numero di coloro che, a oggi, stanno usufruendo di ammortizzatori sociali». Non a caso, la proposta aveva trovato anche l’appoggio di Vincenzo Basiglio, presidente di Confartigianto Restauro.

Ora, dice di Thiene, «confidiamo con il Mibact di poter inserire una norma nel prossimo decreto di luglio o agosto». Ad oggi, molti dei cantieri di restauro già programmati sono stati sospesi per il calo delle entrate. E quelli in corso stanno riducendo le spese al minimo indispensabile.

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