L’ultima mandrakataQuando siamo innamorati diventiamo tutti pessimi attori, ricorda Gigi Proietti

Nella sua autobiografia, “Tutto sommato. Qualcosa mi ricordo” (Rizzoli) l’attore e showman romano scomparso il 2 novembre a 80 anni, ripercorre, nella memoria e nell’invenzione, le tappe della sua vita e della carriera

Lapresse

La prima sigaretta che ho fumato posso definirla un oggetto di scena. Erano i tempi del Tufello, e c’era una ragazzina della quale ero tanto innamorato. Era carina, con i capelli scuri e gli occhi chiari. La vedevo passare nel cortile insieme alla mamma e la seguivo con lo sguardo da dietro le persiane.

Per lei cantavo in bagno, perché lo sapevo che lì c’era una buona acustica e che, se tenevo la finestra aperta, le parole le sarebbero arrivate chiare. Mi esibivo con la certezza che mi stesse ascoltando, improvvisavo i testi delle canzoni sentite alla radio, fino a quando i miei genitori o mia sorella irrompevano e mettevano fine alla mia serenata buttandomi fuori di peso. In casa avevamo un bagno solo, e non serviva certo per cantare.

Non riuscivo mai a ritrovarmi a tu per tu con lei, perciò sfruttavo ogni occasione per farmi notare. In chiesa, quando le passavo davanti vestito da chierichetto, le piazzavo sempre il piattino della comunione contro il mento, così da obbligarla ad alzare lo sguardo, ma lei abbassava gli occhi e il prete se ne accorgeva.

Un giorno, per farle vedere che oramai ero un uomo fatto e finito, rubai una sigaretta e andai a fumarla insieme a un amico sotto la sua finestra, sperando che mi vedesse dal balcone. Era una recita in piena regola, stavo portando in scena uno dei miei primi personaggi: fumavo facendo larghi gesti, come mi immaginavo facesse un fumatore incallito.

Nel teatro, ma soprattutto nel cinema, dove serve una recitazione naturalistica, spesso per rendere la disinvoltura ci si accende una sigaretta o si tiene un bicchiere di whisky in mano. Ma disinvoltura è un termine che non ho mai ben capito: voler sembrare disinvolto è rischioso. Magari fai il brillante, gesticoli troppo e finisce che ti innaffi con il whisky.

Fatto sta che fra noi ragazzi si faceva di tutto pur di non sembrare impacciati. Non sapevamo che per conquistare una ragazza esisteva un’arma più subdola: la tenerezza. La prima volta che ne sentii parlare ero con un tizio che mi spiegò che lui lo faceva apposta a sembrare impacciato. Aveva un suo metodo geniale che consisteva nel buttarsi il caffè addosso e lasciarsi compatire. Per farlo, però, bisognava essere bravissimi.

Quella della prima sigaretta fu una vera tragedia: la mia bella non si affacciò e la recita si risolse in una tremenda vomitata dietro un cespuglio. Era una sigaretta al mentolo. Posso ancora sentirne l’odore.

La prima cotta senza speranza è forse l’unica scuola di recitazione dalla quale passano tutti, attori e non. Quando ci sforziamo di attirare l’attenzione di qualcuno che ci ignora, facciamo le cose più impensabili e infantili, ci illudiamo di essere seduttori, e invece siamo solo grotteschi, imbranati, involontariamente comici.

Già, ricordarsi tutto, perché tutto prima o poi torna utile. Facile a dirsi, impossibile a farsi, perché la memoria è strana. Io, per esempio, più passano gli anni e più sento farsi vividi i tempi remoti, mentre quelli recenti svaniscono rapidamente. Immagino che capiti a molti, ma è un fenomeno che mi sorprende.

Ricordo particolari minuscoli degli anni Cinquanta – una maniglia, un sapore, i baffi dello zio di un amico – e non so cosa ho fatto l’altro ieri. Sarà l’inizio del rincoglionimento.

Eppure la mia vita di bambino non è stata segnata da traumi, da eventi memorabili. Invidio quelli che possono dire di aver avuto un’infanzia contrastata, che possono magnificare il proprio passato da ribelli, la loro dipendenza da droghe, che ti raccontano di quando hanno contratto una malattia tropicale, che hanno sempre in mente l’elenco delle donne per le quali hanno perso la testa.

E li invidio ancora di più se alla fine di tutte quelle avventure hanno saputo trovare la tanto agognata pace interiore, quelli che leggere Henry Miller gli ha cambiato la vita, quelli che hanno avuto un’epifania e da allora dicono: «Non ho più paura di niente». Io invece, fossi in loro, avrei paura che possa ricapitarmi quello che mi è già successo, perché non saprei come affrontarlo, non so se ne avrei le forze.

Non è facile essere normali, e ci tengo a metterlo nero su bianco. Anche perché la normalità è l’idea più vaga e indefinibile che esista. Cosa vuol dire essere normali? Vuol dire forse essere schiacciati dalla routine? Vivere all’insegna della monotonia? Non direi, sarebbe una definizione troppo riduttiva. Ma adesso mi sto cacciando in un discorso più grande di me. Meglio fare un passo indietro.

 

da “Tutto sommato. Qualcosa mi ricordo”, di Gigi Proietti, Rizzoli, 2013

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