Banche e CovidLa pandemia ha accelerato la crisi di San Marino

La piccola repubblica, a lungo paradiso fiscale molto criticato dall’Italia, oggi è in difficoltà finanziarie, ha scarsa liquidità ed è stata costretta a chiedere prestiti a brevissimo termine per pagare gli stipendi. Il coronavirus ha peggiorato le cose, anche perché la città-Stato non è membro dell’Unione europea e non può beneficiare del Recovery fund

Afp

Niente cenone di Capodanno. La repubblica di San Marino ha fatto marcia indietro dopo che il decreto di Natale aveva scatenato pesanti polemiche in Italia, chiusa per lockdown. Tra titoli di giornali e sbigottimento nei palazzi romani, improvvisamente il resto della Penisola sembrava essersi accorto dell’enclave straniera tra Marche ed Emilia-Romagna. In realtà la gestione della pandemia è solo l’ultimo dei problemi, cronologicamente parlando, tra l’Italia e la città-Stato.

Un tempo paradiso fiscale, la piccola Repubblica si è faticosamente messa in regola, ma è entrata in grande difficoltà economica, tra banche fallite ed emergenza liquidità. Oggi per la prima volta ha dovuto chiedere soldi all’estero, anche per pagare gli stipendi. E affronta una grave crisi che rischia di minacciarne il futuro. Con il permesso ai festeggiamenti natalizi, i rapporti tra i due Paesi rischiavano di incrinarsi. Anche per questo il governo del Titano ha deciso di «armonizzare» le misure avvicinandosi a quelle di Roma, che tra l’altro fornirà i vaccini anti-Covid ai nove castelli sammarinesi.

«Serve un piano di riforme strategiche per capire dove vogliamo andare», racconta Matteo Ciacci, che è stato uno dei capitani reggenti del Paese, 30 anni, il più giovane Capo di Stato in carica nel 2018. Oggi è il segretario di Libera, il principale partito di opposizione, area centrosinistra.  Al telefono con Linkiesta non nasconde la sua preoccupazione: «Rischiamo di entrare in una spirale di indebitamento che comprometterà la sovranità e l’esistenza stessa di San Marino».

L’indipendenza della Repubblica è stata difesa nei secoli, da quando i balestrieri presidiavano la rocca. Due i tentativi di annessione sventati, molti gli attestati di stima. In segno di amicizia, Napoleone offrì alla Repubblica l’estensione del territorio fino al mare. Alle pendici del Titano ha trovato asilo Giuseppe Garibaldi in fuga dagli austriaci. E durante la seconda guerra mondiale sono stati accolti centomila sfollati italiani. Oggi le minacce sono altre, ma non meno pericolose.

In queste settimane bar e ristoranti sono stati aperti fino a mezzanotte. Ingresso libero anche al cinema e nei musei. «Il nostro territorio è piccolo e riusciamo a controllarlo bene, capita che un locale sia stato ispezionato dalle forze dell’ordine tre volte nella stessa sera». Fabio Righi è il Segretario di Stato all’Industria e al Commercio, ministro di un Congresso di Stato (il governo) nato un anno fa e guidato dai democristiani e il movimento Rete. Con Linkiesta prova a smorzare tensioni e imbarazzi, dopo le polemiche sul veglione: «Non siamo insensibili a quello che accade fuori dai nostri confini».

In ogni caso, ci sarebbe stato poco da festeggiare. «Tenere le attività aperte è stata una scelta obbligata dai problemi economici di San Marino. Non abbiamo avuto aiuti da nessuno», spiega l’ex capitano reggente Ciacci. Quella che Abramo Lincoln definì «la più antica Repubblica costituzionale del mondo» non fa parte dell’Unione europea e non ha diritto al Recovery Fund. Niente ristori, e il governo del Titano è riuscito solo a posticipare pagamenti e bollette. Il turismo, insieme alla manifattura, è il settore trainante con quasi 2 milioni di presenze annue. Ma è fermo per colpa del covid. Soffre anche il commercio, per via della mobilità ridotta.

Perfino la Caritas locale registra un’impennata delle richieste: se prima della pandemia erano 60 le famiglie assistite, ora sono diventate 102. «Si rischia una pandemia sociale», ha detto Gianluca Montanari, segretario della Cdls, la Cisl di San Marino. I numeri sono quelli del terzo Paese più piccolo d’Europa: 60 chilometri quadrati, 34mila abitanti (più 14mila in giro per il mondo) e 6mila lavoratori frontalieri dall’Italia. Un’isola ricca e felice, almeno fino a qualche anno fa. Oggi San Marino è ancora il quindicesimo Paese al mondo per reddito pro-capite (l’Italia è 27°), ma deve fare i conti con il rischio bancarotta. «Abbiamo un serio problema di liquidità, il Covid ha aggravato una crisi che c’era da tempo», riflette Ciacci. Ex cassaforte privilegiata per businessman, evasori e criminalità, da oltre dieci anni la Repubblica non è più il paradiso fiscale degli italiani.

Tra riservatezza e opacità, il denaro creava consenso. I due baluardi del Titano, il segreto bancario e le società anonime, sono stati cancellati dopo pressioni internazionali e scudi fiscali varati dai governi italiani. Da queste parti ricordano «l’assedio» della Guardia di Finanza ai confini: prima con Vincenzo Visco e poi con Giulio Tremonti al ministero dell’Economia. In quegli anni i rapporti tra Italia e Titano hanno segnato il minimo storico. Con episodi da “guerra fredda”, come quando la gendarmeria accerchiò e portò in caserma quattro carabinieri che avevano sconfinato per sbaglio.

Oggi San Marino è uscita dalle black list e ha una normativa anti-riciclaggio all’avanguardia. «Si fanno una valanga di processi», raccontano dalla redazione della televisione di Stato. Il carcere ha appena otto celle, che però hanno già ospitato capitani reggenti e segretari di Stato coinvolti negli scandali bancari. «Ci siamo allineati alle migliori pratiche internazionali, ma siamo ancora percepiti come poco trasparenti», confida il ministro dell’Industria Fabio Righi.

L’addio al paradiso fiscale ha avuto un costo altissimo. Nel giro di un decennio i depositi bancari sono passati da 15 ad appena 5 miliardi di euro. Una vera fuga di capitali che ha messo in crisi il Paese. Ai tempi d’oro, oltre a sessanta finanziarie, c’erano 12 banche a San Marino. Oggi ne sono rimaste cinque. È stata la fine di un mondo. «La maggior parte degli studenti della mia generazione si iscriveva al liceo economico o a ragioneria e si laureava in economia o in giurisprudenza. L’idea era che poi si andasse a lavorare in banca» racconta Matteo Ciacci, laureato in Legge.

Oggi è cambiato tutto, nella repubblica incastonata tra Pesaro e Rimini. Tra crediti deteriorati e titoli spazzatura, il governo ha dovuto coprire i buchi di un sistema creditizio saltato per aria. I risparmi dei cittadini sono stati salvati, ma le casse dello Stato si sono svuotate. A fronte di un Pil da 1,5 miliardi di euro, crollato del 40 per cento rispetto al 2008, il debito pubblico sfiora gli 800 milioni di euro. Da queste parti in molti parlano di rischio default. «Il sistema bancario – spiega Ciacci – era cresciuto con troppa spregiudicatezza, lo dimostrano i report delle diverse commissioni d’inchiesta. Il benessere di San Marino era in parte fittizio, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Oggi per noi è motivo di vanto non essere più un paradiso fiscale, ma bisogna impostare un nuovo modello di sviluppo».

Per la prima volta San Marino è costretta a indebitarsi e chiedere soldi all’estero. Non era mai accaduto. Nei suoi 1700 anni di vita, il Titano era sempre riuscito a autofinanziarsi. Ma la pandemia ha accelerato una crisi non più rinviabile. Così il governo sammarinese ha deciso di emettere i cosiddetti Titano bond sui mercati internazionali e si è affidata a JP Morgan, ma l’operazione non è decollata perché i tassi sarebbero stati proibitivi. In attesa di un nuovo tentativo nel 2021, l’esecutivo ha avviato in questi giorni le procedure per un prestito-ponte da 150 milioni di euro. «È stato stipulato un accordo segreto con una finanziaria che ha sede in Delaware, senza chiarire quali garanzie abbiamo dovuto dare. E il prestito andrà restituito tra un anno, un tempo brevissimo per una realtà piccola come la nostra». Un indebitamento al buio che, secondo Ciacci, «rischia di mettere il cappio al collo al Paese».

Il futuro è sospeso tra sogni di rinascita e speranze di sopravvivenza. A Luca Salvatori di Rtv che gli chiede se potrebbero esserci problemi nel pagare pensioni e stipendi, il segretario alle Finanze Marco Gatti risponde così: «Da quando c’è il Covid è sempre un rischio, non si sa quello che succede da un giorno all’altro». Il sistema rischia di non reggere, in un Paese dove più di un cittadino su dieci è assunto dallo Stato. Tagli e tasse diventano una necessità, anche se queste parole non piacciono a nessuno.

Al telefono con Linkiesta, il segretario di Stato all’Industria Fabio Righi ammette: «I tempi cambiano, bisogna pensare a un rilancio del Paese che passi da una ristrutturazione dei suoi centri di costo». Forse si partirà dalla riforma previdenziale, visto che ogni anno tra contributi versati e pensioni pagate c’è uno squilibrio di 28 milioni di euro. E per le tredicesime di quest’anno il governo ha dovuto attingere alle riserve dello Stato.

Come se non bastasse, a inizio dicembre l’esecutivo ha chiesto un prestito da 17,5 milioni di euro alle banche del Titano da restituire entro il 31 marzo 2021. Quei soldi serviranno per coprire le spese di fine anno, dagli stipendi alla sanità. Il momento è drammatico. In mezzo al Continente, ma soli ad affrontare una crisi epocale. I sammarinesi non hanno voluto aderire all’Unione Europea: l’ultimo referendum non ha raggiunto il quorum. Dal 2015 è aperto un procedimento di “associazione” all’Unione, che sta andando per le lunghe. In compenso i cittadini di San Marino possono entrare in Cina senza visto, in virtù di un accordo con Pechino.

Nell’attesa di capire come proseguirà la storia del microstato, si fanno i conti con i contagi Covid in aumento. La Farnesina ha annunciato che chi arriva in Italia da San Marino dovrà fare il tampone molecolare o mettersi in isolamento, una notizia che ha spiazzato gli abitanti del Titano da sempre abituati a muoversi oltreconfine. E oggi ancora più isolati. Se è vero che, come ha affermato l’immunologo Roberto Burioni, San Marino è il primo Paese al mondo per numero di morti in rapporto alla popolazione, da queste parti la sanità pubblica è sempre stata un fiore all’occhiello. Con una significativa eccezione, in tempi di pandemia. Il ministro della Salute Roberto Ciavatta ha proposto che le cure per il contagio dal virus siano a pagamento per chi rifiuterà il vaccino anti-Covid. La Repubblica non è più un paradiso fiscale, ma almeno sarà un inferno per i no-Vax.

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