La gestione della pandemia“Prima la salute” non è una dottrina politica, ma una mancanza culturale

L’inettitudine del governo e la sua inadeguatezza di fronte alla pandemia erano palesi fin dall’inizio e si vedono ancora adesso sulla questione dei vaccini

sara-bakhshi, Unsplash
L’inettitudine del governo nella gestione dell’epidemia, e l’incapacità comune di riconoscerla, erano già manifeste nell’adozione dello slogan di presunta saggezza che avrebbe dovuto ispirare l’azione pubblica: “Prima la salute”.
Quell’approccio senza senso, propugnato da amministratori avventizi e avallato da una pubblicistica indicibilmente ottusa, denunciava la spropositata mancanza tecnica e culturale che riduce a cimento medico e sanitario la soluzione politica del problema, come se la manutenzione della fibra civile ed economica del Paese fosse una specie di subordinata anziché la condizione essenziale proprio per la tutela della salute che si pretende prioritaria.
Dire “prima la salute”, infatti, è esattamente come dire “prima la guerra” pensando che governare in tempo di guerra significhi solo produrre armi e mandare uomini al fronte anziché renderla possibile e sostenerla mantenendo viva e produttiva, istruita, informata la popolazione civile, e adeguatamente tutelato il funzionamento del sistema infrastrutturale e amministrativo senza il quale non si vince nessuna guerra e non c’è nessuna salute.
I singoli fatti di malgoverno di cui, pur tardivamente, hanno preso a lamentarsi in tanti davanti alla evidentissima inadeguatezza dell’azione esecutiva in vista della prevedibilissima seconda ondata, sono tutti, nessuno escluso, riconducibili a quell’originario (ma persistente) difetto di prospettiva: credere che la difesa dai bombardamenti si esaurisca nel mandare tutti nei bunker, mentre si tratta di organizzare nel giusto calcolo dei benefici e dei rischi la vita di quelli che comunque non possono andarci perché devono star fuori e lavorare per tenere acceso il Paese.
Il corollario inevitabile di quel difetto di prospettiva è l’assenza di qualsiasi piano strategico rivolto a preparare le condizioni per la salute “di dopo”, una cosa tragicamente sacrificata in omaggio alla salute “prima di tutto”.
E quest’altra lacuna è di strepitosa evidenza ora, a proposito del vaccino, questa realtà trattata a mo’ di condanna o di salvazione secondo che ci sia o no, come un po’ di pioggia nel deserto attesa a naso in su ma senza bacini per raccoglierla e renderla disponibile. E questo quando un’erudizione elementare basta a sapere che nella storia delle epidemie l’eradicazione del virus non dipende dal vaccino, che di per sé non è niente, ma nell’organizzazione dei trasporti, nella predisposizione delle strutture di approvvigionamento e di stoccaggio, nella selezione e istruzione del personale, nella programmazione delle somministrazioni e dei criteri di distribuzione, nell’allestimento dei protocolli di monitoraggio dei vaccinati.
Tutte cose che non riguardano il vaccino in sé considerato – che quando arriva, arriva – ma le condizioni affinché esso possa adempiere a ciò che serve. E, su tutto questo, l’altra cosa che manca e su cui un governo altrimenti verboso nulla dice, probabilmente perché nulla ha da dire siccome nulla ha fatto: l’informazione ai cittadini – ora, non nell’approssimarsi della bolgia – su come, dove, quando, in base a quale documentazione, alla luce di quali avvertenze e secondo quali prescrizioni si potrà accedere alle procedure di vaccinazione.
“Prima la salute” significa, dovrebbe significare, questo: non la contrapposizione del miracolismo vaccinale all’irresponsabilità antipatriottica dei no-vax, magari ancora una volta con il presidio dei verbali secretati.

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