Bonus economy La confusa legge di bilancio approvata dalla maggioranza giallorossa

Il governo ha incassato il sì di Montecitorio alla finanziaria grazie a un maxiemendamento di oltre 1.100 commi che contiene un mucchio di mini-finanziamenti e micronorme spesso stravaganti. Ci sono 100 misure con importi sotto i 5 milioni di euro e tre grandi assi: risorse per la famiglia, per il lavoro e per la sanità

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La maggioranza ha incassato il sì di Montecitorio alla blindatura della legge di bilancio: un maxiemendamento con oltre 1.100 commi, risultato di un restyling generoso (4 miliardi e mezzo per il solo 2021) e un po’ confuso. La manovra contiene quindi, per esempio, la proroga del superbonus al 110% fino al 30 giugno e il rinvio di un anno della sugar tax. 

Oltre a un mucchio di mini-finanziamenti e micronorme talvolta anche stravaganti, benché innocue dal punto di vista macroeconomico, sono oltre 100 le misure con importi sotto i 5 milioni per sussidiare, tra le altre cose, le celebrazioni dei presepi, i voucher per gli occhiali e il bonus per gli chef. Lo stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha ammesso, pur difendendo la legge di bilancio, che «alcuni emendamenti non li avrei fatti, sono troppo settoriali e specifici». Del resto il passaggio parlamentare della manovra comporta sempre una sorta di assalto alla diligenza. 

Ma al di là dei bonus, la legge di bilancio 2021 ha una struttura indefinita, e l’aveva anche prima della pioggia di emendamenti. Nella manovra da 40 miliardi si intrecciano in modo disordinato misure ancora emergenziali per far fronte alla seconda ondata (e a un’eventuale terza), elementi di interventi strutturali e indicazioni di massima sull’utilizzo dei fondi europei. Una confusione che non infonde troppa fiducia, a pochi mesi dall’arrivo della prima tranche del Next Generation EU.

Tra le misure in continuità con i decreti introdotti da marzo a novembre spicca il pacchetto anticrisi a sostegno del mercato del lavoro: altre 12 settimane di cassa integrazione con causale Covid e, in alternativa, la possibilità per i datori di lavoro di beneficiare dell’esonero dai contributi. 

In un periodo in cui le attivazioni e le trasformazioni a tempo indeterminato sono sfavorite dalla crisi, il determinato è sempre meglio di niente: ecco quindi un’ulteriore estensione alla possibilità di rinnovare o prorogare i contratti a termine, confidando magari in una stabilizzazione successiva. Viene inoltre prolungato il blocco dei licenziamenti fino al 31 marzo 2021, unico paese in Europa a farlo. 

L’intento del pacchetto-lavoro è chiaro: congelare la situazione occupazionale attuale per scongiurare una strage di posti di lavoro, nella speranza che una volta fuori dal Covid non restino troppe macerie. Ma non fa i conti con il fatto che difficilmente le imprese flagellate dalla pandemia potranno riassorbire tutta la forza lavoro in panchina. 

E la cassa tiene le persone indissolubilmente legate all’azienda di origine, invece di attivarle nella ricerca di un nuovo lavoro, magari in quei settori che sono stati avvantaggiati dalla crisi. Il rischio è di sussidiare aziende-zombie, che operano in mercati che probabilmente saranno sconvolti per sempre dal virus. 

Ci si chiede se non sarebbe meglio dirottare le risorse sui percorsi utili per mettere in comunicazione l’offerta con la domanda di lavoro esistente, rafforzando di pari passo il trattamento di disoccupazione. In molti casi si tratterà di transizioni non facili, in alcuni casi saranno necessari incentivi per favorire le assunzioni, ma sarebbe forse preferibile a un lunghissimo letargo con poche speranze di risalita. 

Un segnale positivo, anche se parziale, viene però dall’istituzione dell’Iscro, la prima cassa integrazione per le partite Iva nella storia del paese, che copre una vistosa falla del nostro sistema di protezione sociale. Per il momento si tratta di un ammortizzatore sociale contenuto: da 250 a 800 euro al mese per sei mesi, che andrà alle piccole partite Iva che hanno dimezzato il proprio reddito.

Mai come quest’anno è emersa l’importanza di un sistema sanitario in salute. A esso la manovra destina per il 2021 circa 2 miliardi e mezzo, parte dei quali confluiranno in un fondo per l’acquisto di vaccini e farmaci. La campagna di vaccinazione richiederà inoltre l’assunzione di migliaia di medici e infermieri, per cui sono stati previsti 650 milioni.   

Le misure più rilevanti dal punto di vista finanziario sono però quelle a favore delle famiglie. Da un lato, si rifinanzia con 3 miliardi per il 2021 il “Fondo assegno universale e servizi alla famiglia” e, dall’altro, viene istituito un ulteriore fondo per la riforma fiscale. Il nuovo fondo è dotato di risorse pari a 8 miliardi nel 2022 e a 7 miliardi dal 2023 e la maggior parte sono indirizzate al finanziamento dell’assegno unico per i figli a carico. 

Che è in effetti la migliore speranza di sano riformismo contenuta nella legge di bilancio, mettendo fine alla confusione e iniquità del sistema odierno di aiuti alle famiglie; mentre i contorni di una riforma del sistema fiscale sono ancora da definire. E i punti deboli del nostro fisco (in particolare le tante eccezioni alla progressività) per ora non sembrano essere stati messi a fuoco. A queste misure si aggiungono quelle volte a stabilizzare il bonus 100 euro per i lavoratori dipendenti, a ricaricare il reddito di cittadinanza, l’assegno di natalità e il congedo di paternità. 

Come non citare poi i 3 miliardi per gli incentivi ai pagamenti elettronici contro l’evasione fiscale, tra cui il cashback, che nella sua versione natalizia sta tenendo più di 5 milioni di italiani incollati agli smartphone (con il rischio che le coperture non siano sufficienti a pagare tutti i rimborsi). 

Forse c’era da aspettarselo. Con l’emergenza sanitaria ancora in corso, per non parlare della peggiore crisi dal secondo Dopoguerra, la società e l’economia italiana chiedono di essere protette più che di guardare al futuro. E così anche questa manovra mette in campo una serie di misure – alcune positive, altre meno – per serrare i ranghi contro il virus e le sue varianti e preparare timidamente il terreno per il post pandemia. Mentre il rilancio della crescita è rinviato sostanzialmente a domani, quando diventeranno operativi – dopo l’approvazione di tanti decreti attuativi – ambiziosi piani di investimento infrastrutturale, ambientale e sociale, con il patrocinio della Commissione europea. Bene, ma non benissimo, soprattutto se contiamo che è già stato annunciato un nuovo scostamento di bilancio a gennaio. E che ancora una volta (come succede ormai da tre anni) il testo della manovra, pieno zeppo di modifiche, arriverà in Senato il 28 dicembre, a soli tre giorni dall’esercizio provvisorio. 

Non il miglior segnale possibile per un paese che deve, da un lato, aiutare le categorie più colpite dalla crisi e, dall’altro, affrontare cambiamenti strutturali sia nella pubblica amministrazione che nel sistema produttivo. E certamente non un buon segnale guardando ai 209 miliardi del Recovery Fund che ci aspettano.

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