Insieme al Centro EinaudiL’indagine di Intesa Sanpaolo sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani

L’edizione di quest’anno è stata dedicata ai risparmiatori e agli effetti della pandemia. Sono 600 mila le famiglie potenzialmente in difficoltà e una su due è costretta a ricorrere ai risparmi per far fronte alla crisi. Per gli investitori il primo obiettivo resta invece la sicurezza, poi la liquidità e successivamente il rendimento di lungo termine

La sede della Divisione Assicurativa di Intesa Sanpaolo

La crisi sanitaria è diventata una crisi economica profonda, con 600 mila famiglie potenzialmente in difficoltà e una su due costretta a ricorrere ai risparmi per far fronte alla crisi (anche se solo il 10,2% vi attinge in misura significativa). È questo il quadro che emerge dall’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2020 curata dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e dal Centro Einaudi. L’edizione di quest’anno è stata dedicata ai risparmiatori e agli effetti della pandemia.

Secondo lo studio, la pandemia ha fatto esplodere il risparmio precauzionale. I depositi bancari crescono di 126 miliardi nei 12 mesi terminanti in settembre, e la propensione al risparmio si impenna dall’11,8 al 20 per cento del reddito. Le famiglie mettono da parte i risparmi per far fronte agli imprevisti: nel 2020, in quattro casi su cinque il patrimonio è risultato poco intaccato dai prelievi di emergenza. Gli italiani hanno inoltre accumulato sui conti correnti ben 126 miliardi in più presenti nei depositi bancari nei 12 mesi terminanti in settembre.

Se da una parte le famiglie hanno aumentato la riserva di risparmio precauzionale, che si è materializzato nella crescita delle giacenze sui conti correnti, dall’altra parte la pandemia ha congelato i piani di acquisto e di investimento dei privati, aumentando la liquidità. Ma il processo di accelerazione del risparmio precauzionale, pur comprensibile, non dovrebbe durare troppo a lungo, si legge nell’Indagine.

Si tratta di riserve che eccedono il normale tasso di risparmio, che negli ultimi quindici anni è già passato dal 7,3 per cento all’11,8 per cento del reddito (pre-pandemia), in coerenza con l’aumento delle ragioni razionali per risparmiare. Se nel 2021 i due terzi di questa riserva supplementare fossero rimessi in gioco, potrebbero triplicare la capacità di attivazione della ripresa innescata dal primo anno del Recovery Fund e potrebbero rendere realistica la prospettiva di una ripresa.

In termini di aiuti, invece, dallo studio risulta che il 19,4 per cento del campione li ha ricevuti. Si tratta di una quota superiore a quella che è stimata aver perso tutte le entrate (3,1 per cento) e superiore sia alla percentuale di chi ha perso o visto ridursi molto le entrate (15,3 per cento) che a quella di chi ha utilizzato molto i risparmi (10,2 per cento). Per classi di età, gli aiuti hanno riguardato in misura maggiore le persone con meno di 35 e con più di 45 anni, comunque in età lavorativa.

La crisi sanitaria peggiora anche le aspettative. Il saldo tra chi prevede un miglioramento e chi attende invece un peggioramento delle prospettive di reddito nei prossimi 12-18 mesi è negativo e pari al 20 per cento. L’attesa è inoltre pessimistica sull’evoluzione dell’economia generale (–51 per cento), riflettendo un’aspettativa peggiore per il bilancio dell’economia nazionale rispetto al proprio bilancio familiare.

Nel campo imprenditoriale, invece, per gli investitori il primo obiettivo resta la sicurezza, la liquidità al secondo posto e successivamente il rendimento di lungo termine. Si conferma nel 2020 l’avversione al rischio degli italiani, anche a costo di sacrificare il rendimento. Le obbligazioni restano comunque la prima forma di investimento, che soddisfano ancora la maggior parte dei detentori (71,9%), che ne apprezzano l’aspetto della sicurezza del capitale per il rimborso alla pari del capitale investito.

C’è stata anche un lieve assestamento verso il basso delle aspettative pensionistiche. La pensione media attesa scende a 1.182 euro: flette dal 42,4 al 39,9 il saldo netto positivo sulla sufficienza del reddito all’epoca delle pensioni. Rimangono stabili i fondi pensione (12,7 per cento). Il 51,7 per cento degli intervistati si attende di ritirarsi in pensione tra i 66 e i 70 anni di età. Il 37,2 per cento si attende invece di ritirarsi nella fascia tra i 60 e i 65 anni.

Infine, dallo studio emerge che gli intervistati che giudicano positiva l’esperienza europea sono il 67%. I giudizi sull’Europa e sull’euro dipendono dall’informazione sull’Europa: incrociando il tasso di informazione con il giudizio sintetico sull’Europa si ottengono 4 gruppi di intervistati: il 44 per cento di “entusiasti” (informati che danno giudizi superiori alla media); il 23 per cento di “conformati” (meno informati e con giudizio positivo); il 19 per cento di “disinteressati” (non informati con giudizio negativo) e infine solo il 14 per cento di “scettici” (che danno giudizio negativo, pur dichiarandosi informati).

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