CEO e passioneAntonio Civita: network, condivisione e sinergie

Partito da un panino, ha creato un marchio che ha fatto conoscere l’Italia nel mondo, ha fondato l’Accademia del Panino, per raccontare che tra due fette di pane possono stringersi migliaia di storie, anche in tempo di pandemia

Abbiamo immaginato #CopriFuoco sull’onda emotiva seguita alla chiusura alle 23 dei locali. L’abbiamo portato avanti a maggior ragione quando la chiusura è stata anticipata alle 18. Oggi, dopo tante puntate, ci rendiamo conto che ogni protagonista con la sua testimonianza mette un tassello in più per portare alla luce un disegno generale, che ci aiuta a capire meglio la ristorazione e i suoi problemi contingenti. Una riflessione doverosa, da condividere tra colleghi ma anche per rendere i clienti più consapevoli. Andiamo avanti, alle 18 di ogni sera, sul profilo Instagram di Linkiesta.
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Ogni realtà ristorativa ha delle peculiarità ben precise, ed è per questo che le difficoltà che si incontrano sono diverse, a seconda delle tipologia di attività. Dal ristorante stellato, al fast casual, ai fast food. Contesti molto diversificati che richiedono approcci mirati alle varie tematiche. Anche il delivery veste un’accezione diversa per ognuna di queste categorie, che rappresentano mondi eterogenei nel servizio che erogano.

Ma per Antonio Civita, Ceo e titolare, insieme alla moglie Elena Riva di Panino Giusto, anche l’aspetto caratteriale è un’altra componente fondamentale in reazione a questo particolare periodo. L’imprenditore nella sua carriera è partito da zero, ha vissuto parecchie difficoltà nel cammino, che lo hanno fortificato. Per questa ragione vive la situazione attuale come uno stimolo, come un presupposto di cambiamento. Sono stati toccati tutti gli aspetti della vita, personale e lavorativa, e si renderà necessario riconsiderare i modelli di business così come di tante altre cose. Un dramma che può anche insegnare molto, dopo che ci ha fatto vedere con una lente di ingrandimento sia le cose estremamente positive che quelle negative. Tutti questi pensieri nel pieno rispetto della sofferenza e dell’emergenza sanitaria che rimangono di primaria importanza.

È partito da un panino. Da Milano. Ha creato un marchio che ha fatto conoscere l’Italia nel mondo, ha fondato l’Accademia del Panino, ha realizzato un progetto inclusivo per i rifugiati. Tutto da un panino. Un percorso frutto di amore e passione, che hanno reso grande la vision e il progetto.

Iniziato quando stava in coda più di venti minuti per mangiare il panino K2, un innamoramento immediato del brand. Con l’idea chiara che le eccellenze che si possono servire a tavola, possono essere le medesime abbracciate da due fette di pane. Un cibo funzionale, da gustare con le mani e assimilabile, per qualità e materia prima, a piatti veri e propri. Abbiamo in Italia prodotti di inestimabile valore, dai salumi, all’olio, alle verdure, alle carni e il pane … una storia da raccontare ogni giorno. Un modo di mangiare che sarà sempre più attuale, in un futuro più attento alla sostenibilità, alla qualità, al rispetto di persone e animali. Un messaggio di forte impatto.

Ora tutto sembra grigio, nascosto dall’ombra della pandemia e dei suoi effetti.

Ma i valori, quelli sentiti e profondi, che animano l’attività come la vita, rimangono la chiave per superare anche i momenti più complicati. Un’azienda a immagine e somiglianza del mondo di Antonio ed Elena. Un’attività che da valore alle persone, che impiega in ruoli importanti i giovani e da spazio alle donne. Il profitto, l’organizzazione sono importanti quanto la sostenibilità, il rispetto delle persone. Un equilibrio non sempre semplice da trovare, ma necessario perché parte del loro DNA. Per questo è stata così importante la creazione di un’Accademia, perché diviene fondamentale diffondere la cultura, le radici che stanno dietro un meccanismo così virtuoso.

Sempre sulla scia di una visione così positiva ed inclusiva, Civita ci racconta di come per lui sia sempre stato di grande stimolo stare accanto a persone valide, da cui apprendere, imparare. Partendo da questo principio, già durante il primo lockdown, nasce l’idea di unire imprenditori e imprenditrici del mondo della ristorazione per fare fronte comune alla difficile situazione.

Tutto parte da una raccolta fondi, destinati ad aiutare la Croce Rossa e l’ospedale Sacco di Milano nel periodo di emergenza Covid. Poi l’esigenza di rendere l’iniziativa più strutturata. Nasce così l’UBRI, di cui Civita è orgoglioso vicepresidente.

L’Unione dei Brand della Ristorazione Italiana rappresenta imprese che creano valore, riconoscono la loro responsabilità sociale e generano un impatto sociale positivo attraverso il loro operato.

Tre sono i pilastri che animano questa associazione: costruire un network di imprenditori della ristorazione italiana, condividere informazioni ad alto valore, creare sinergie tra gli associati per generare vantaggi concreti. Forse quell’intento di unire le forze che fino ad ora è mancato nel settore, la voglia di dare una voce unica ad una realtà frammentata. Agire bene, mettere in campo tutte le idee per garantire una ripartenza che sia strutturata e capace di far fronte alle nuove necessità. Cercare di creare le condizioni economiche e fiscali affinché le aziende possano nuovamente assumere (ci sarà un’ampia fascia di disoccupazione) e investire nella crescita e nello sviluppo. Una sorta di piano Marshall per la ricostruzione di un settore così fondamentale per il nostro paese.

Sono davvero tanti i messaggi positivi che Civita ci lascia per riflettere, una visione che aiuta a scrollarsi di dosso il pessimismo e regala un forte stimolo. È pragmatico nel dire che le cose accadono e non possiamo farci nulla. Ma la vera differenza la farà la nostra reazione.

Un pragmatismo pregno di umanità e di slancio, che non si ferma alle considerazioni teoriche ma che percorre ogni strada per rendere migliore il futuro che verrà. Che non è tra dieci anni, è domani. E sicuramente l’immagine di tanti “io” che diventano una sola forza per gettare le basi di un nuovo inizio, colora quel grigio che solo per un istante ha offuscato lo sguardo.

Rivedi l’intervista a Antonio Civita