Nonostante lo StatoIl successo economico della Cina si fonda sul capitalismo

Pechino e 14 Paesi della regione Asia-Pacifico hanno firmato un patto che coinvolge oltre due miliardi di persone, comprende un terzo della produzione economica mondiale e prevede la riduzione dei dazi doganali, regole commerciali comuni e catene di distribuzione aperte e collegate. Intanto, dall’altra parte del globo, Stati Uniti ed Europa si interrogano sulle ragioni del miracolo cinese

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La Cina e altri 14 Paesi della regione Asia-Pacifico hanno firmato uno dei più grandi accordi di libero scambio della storia per formare il più esteso blocco commerciale del mondo. L’accordo di libero scambio coinvolge 2,2 miliardi di persone e comprende circa un terzo della produzione economica mondiale. L’accordo riduce i dazi doganali, stabilisce regole commerciali comuni e favorisce catene di distribuzione aperte e collegate. Le singole sezioni riguardano: commercio, servizi, investimenti, e-commerce, telecomunicazioni e diritto d’autore. Il nuovo accordo è noto come Rcep, che sta per Regional Comprehensive Economic Partnership. Oltre alla Cina e alle dieci nazioni dell’Asean (Vietnam, Singapore, Indonesia, Malesia, Thailandia, Filippine, Myanmar, Brunei, Laos e Cambogia), l’accordo comprende anche Giappone, Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda.

L’accordo rappresenta un potente messaggio per il resto del mondo. Mentre i protezionisti hanno preso il sopravvento negli Stati Uniti e i Paesi occidentali sono impegnati in guerre commerciali, la Cina difende l’ideale capitalista del libero scambio. I paesi occidentali ancora non riescono a comprendere le reali ragioni del successo economico della Cina. Più volte i media occidentali utilizzano espressioni come “economia di Stato cinese” o addirittura di “sistema comunista”.

Quando si considera l’ascesa economica della Cina, è importante distinguere chiaramente tra il sistema politico del paese (monopartitico) e il suo sistema economico, che non ha nulla a che fare con il comunismo. Se lo Stato svolge ancora un ruolo così importante, ciò è dovuto principalmente al fatto che, solo pochi decenni fa, l’economia cinese era ancora interamente in mano allo Stato, per poi subire un processo di graduale trasformazione. Inizialmente sono stati introdotti i diritti di proprietà privata e poi una riforma dei prezzi. Negli ultimi decenni si sono susseguite numerose e costanti riforme favorevoli al libero mercato.

Uno dei più grandi errori che i commentatori occidentali compiono è quello di sottovalutare il ruolo del settore privato in Cina. In un working paper del World Economic Forum si afferma che «il settore privato cinese – che ha registrato un’impennata dopo la crisi finanziaria globale – è ora il principale motore della crescita economica della Cina. La combinazione dei numeri 60/70/80/90 è spesso utilizzata per descrivere il contributo del settore privato all’economia cinese: contribuisce al 60% del Pil cinese, è responsabile del 70% dell’innovazione, dell’80% dell’occupazione urbana e fornisce il 90% dei nuovi posti di lavoro. La ricchezza privata è inoltre responsabile del 70% degli investimenti e del 90% delle esportazioni». Oggi il settore privato cinese contribuisce a quasi due terzi della crescita del paese e a nove decimi dei nuovi posti di lavoro, secondo la Federazione dell’industria e del commercio cinese.

È essenziale comprendere le ragioni del successo economico della Cina – e questo vale in particolare per i paesi occidentali. Sembrerebbero esserci due narrazioni che si escludono a vicenda: o l’incredibile successo economico della Cina è il risultato dell’importante ruolo che lo Stato ricopre nell’economia del paese – un punto di vista condiviso da alcuni politici occidentali che vogliono così giustificare le loro richieste per un maggiore controllo statale sulle proprie economie – oppure il successo della Cina è avvenuto «non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato», una frase che l’economista cinese Zhang Weiying ha usato in una conversazione che abbiamo avuto a Pechino nel 2018. Chiunque conosca le vere ragioni del miracolo economico cinese sa bene che anche gli Stati Uniti e l’Europa avrebbero bisogno di meno intervento pubblico, non di uno “Stato imprenditore”. E sa inoltre che il capitalismo non è “il problema”, ma la soluzione ai problemi, non solo in Cina, ma pure negli Stati Uniti e in Europa.

In nessun altro momento della storia dell’umanità sono state così tante le persone che sono sfuggite alla povertà come negli ultimi decenni in Cina. Nel 1980, ben l’88% della popolazione cinese viveva in condizioni di estrema povertà; oggi il dato è meno dell’1%. Non è ancora chiaro se la Cina continuerà sulla via del capitalismo, o se le forze che sostengono un ruolo più forte per lo Stato prenderanno il sopravvento. Questa battaglia tra due filosofie opposte esiste in Cina da decenni – e non è mai stata completamente risolta.

Tuttavia, il nuovo accordo di libero scambio dimostra che i leader cinesi hanno compreso il potere della libertà economica. Un professore con cui ho trascorso molte ore in Cina (conosceva bene gli Stati Uniti perché vi aveva passato parecchio tempo come visiting professor in un’università) un giorno mi ha detto: «Noi cinesi saremo gli ultimi difensori del capitalismo». Ufficialmente, “capitalismo” in Cina (come in Occidente) è una “parolaccia”. Ma il successo della Cina negli ultimi decenni si basa indubbiamente sulla realizzazione di riforme in senso capitalista. Oggi ci sono più miliardari in Cina che in qualsiasi altra parte del mondo, tranne che negli Stati Uniti. La frase con cui Deng Xiaoping ha dato il via alla sua politica di riforme, «Lascia che alcuni si arricchiscano prima», si è realizzata.

Durante i miei viaggi in Cina, nel 2018 e nel 2019, ho tenuto numerose conferenze. Le persone che ho incontrato erano tutte entusiaste dell’idea di diventare dei ricchi imprenditori. Ricordo una conferenza alla Hsbc Business School di Shenzhen, una piccola università. Ho tenuto il mio discorso su come diventare ricchi un venerdì sera. Dei 1.000 studenti iscritti all’università, 850 erano presenti: l’aula magna era pienissima

La conferenza e la discussione sono andate avanti per un paio d’ore. Dubito che un’esperienza del genere mi sarebbe potuta accadere in un’università degli Stati Uniti o europea. Sospetto che negli Stati Uniti e in Europa gli studenti sarebbero stati più interessati a partecipare a una conferenza su come abolire il capitalismo o su quanto la ricchezza sia riprovevole moralmente.

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