Punto di partenzaPerché la guerra in Nagorno Karabakh poteva essere evitata

Per risolvere il conflitto, nell’ultimo quarto di secolo sul tavolo dei negoziati si è più volte arrivati vicini a quella che sembra la soluzione attuale. Ma la diplomazia ha colpevolmente fallito e i fautori della guerra hanno sacrificato cinicamente un grande numero di vite umane

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Che l’Armenia non fosse in grado di difendere da sola con le proprie forze le conquiste territoriali di inizio anni Novanta era il segreto di Pulcinella. È la Russia il garante della sicurezza armena. Sono infatti i soldati russi che presidiano la frontiera sigillata fra Armenia e Turchia così come è russa l’unica base militare “straniera” presente sul suolo armeno.

Per anni i politici di Yerevan si sono trastullati nell’idea di poter continuare con lo status quo in Nagorno Karabakh facendo finta di non vedere che le sorti di questa Terra di Nessuno passavano comunque dal Cremlino. Tutto fila liscio se gli interessi strategici e geopolitici di due alleati coincidono. Il problema sorge quando questi divergono. E se per l’Armenia l’Azerbaijan è l’arcinemico da combattere, per Putin è un partner da adescare, oltre che un ottimo cliente per quanto riguarda l’acquisto di armi, e non un nemico da punire.

Nella logica di Mosca, quindi, bisognava trovare il modo di soddisfare almeno in parte le richieste sempre più insistenti di Ilham Aliyev, l’autocrate di Baku, alle prese con una situazione economica compromessa per la caduta dei prezzi di gas e petrolio, le uniche vere risorse di bilancio del paese. La diplomazia russa ci aveva già provato nell’aprile del 2016 dopo la recrudescenza più significativa del conflitto dal 1994. Allora era stato Lavrov, ministro degli Esteri russo, a proporre un piano di pace imperniato sulla restituzione all’Azerbaijan di alcune delle province occupate che circondano il Nagorno Karabakh. Tentativo andato a vuoto per l’ostinazione degli oltranzisti armeni.

La situazione sul terreno che si è sviluppata dopo lo scoppio della guerra a fine settembre sembra spingersi oltre il piano di pace proposto dalla Russia quattro anni e molti elementi, anche se non tutti, ricalcano il piano abortito vent’anni fa a Key West, in Florida, per il quale c’era l’accordo informale delle parti secondo le voci che circolavano a quell’epoca. Quel piano fallì come fallì quello che si sussurrava fosse pronto anche nel 1999 quando un commando armato di oltranzisti fece irruzione nel parlamento armeno ammazzando il primo ministro e il presidente della camera. La bozza di Key West prevedeva la restituzione delle province occupate all’Azerbaijan e il mantenimento da parte armena del controllo del Nagorno Karabakh in cambio di una striscia di territorio armeno confinante con l’Iran che sarebbe passato a Baku consentendo il collegamento terrestre diretto fra l’Azerbaijan e la sua provincia più occidentale, il Nakhichevan.

La storia dello spazio post-sovietico ci insegna che gli accordi di cessate il fuoco si cristallizzano in piani di pace. Anche se le linee di quello entrato in vigore martedì scorso non sono ancora nitide è già possibile tirare alcune conclusioni.

In primo luogo si stringe la presa russa sul Caucaso meridionale con il dispiegamento nella regione di 2000 peacekeepers dell’armata rossa per almeno cinque anni, che una volta insediati sarà difficile fare sloggiare. In secondo luogo l’uomo forte dell’Azerbaijan Ilham Aliyev sarà glorificato per gli anni a venire dopo avere vendicato le sconfitte del padre e portato in dote e mostrato trionfalmente al suo popolo perfino lo scalpo di Shusha, la seconda città del Nagorno Karabakh. In terzo luogo il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, che Putin non ha mai gradito, è alla corde e rischia il posto. Se cadesse finirebbe la rivoluzione di velluto e si interromperebbe la stagione delle riforme democratiche con il ritorno al potere della vecchia guardia e la restaurazione di una democratura e di un oligopolio economico. In quarto luogo anche Erdoğan, che a mio avviso durante questa crisi ha più abbaiato che morso, ha ottenuto il suo momento di gloria con l’apertura di un centro di monitoraggio congiunto russo-turco del cessate il fuoco.

Da ultimo l’Unione europea che ancora una volta non è pervenuta. La Francia, che avrebbe potuto e dovuto rappresentarla con una posizione comune e bilanciata nella presidenza del gruppo di Minsk incaricata di gestire il processo di pace ha finito col rappresentare solo le posizioni della diaspora armena di casa propria.

Ultimissima considerazione, per me la più importante e amarissima. Quando si avrà il conto esatto del numero delle vittime, non meno di 5000, ci si renderà conto della follia di una guerra che avrebbe potuto e dovuto essere evitata e risolta al tavolo negoziale.

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