La rivoluzione autarchicaIn Rai si litiga sui tagli del personale (non ci saranno) ma la vera lotta è sui collaboratori esterni

Dietro allo scontro su una presunta «riperimetrazione complessiva», comparsa in una lettera inviata dall’Ad Fabrizio Salini alla Commissione di Vigilanza, si nasconde il progetto da parte di alcuni di cristallizzare l’azienda, chiudere alla pubblicità e azzerare i contributi esterni

Fabio Cimaglia / LaPresse

Infuria lo scontro della settimana nel mondo della Rai: questa volta al centro il tema sono i piani di tagli occupazionali da parte del cda guidato da Fabrizio Salini. La polemica è scoppiata dopo la pubblicazione di una sua lettera inviata alla Commissione di vigilanza, dove raccontava le difficoltà di bilancio dell’azienda ed elencava le diverse possibili soluzioni. Tra queste figurava la «riperimetrazione complessiva» della Rai. Il titolo giornalistico è automatico: «posti a rischio». E allo stesso modo è automatica la protesta di chi vuole la testa di Salini. L’azienda si è trovata costretta a chiarire: «Mai preso in considerazione interventi drastici sull’occupazione». Era ovvio, ma non a chi interessa il caos sul servizio pubblico.

Ma, polemiche a parte, cosa c’è di vero? È noto che la Rai si trovi in seria difficoltà dal punto di vista finanziario, dovendo fare i conti con la pandemia, l’innalzamento dei costi di alcune attività, la contrazione pubblicitaria e le chiusure di esercizi che nutrono l’ecosistema dell’azienda.

Una condizione che qualcuno, all’interno e all’esterno dell’azienda, prova ad usare come scusa per indirizzare l’azienda verso una «rivoluzione autarchica»: meno pubblicità, zero produzioni esterne, nessun cambiamento nella composizione delle risorse umane, solo canone e le care vecchie direzioni e strutture cristallizzate nel tempo.

Uno dei temi centrali sembra quello delle risorse umane: 13mila dipendenti sono tanti, anche per una realtà elefantiaca come la Rai. Sono risorse da valorizzare, da formare continuamente e che spesso fanno fatica ad adattarsi a ritmi e formati nuovi. È per questo che il management degli ultimi anni ha cercato di affidarsi a quelle produzioni esterne che aiutavano a rendere più fluido il lavoro, a iniettare idee e strumenti nuovi, oltre che a dare spazio ai talenti migliori.

Una strategia che ora viene contestata dai consiglieri di amministrazione e dai membri della Vigilanza, così come dai sindacati, che festeggiano la nascita della Commissione Appalti, pensata per essere vera e propria spina del fianco di Salini e i suoi.

È un cambio di atteggiamento repentino, soprattutto se ricordiamo che prima dell’estate, dopo un Cda di fine giugno, l’amministratore delegato era stato criticato per aver suggerito di tagliare i compensi eccessivi di alcuni collaboratori esterni. Oggi, invece, di fronte alla timida e obbligata considerazione sulla necessità di accelerare alcuni pensionamenti, le proteste interne montano.

Il sospetto è dietro le dichiarazioni di difesa delle risorse interne, che ha di certo un alto valore simbolico, si nasconda in realtà la fame di posizioni da parte di chi in Rai c’è da sempre e di chi potrebbe entrarci per strade misteriose, privando l’azienda della sua missione fondamentale, quella di rappresentare quel centro industriale e culturale su cui il settore dell’audiovisivo deve poter contare. Una Rai fatta solo di interni è una Rai anche meno aperta alle contaminazioni, alla diversità, all’innovazione.

Questa Rai dai profili autarchici, voluta da pezzi di politica e grumi di potere interni, rischia solo di diminuire ulteriormente le proprie competenze e la propria attività verso il pubblico e verso gli investimenti pubblicitari. Al servizio pubblico radiotelevisivo italiano servirebbero piuttosto altre tre parole: apertura, mercato, equilibrio.