I russi, i russi e gli americani Putin non si congratula con Biden, i suoi oppositori invece sì

Il Cremlino ha accolto in modo molto freddo l’esito delle elezioni, stesso silenzio da Alexandr Lukashenko, che ha definito una «farsa» il processo elettorale statunitense. Alexey Navalny ha invece inviato un tweet di auguri, così come il presidente ucraino Vladimir Zelensky: le geometrie della nuova Amministrazione nei confronti del mondo post-sovietico sono dunque già evidenti

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Vladimir Putin non telefona a Joe Biden. Non gli scrive, non gli manda nemmeno un telegramma. «È prematuro, dobbiamo aspettare il risultato ufficiale dello spoglio», si giustifica il portavoce del Cremlino Dmitriy Peskov, e a chi gli ricorda che nel novembre 2016 il suo principale non si fece scrupoli burocratici, congratulandosi subito con Donald Trump, ricorda che la volta precedente sulle elezioni americane non gravava la prospettiva del riconteggio. Preferisce non ricordare che alla Duma quattro anni fa avevano stappato lo champagne, e che Trump ha trascorso i quattro anni successivi a cercare di lavarsi di dosso l’etichetta di “presidente eletto dai russi”.

Putin non telefona a Joe Biden, in compenso tiene una videoconferenza con Bashar al-Assad (argomento la “catastrofe umanitaria in Siria”, da risolvere “senza ingerenze esterne”) e si intrattiene a lungo per telefono con Recep Tayyip Erdogan, con il quale concorda la creazione di un gruppo di lavoro sul Nagorno-Karabakh. Il messaggio è chiaro: io ho i miei interlocutori, con i quali ci spartiamo il mondo senza bisogno dell’America, e ho intenzione di andare avanti così. E se vi siete ritirati da diversi scacchieri internazionali durante la presidenza Trump, non sarò certo io a richiamarvi indietro.

Anche Alexandr Lukashenko non scrive a Biden, né gli telefona, forse perché non glielo passerebbero, visto che l’Occidente non riconosce le elezioni che l’hanno mantenuto al potere in Belarus. In compenso, lo deride in pubblico, racconta al suo popolo in rivolta «la farsa delle elezioni americane», paragonandola ovviamente alla regolarità del voto bielorusso, che gli assegna l’80% in qualunque condizione, anche quando tutto il Paese scende in piazza contro di lui.

Vladimir Zelensky è invece tra i primi a fare le sue congratulazioni a Joe Biden e Kamala Harris, riempiendo di punti esclamativi un tweet che promette «ottimismo sul rapporto strategico tra l’Ucraina e gli Stati Uniti». I politici ucraini fanno la corsa a postare foto con Biden e applaudire il ritorno dell’America, ma chi tira veramente un sospiro di sollievo è il presidente ucraino, diventato suo malgrado il pretesto per l’impeachment di Trump, che l’ha umiliato e l’ha ricattato con gli aiuti militari in cambio di dossier compromettenti sulla permanenza del figlio di Biden a Kiev. L’ex presidente Petro Poroshenko esulta per l’arrivo alla Casa Bianca di «un presidente che conosce personalmente e a fondo il nostro Paese»: da vice di Obama Biden si era occupato di Ucraina, e durante l’annessione della Crimea e l’invasione del Donbass era stato il sostenitore della linea più dura contro i russi.

Alexey Navalny lancia un tweet di auguri a Biden, e lo scrive in inglese per ricordare a tutto il mondo che in Russia un’elezione libera di cui non si conosce l’esito già un anno prima resta un sogno. Sceglie di non ricordare che la Casa Bianca di Trump è stata l’unico governo occidentale a non aver chiesto a Mosca di indagare l’avvelenamento di Navalny, e per la prima volta è stata l’Unione Europea a lanciare per prima sanzioni contro i responsabili dell’attentato al leader dell’opposizione russa. I propagandisti del Cremlino si affrettano a catalogare un nemico della Russia, un “radicale di sinistra” quanto i democratici americani, che vogliono far precipitare l’America nel caos. In assenza di una posizione ufficiale, i media del regime russo ripetono le narrazioni in stile Steve Bannon, che non a caso aveva molti contatti a Mosca: Biden e Harris consegneranno gli Stati Uniti al “socialismo” (accusa particolarmente commuovente da parte di un Paese, guidato dal suo presidente, che rimpiange ancora l’Unione Sovietica), l’America verrà venduta ai neri, ai musulmani e alle femministe, il Paese è sull’orlo della guerra civile,  Mosca resta l’unica roccaforte dei valori tradizionali che l’Occidente degradato ha cancellato.

Le geometrie della presidenza Biden nei confronti del mondo post-sovietico sono dunque già evidenti. Nella sua agenda ci sono il ripristino del rapporto privilegiato con Kiev, la “Navalny’s List” di sanzioni contro il regime, probabilmente un maggiore impegno a fianco dell’opposizione bielorussa e sicuramente quello a favore dell’opposizione antiputiniana in Russia. Nella sua missione di ripristino della normalità, e dei punti cardinali della politica estera, Biden oggi appare la realizzazione dell’incubo che il Cremlino aveva vissuto quattro anni fa con Hillary Clinton, con in più la necessità di segnare una cesura rispetto alla presidenza precedente, e di ribadire che l’America faro della libertà e dei diritti è tornata. Esattamente il sistema che il putinismo aveva contestato, e con il quale aveva clamorosamente rotto con l’annessione della Crimea nel 2014 e la scommessa su Trump nel 2016. Biden per Mosca è un presidente prevedibilmente scomodo, espressione di un’idea politica e valoriale che il Cremlino considera l’opposto dei propri ideali.

Paradossalmente però, i russi potrebbero aver tifato in segreto Biden, preferendo un nemico prevedibile a un mancato amico totalmente imprevedibile. Trump era stato considerato «uno dei nostri» dagli ultraconservatori russi, e la narrazione di un presidente americano filorusso cui il “deep state” di Washington ha impedito di fare la pace con Putin è stata ripetuta anche da esponenti molto altolocati del sistema russo. Nei fatti però Trump non solo non ha realizzato le speranze segrete del Cremlino – prima tra tutte, il riconoscimento dell’annessione della Crimea, con conseguente cancellazione delle sanzioni – ma ha anche portato le relazioni con la Russia a un centimetro dallo scontro militare diretto, in Siria. Ha lanciato sanzioni a pioggia, ha rotto accordi sul disarmo come il trattato Inf sul bando dei missili a corto e medio raggio (con la scusa che i russi non l’avevano rispettato), e soltanto un paio di settimane prima del voto ha umiliato Vladimir Putin che gli aveva proposto in extremis una proroga senza condizioni dello Start, l’ultimo trattato bilaterale a porre limiti agli arsenali nucleari. Un trattato che la Casa Bianca per mesi si era rifiutata di rinegoziare, per poi cercare di usare Putin – che vorrebbe prorogarlo – come intermediario con Xi Jinping, senza nascondere nemmeno troppo che a Trump interessava coinvolgere nel disarmo strategico la Cina e non più la Russia. Ora un’altra voce urgente nell’agenda di Biden è quella di ripristinare almeno quello che resta dell’impalcatura di sicurezza strategica presa a picconate dal suo predecessore, e Putin è pronto a metterci la firma.

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