Illusione otticaLa vittoria della presidente filoeuropea non cambierà il destino della Moldavia

Al ballottaggio per le elezioni presidenziali Maia Sandu ha battuto Igor Dodon, vicino al Cremlino. Negli ultimi decenni i vari governi hanno cercato di spostare a est o a ovest il baricentro della nazione. Tutti, però, hanno fallito. Il Paese è troppo povero e problematico per poter entrare a far parte dell’Unione Europea e della Nato e troppo marginale per suscitare un forte appoggio della Russia

Lapresse

Il ballottaggio delle elezioni presidenziali moldave si è concluso con la vittoria di Maia Sandu, la candidata del Partito di Azione e Solidarietà, schierata su posizioni conservatrici ed europeiste. La Sandu ha ottenuto, a scrutinio quasi completato, il 57.7 per cento dei voti mentre il suo rivale Igor Dodon, Capo di Stato uscente e fedele alleato del Cremlino, si è fermato al 42.2 per cento dei consensi. La Moldova, regione di confine dell’ex Unione Sovietica, è uno degli Stati più poveri d’Europa ed è al centro degli interessi contrapposti della Federazione Russa e dell’Unione Europea. Qui si sono alternati, negli ultimi decenni, esecutivi e presidenti europeisti o filorussi che hanno cercato di spostare più a est o a ovest il baricentro della nazione. Tutti, però, hanno fallito. La Moldova continua a essere troppo povera e problematica per poter entrare a far parte dell’Unione Europea e della Nato e troppo marginale per suscitare un forte appoggio della Russia.

La Sandu, che ha già ricoperto l’incarico di Primo ministro, ha ricevuto, nel corso della campagna elettorale, messaggi di supporto dal ministro della Difesa tedesco Annegret Kamp-Karrenbauer e dall’ex Presidente del Consiglio Europeo ed ex premier polacco Donald Tusk. Il Presidente Dodon ha affermato che riconoscerà la vittoria della Sandu se non emergeranno accuse di brogli e persino il presidente russo Vladimir Putin, seppur deluso dalla sconfitta del suo candidato favorito, ha auspicato che in futuro possano esserci buoni rapporti tra la Moldova e la Russia. Sorride, invece, la Romania, che ha stretti legami culturali con la Moldova. I due Paesi condividono la stessa lingua e nei primi anni ’90 si era ipotizzata una possibile unione tra i due Stati. 

A spingere la Sandu verso la vittoria è stato il voto della capitale Chisinau, dove ha ottenuto il 59.7 per cento dei consensi e quello dei tanti moldavi residenti all’estero, che le hanno dato fiducia piena con il 92,8 per cento dei voti in favore. Non bisogna sottovalutare il peso della diaspora: tanti, troppi moldavi sono stati costretti a fuggire all’estero per non soccombere alla fame e all’assenza di una dignitosa prospettiva di vita nel proprio Paese. La pandemia ha aggravato una situazione già disperata e il Prodotto Interno Lordo moldavo dovrebbe contrarsi del 3.1 per cento nel 2020. La popolazione ufficialmente residente nel Paese è stimata in 3.5 milioni di persone ma questo numero, in realtà, è molto più basso a causa dell’emigrazione.

La Transinistria però rimane filorussa
Igor Dodon è stato particolarmente apprezzato in Transnistria, una regione separatista filorussa situata nell’area orientale del Paese, dove ha ottenuto oltre l’85 per cento delle preferenze. Si tratta di un dato significativo. Dodon ha intrattenuto rapporti molto cordiali con la classe politica transnistriana che, a sua volta, è molto vicina alla Russia. Mosca rifornisce la regione di gas naturale a costo zero sin dal 2005, paga pensioni e stipendi dei residenti e offre supporto militare a questo piccolo Stato non riconosciuto.

In Transnistria si insegna solamente il russo e non il romeno e le forze militari locali hanno combattuto violentemente contro l’esercito moldavo nel 1992 per preservare la propria indipendenza. La sconfitta di Dodon potrebbe portare, nel prossimo futuro, a un forte aumento delle tensioni tra Tiraspol (la capitale della Transnistria) e Chisinau. La vicinanza dell’Ucraina, con cui la Moldova confina e che a sua volta è destabilizzata dal conflitto con i separatisti filorussi nel Donbass, non aiuta e rischia di acuire fragilità e problemi già presenti. 

Come sarà la presidenza Sandu
Per Anders Åslund, collaboratore dell’Atlantic Council di Washington, «è un politico onesto e in favore delle riforme e si è battuta per supportare l’affermazione dello stato di diritto in Moldova. La Sandu è riuscita a far coalizzare il fronte riformista e le forze anti-corruzione del Paese ed è una nemica giurata tanto dei socialisti quanto degli oligarchi, che hanno dominato la scena politica moldava sin dall’indipendenza ottenuta nel 1991».

La presidenza della Sandu rischia, però, di rivelarsi irta di ostacoli. La neo-Presidente dovrà coabitare con l’esecutivo guidato da Ion Chicu e formato dal Partito Socialista e dal Partito Democratico. Chicu è considerato un tecnocrate ma è anche l’ex consigliere economico del Presidente Dodon. Un eventuale caduta dell’esecutivo Chicu, già in difficoltà negli ultimi mesi, potrebbe aprire la strada a un collocamento più chiaro e saldo della Moldova in ambito internazionale. Non è detto, però, che ciò avvenga e sino ad allora Chisinau rischia di soccombere alle pulsioni contrapposte della politica nazionale.

Una possibile cooperazione tra le forze europeiste e quello filorusse, che aveva consentito per cinque mesi, nel corso del 2019, la nascita e la sopravvivenza dell’esecutivo Sandu sembra invece da escludere. L’inimicizia tra Mosca e Bruxelles appare troppo forte per essere superata da possibili alleanze politiche trasversali. La Moldova dovrà evitare di trasformarsi in una semplice pedina di uno scontro internazionale tra le parti ed essere in grado di reinventarsi per riuscire a ripartire. 

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