Superare il declinoBiden dovrà affrontare la perdita di influenza americana nel Mediterraneo

Negli ultimi anni Washington ha smesso di essere un protagonista in una regione non secondaria del globo, dove un tempo dominava. Oggi al largo delle coste libiche, egiziane e turche, si sta sviluppando una battaglia feroce sulle fonti energetiche, in assenza della Casa Bianca

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Se Joe Biden chiedesse un domani al suo nuovo Segretario di Stato di tracciare una linea dallo stretto dei Dardanelli sino al Marocco e gli chiedesse quanto contano gli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale e meridionale, Antony Blinken dovrebbe abbassare gli occhi e rispondergli: «Nulla, al di fuori dell’alleanza con Israele e un buon rapporto con Tunisia e Marocco…».

Il disagio di Blinken sarebbe ben motivato, perché quando era National Security Advisor dell’allora vice presidente Biden, egli condivise con il Segretario di Stato Hillary Clinton due decisioni politiche che hanno contribuito a cedere questa non secondaria area del globo all’egemonia geopolitica e militare della Russia e della Turchia.

Il primo errore di Barack Obama, Blinken e Clinton si è sviluppato in due fasi: la prima risale alla decisione americana del 2011 di abbattere il regime di Mu’ammar Gheddafi spingendo le Nazioni Unite ad avvallarla e inviando l’aviazione statunitense a bombardare Tripoli. Il disastro che ne è seguito è noto.

La seconda fase, incomprensibile, segue alla clamorosa uccisione a Bengasi l’11 settembre 2012 dell’ambasciatore americano Christopher Stevens, che spinse la Clinton e Blinken ad abbandonare ogni intervento della crisi libica e a delegarne il controllo a una Europa più inconcludente che mai.

Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti: la Libia è divisa in due aree di influenza politica e militare: la Tripolitania è diventata uno stretto protettorato della Turchia, mentre la Cirenaica è sotto l’influenza di una Russia che ha peraltro stretto intensissimi rapporti politico-militari con l’Egitto di al Sisi. Una egemonia russa che è ben vista dalla Francia di Emmanuel Macron in una rinverdita strategia neogollista (in contrasto con gli alleati europei, Italia in testa).

Quanto alla Siria, Blinken condivise in pieno nel 2013 la linea di Obama e del neo Segretario di Stato John Kerry non solo di non intervenire boots on the ground (scelta peraltro legittima) ma di fare una precipitosa e incomprensibile marcia indietro rispetto alla promessa dello stesso Obama di punire Assad per l’uso di armi chimiche contro i civili.

Quando a fine agosto 2013 i bombardieri francesi e americani già rullavano sulla pista per bombardare le milizie di Assad, una volta constatato che il dittatore siriano aveva bombardato con armi chimiche il quartiere di Damasco di Ghūta, Obama, Kerry e Blinken fecero una precipitosa marcia indietro e si inventarono un disarmo chimico della Siria delegato all’Onu. Fu una farsa (ancora oggi Assad usa armi chimiche) che diede però un chiaro e inequivocabile segnale: gli Stati Uniti si ritiravano del tutto dalla crisi siriana.

Natura non facit saltus, in Siria come in Libia, e il vuoto d’iniziativa americano fu via via riempito da un massiccio sbarco di un grande contingente russo nei porti siriani di Latakia e Tartus in appoggio al regime di Assad, da un massiccio impiego della aviazione russa contro i ribelli siriani, dall’arrivo di un esercito di 50mila uomini di Pasdaran iraniani agli ordini di Ghassem Suleimani e dallo sfondamento della frontiera settentrionale della Siria da parte della Turchia.

L’assenteismo americano nel Mediterraneo orientale e meridionale (proseguito da Donald Trump) ha così permesso alla Russia di impiantare una formidabile rete militare nel Mediterraneo. Oltre alle roccaforti siriane, e al solido impianto militare in Cirenaica, Vladimir Putin è infatti riuscito con facilità a soppiantare gli statunitensi in Egitto, vendendo ad Abdel Fattah al Sisi armamenti per ben tre miliardi di dollari (tra l’altro un intera flotta di jet Sukhoi Su-35) e persino a fornire alla Turchia (membro della Nato) per 2,5 miliardi di dollari il sistema missilistico antiaereo S-400, calibrato per contrastare e abbattere proprio i sistemi aerei offensivi americani!

Ma la espansione neo ottomana della Turchia di Recep Erdogan, che elimina di fatto, in pieno e contrattato concorso con la Russia, l’influenza americana nel sud del Mediterraneo, non si limita ovviamente alla Siria e alla Libia. Erdogan ha infatti vinto sul piano militare la guerra in Nagorno Karabakh a pieno vantaggio dell’alleato turcofono Azerbaigian e sta soprattutto sviluppando una sua acerrima battaglia per il controllo degli immensi nuovi giacimenti metaniferi del Mediterraneo Orientale.

Il decisivo appoggio militare turco al governo di Tripoli di Fayez al Serraj (allora sull’orlo di una disastrosa sconfitta) è stato infatti “ripagato” da quest’ultimo nel novembre del 2019 con un accordo su una Zona Economica Esclusiva che va dalle coste della Libia a quelle della Turchia, ovviamente confliggente con le Zone Economiche Esclusive legittimamente rivendicate da Grecia, Cipro, Israele, Italia ed Egitto.

In questa area si trovano immensi nuovi giacimenti metaniferi, denominati Aphrodite, Glaucus e Calipsus, che possono trasformare le nazioni che li sfruttano da importatori, a massicci esportatori di energia, un vero e proprio sovvertimento geopolitico.

Si è così aperta una accesissima crisi per lo sfruttamento di questi immensi giacimenti metaniferi che coinvolge tutte le nazioni rivierasche del Mediterraneo meridionale e orientale, alle quali si è aggiunta la Francia di Emmanuel Macron, in aspra funzione anti turca.

Una crisi dalla quale gli Stati Uniti di Biden e Blinken sono e saranno totalmente assenti. Non si può quindi che rimarcare il fatto che si sta sviluppando una battaglia feroce sulle strategiche fonti energetiche nel Mediterraneo, regione cruciale, un tempo dominio incontrastato americano, oggi ampiamente infiltrata dalla Russia, in assenza totale non solo delle Major americane, ma dello stesso governo di Washington.

Ulteriore sintomo della voluta decadenza degli Stati Uniti da governo egemonico del pianeta, quadrante per quadrante. Un depotenziamento del dominio planetario degli Stati Uniti che Biden e Blinken dovranno decidere se accettare, in continuità con Obama e Trump, o ribaltare. Ma, in ogni caso, non si vede come.