Emergenza terrorismoIl rischio dei foreign fighters di ritorno nei Balcani che fanno proseliti in Europa

Le Repubblica balcaniche fuori dall’Unione hanno avuto e continuano ad avere dei problemi nel gestire i combattenti di ritorno perché non hanno norme adeguate per perseguirli. In molti Stati membri ci sono già dei network che crescono e reclutano all’interno del territorio comunitario, come dimostra il caso di Vienna

Pixabay

Dopo gli attentati che hanno colpito di recente Francia e Austria, in Europa è tornato lo spettro di una nuova escalation di violenze di stampo ideologico. Nel giro di pochi mesi si è assistito all’attacco nei pressi della sede di Charlie Hebdo, alla decapitazione del professore Samuel Paty nella periferia di Parigi, all’attentato contro una chiesa a Nizza e in ultimo alla sparatoria nel centro di Vienna. 

Quest’ultimo episodio, così come quello dell’uccisione del professore francese, hanno riportato l’attenzione sulle reti di radicalizzazione e proselitismo attive nei Balcani e nell’area caucasica e sulle loro ramificazione in Europa. A far discutere è stato soprattutto il caso dell’attentatore austriaco: il 20enne Fejzulai Kujtim, nato e cresciuto a Vienna da genitori macedoni, era già stato condannato a 22 mesi di carcere nell’aprile 2019 per aver tentato di recarsi in Siria per unirsi all’Isis, ma era stato scarcerato dopo un anno. 

Dopo l’attentato, gli inquirenti si sono chiesti come avesse fatto il giovane a radicalizzarsi. Una delle ipotesi era che Fejzulai Kujtim, in virtù della sua doppia cittadinanza, si fosse avvicinato all’islam radicale fuori dall’Austria. Il giovane aveva tra l’altro provato ad acquistare munizioni per fucili d’assalto in Slovacchia la scorsa estate, come segnalato dalle autorità di Bratislava alla controparte austriaca. Secondo le indagini, sembra però che il 20enne si fosse radicalizzato in una delle moschee più radicali di Vienna, in cui predicava uno tra i più noti islamisti presenti in Austria. Fejzulai Kujtim avrebbe fatto anche parte di una rete jihadista attiva in diversi Paesi Ue, tra cui la Germania. 

Lo jihadismo nei Balcani
Le origini del giovane e la stessa rotta da lui seguita per cercare di arrivare in Siria e unirsi alle fila dello Stato islamico disegnano un filo rosso che unisce la diaspora balcanica – vecchia e nuova -presente in Europa e le reti jihadiste attive nella regione dei Balcani. Le Repubbliche nate con la dissoluzione della Jugoslavia sono state spesso al centro dell’attenzione mediatica dagli anni Novanta a oggi anche a causa delle reti di proselitismo attive nella regione, percepite a più riprese come un problema per la sicurezza dell’Europa. 

Nel corso della guerra in Jugoslavia, combattenti arabi e turchi giunsero nei Balcani per difendere i fratelli musulmani (una parte dei quali rimase nella regione anche dopo il conflitto) e numerose organizzazioni non governative come la saudita International Islamic Relief Organization o la sudanese Third World Relief Agency crearono dei veri e propri network per la diffusione del salafismo. 

Il tema della radicalizzazione nei Balcani era tornato al centro del dibattito con lo scoppio della guerra in Siria e ancora di più a seguito della sconfitta dello Stato islamico nel marzo del 2019. Dal 2012 in poi, circa 1.700 cittadini di Kosovo, Bosnia-Erzegovina, Nord Macedonia, Albania, Serbia e Montenegro si sono recati in Iraq e Siria per unirsi allo Stato islamico o ad altre milizie jihadiste presenti nell’area, come Jabhat al-Nusra (trasformatasi poi Hayat Tahrir al-Sham e attiva nell’area nord occidentale della Siria).

Secondo i dati pubblicati in uno studio del Combating Terrorism Centre di West Point, i due terzi dei cittadini balcanici partiti per il Siraq erano maschi adulti, mentre il 15 e il 18 per cento era composto rispettivamente da donne e bambini. I numeri sono però maggiori se si considera che i militanti e le donne si sono sposati una volta arrivati in Medio Oriente e hanno avuto lì dei figli. 

In generale, i Paesi balcanici che hanno registrato tassi tra i più alti d’Europa per quanto riguarda la mobilitazione per organizzazioni terroriste jihadiste in rapporto alla popolazione sono stati Kosovo, Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord. Nel corso della guerra contro lo Stato islamico, circa un quarto dei combattenti di origine balcanica ha perso la vita, mentre i restanti – insieme alle donne e ai bambini – si trovano per lo più nelle carceri curde della Siria del nord-est. Alcuni di loro sono invece riusciti a lasciare il teatro di guerra passando solitamente per la Turchia. Questa situazione ha posto il problema per gli Stati balcanici – e non solo – di come gestire i foreign fighters di ritorno e il rimpatrio dei propri cittadini ancora in Siria.  

Le reti in Europa
Come spiega a Linkiesta Matteo Pugliese, esperto di radicalizzazione e Balcani dell’Ispi, «dal punto di vista giuridico USpesso mancano le prove per poterli condannare e non hanno quegli strumenti legali che potrebbero consentire loro di condannare i foreign fighters anche in assenza di un certo tipo di prove». Altro problema che i Paesi balcanici si trovano ad affrontare riguarda l’esiguità dei fondi a disposizione per la lotta al terrorismo e la mancanza di un’intelligence sharing efficace. 

A ciò si aggiunge anche un comportamento ben poco solidale da parte dei Paesi Ue, che tendono a scaricare i combattenti con doppia cittadinanza europea e balcanica sui Paesi dell’est. Questa strategia europea, tuttavia, non allontana realmente dal territorio comunitario lo spettro dello jihadismo. 

«Il confine bosniaco con la Croazia è una delle principali minacce di infiltrazione lungo la rotta balcanica, come dimostra il caso degli attentatori di Parigi e Bruxelles, che si sono infiltrati nel flusso migratorio dalla Grecia usando dei documenti falsi». Tuttavia, la politica di chiusura delle frontiere orientali ha creato nuove sacche fertili per il proselitismo alle porte dell’Europa. «Nel cantone a nord della Bosnia, a maggioranza musulmana, i profughi che tentano di attraversare il confine vivono in condizioni non adeguate e proprio in questi campi potrebbero verificarsi nuovi casi di radicalizzazione».

Come spiega ancora Pugliese, i Balcani sono «un ventre molle in cui si può più facilmente infiltrare il radicalismo a causa della fragilità delle istituzioni, ma non sono la fonte prioritaria di minaccia all’Ue». Secondo il ricercatore, nell’Unione vi sono già dei network di origine balcanica che crescono e reclutano all’interno del territorio comunitario, come dimostra il caso di Vienna, e proprio queste reti già ben strutturate sono il problema da affrontare con maggiore urgenza.

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