Il bunker dei dittatoriLa gara tra Putin e Lukashenko a chi mostra più disprezzo verso la verità (e Conte è complice o ci casca)

L’autocrate bielorusso ha vinto il primo round falsificando le elezioni e falciando l’opposizione sotto gli occhi di mezzo mondo. Ora la palla passa al presidente russo, che si avvale di una vasta cerchia di spietati assistenti e diffonde falsità su Navalny, lost in translation nella telefonata con il nostro premier

«Da qualche parte, sotto terra, è nascosto un bunker segreto, con dentro, c’è una sala giochi per i dittatori. Lo raggiungono attraverso gallerie nascoste, e cominciano a calare le loro carte». «Io ho arrestato mille manifestanti»… «E io ho messo in galera prima delle elezioni tutti i miei concorrenti»… «E io ho avvelenato il mio oppositore principale»… «E io ho buttato fuori dal Paese una tipa arrogante, l’ho ricattata con la vita dei suoi figli»… E il pubblico urla «Che figo che sei!»

Questa distopia raccontata alla TV via cavo russa Dozhd da Mikhail Kozyrev, l’inventore di metà del rock russo, non è tanto una fantasia quanto una realtà. Il “bunker dei dittatori” è quello che colpisce di più in queste ultime settimane in cui gli autocrati post sovietici sembrano fare a gara a chi mostra più disprezzo verso la verità, e verso i propri sudditi e i partner stranieri.

Alexey Navalny «si è ammalato», dice il Cremlino, che non ha aperto nemmeno un’inchiesta su quello che i medici tedeschi e Angela Merkel ritengono «oltre ogni dubbio» un tentativo di avvelenamento con un agente nervino di uso militare. Gli oppositori bielorussi si ritrovano uno dopo l’altro rapiti e rilasciati soltanto al confine, costretti a scegliere tra l’esilio e la prigione da un regime che è arrivato a minacciare la Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich, salvata da un’irruzione di agenti mascherati a casa sua soltanto dall’arrivo dei diplomatici europei che lavorano a Minsk.

Nella partita tra Putin e Lukashenko, il secondo ultimamente sembra accumulare più punti: dalla “intercettazione” del complotto telefonico tra “Mike” e “Nick”, due improbabili “agenti dell’Occidente” che in un doppiaggio in russo che ricorda quelli pirata dei film di Chuck Norris negli anni ’90 lodano “l’osso duro” del presidente bielorusso e annunciano complotti americani contro Putin, all’indimenticabile sbarco con il kalashnikov senza caricatore agitato contro una piazza armata solo di fiori, il “kartoffenfuhrer” bielorusso ruberebbe il pane ai suoi imitatori, se non fosse che la loro apparizione alla TV bielorussa è assolutamente impensabile.

I commentatori si dividono tra le ipotesi di follia, provocazione, delirio di onnipotenza o sottile triplo gioco politico. Nel bunker dei dittatori intanto stanno applaudendo: non solo l’autocrate bielorusso ha fatto il suo gioco, falsificando le elezioni e falciando l’opposizione, ma ha pure preso in giro tutti, sotto gli occhi di mezzo mondo, facendo inghiottire i suoi deliri sulle “intercettazioni” perfino al visibilmente oltraggiato premier russo Mishustin, venuto a trovarlo.

Il round è stato vinto, e ora la palla passa al meno estroverso Vladimir Putin, che però si avvale a differenza del collega bielorusso di una vasta cerchia di assistenti, come un ministro degli Interni che dice che nel caso Navalny «non c’è nulla di criminale», un ministro degli Esteri che rivela che «non si può aprire un’indagine prima di aver capito cosa è successo», un capo dello spionaggio estero che accusa i servizi tedeschi e una capa del canale di propaganda Russia Today che sostiene che il leader dell’opposizione è stato avvelenato da Mikhail Khodorkovskij, ansioso di riprendersi la corona di dissidente russo numero uno.

Chi negli anni ha cercato di cucire addosso al capo del Cremlino la reputazione di un gran maestro degli scacchi geopolitici, resta deluso, quasi spiazzato: perfino a un politico molto meno esperto sarebbero venuti in mente dieci modi meno provocatori di confondere le acque, per esempio, ordinando una grande indagine e mostrandosi il più zelante nel pungolare magistrati e poliziotti.

In Russia però la sola idea di indagare su un uomo che ufficialmente è soltanto “malato” viene associata a una debolezza imperdonabile, al punto che il portavoce della presidenza arriva a smentire un presidente del Consiglio tutt’altro che ostile a Mosca come Giuseppe Conte, sostenendo che ha “frainteso” la telefonata di Putin. Soluzioni di compromesso non fanno guadagnare punti nella sala dei giochi nel bunker, dove viene premiato non solo il risultato, ma il modo più sfacciato e sprezzante di ottenerlo.

Mikhail Kozyrev paragona il club dei dittatori ai “gopnik”, i picciotti, i palestrati adolescenti che terrorizzavano le periferie sovietiche, rubando colbacchi ai passanti (come faceva l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich, fuggito in Russia dalla rivoluzione europeista a Kiev) e vantandosi con i ragazzini di quartiere di aver massacrato di botte il vicino con gli occhiali che aveva osato chiamare la polizia.

Un don Corleone (o un Stalin) preferisce che il suo operato sia avvolto nel silenzio e nel segreto, un “gopnik” deve vantarsi rumorosamente, fa parte del suo modo di conquistarsi seguaci e incutere paura. Esiste fino a che qualcuno sussurra «Che figo!» vedendolo gli altri ragazzi, e soprattutto le ragazze, nascondersi al suo passaggio. E così si rilancia ancora e ancora, sempre più duri, perché in questo mondo accettare il compromesso, il dialogo e il negoziato è da deboli, il vero uomo non deve chiedere mai, al costo di farsi del male da solo.

Certo, un Lukashenko che saltella con il mitra, o un Putin che costringe governatori e ministri a vaccinarsi con il suo vaccino, mentre resta rigorosamente in videoconferenza perché non si fida dei suoi virologi, potrebbero essere una fake news, o un inciampo degli spin doctor. Ma il problema del bunker non sono i giocatori, sono i membri del pubblico che si accalcano intorno al tavolo a urlare «Che figo!» a ogni mossa, per poi imitare i loro eroi.

Basta guardare la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha pubblicato sul suo Facebook la foto del presidente serbo Vucic nell’ufficio di Donald Trump, accanto al mitico fotogramma di Basic Instinct nel quale Sharon Stone accavalla e gambe. In questo modo la signora – volto ufficiale della diplomazia di una delle cinque potenze nucleari con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu – ha voluto insultare il leader di Belgrado per aver avviato un negoziato sul Kosovo.

Il risultato è stata la cancellazione da parte dei serbi di esercitazioni congiunte con i russi e i bielorussi, e un’offesa mortale per l’opinione pubblica del Paese più filorusso d’Europa. In un mondo normale, Zakharova – già celebre per i suoi briefing in toni più adatti al mercato del pesce che all’alta diplomazia – sarebbe stata mandata come quindicesimo consigliere nell’ambasciata più remota dell’Africa. A Mosca, resta al suo posto, ed è la star dei salotti, perché nel rating del bunker umiliare volgarmente un amico fa guadagnare punti e distintivi.

Nella sua rubrica sulla TV Dozhd, Kozyrev si immagina il giorno in cui piangerà di gioia vedendo il bunker dei giochi sprofondare sotto terra. Possibile: i dittatori moderni raramente muoiono nel proprio letto. Ma resteranno i loro seguaci e cortigiani, resterà una parte del popolo, che li applaudiva e voleva diventare figo come loro. Resteranno i poliziotti che hanno picchiato studenti disarmati, e gli agenti del Kgb che hanno minacciato le oppositrici bielorusse con le vite dei loro figli.

Resteranno i giudici che hanno avallato condanne assurde. Gli scrutinatori dei seggi che hanno falsificato le urne, e i sindaci che gli hanno ordinato di farlo. I medici che hanno attribuito un avvelenamento a un “disordine metabolico”, e quelli che hanno inventato, prodotto e distribuito il veleno. I propagandisti e i calunniatori, i troll prezzolati e quelli volontari, i deputati che hanno votato e i funzionari che hanno eseguito. Non solo quelli che si sono formati nel comunismo sovietico e condividono con Putin e Lukashenko la sindrome post traumatica del suo collasso, ma anche quelli molto più giovani, e cinici, senza i postumi della sbornia ideologica, pronti a riciclarsi.

Basta vedere i poliziotti di Minsk darsi nel panico alla fuga quando i manifestanti riescono a strappargli il passamontagna: hanno paura di mostrarsi a volto scoperto, sapendo meglio di chiunque altro che il regime sta vacillando e i giocatori del bunker potrebbe scappare, lasciando la servitù a pagare il conto.

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