Inside SarajevoL’esodo di professori e studenti universitari dalla Bosnia Erzegovina

Con i negoziati per la possibile adesione della all'Ue, diverse aziende europee di servizi elettronici hanno recentemente aperto filiali nel Paese. I laureati in lingue sono molto ricercati. Eppure la promessa di un lavoro non basta a convincere gli studenti delle scuole superiori a iscriversi negli atenei locali. Preferiscono andare a studiare a Belgrado, Zagabria, Lubiana o più a ovest

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Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso transeuropa e Courrier des Balkans

Lungo il viale alberato che porta alla Facoltà di Filologia gli studenti si affrettano. Le lezioni inizieranno tra poco. Il campus principale dell’Università di Banja Luka si trova a quindici minuti a piedi dal centro, in un grande parco che ospita, tra gli altri, gli edifici delle facoltà di architettura, scienze politiche e lingue. Alcuni borsisti e docenti stranieri vivono qui tutto l’anno, in residenze universitarie con canone mensile che va dai 20 ai 60 euro. Nonostante la pandemia, fin dall’inizio dell’anno scolastico si sono svolte lezioni in presenza, con un rigoroso controllo delle misure sanitarie. Nell’aula riservata al corso di francese, due studenti con la mascherina aspettano il proprio docente.

Milica Mijatović è assistente in lingua e letteratura francese sin dalla creazione della cattedra nel 2007. «Vi è stato un primo periodo molto positivo e promettente, con molti studenti e progetti», ricorda. «Negli ultimi anni la situazione si è complicata». Recentemente due suoi colleghi sono partiti per l’estero, senza essere sostituiti. «Ci siamo divisi i loro corsi tra di noi», continua. Ora i cinque insegnanti restanti hanno il doppio delle lezioni di prima, per lo stesso stipendio. «Ci piacerebbe poter assumere un lettore madrelingua francese, abbiamo già preso contatti con l’università e l’ambasciata francese. Ma come sempre ciò che blocca tutto è il budget».

Negli ultimi anni il numero degli studenti del corso è diminuito drasticamente. Il numero degli studenti varia dai quattro ai sei studenti all’anno, ovvero una ventina in totale per i quattro anni di studi. Cinque anni si era attorno ai 50. L’anno scorso l’università ha persino minacciato di chiudere la cattedra per mancanza di studenti. «Il regolamento richiedeva un minimo di dieci iscrizioni al primo anno», spiega Milica Mijatović. «Ne avevamo solo cinque. Alla fine, l’amministrazione ha fatto un’eccezione alla regola e quest’anno la questione non è stata più sollevata».

Gli studenti di francese non sono gli unici a disertare le aule di Banja Luka. Tutti i settori dell’università ne sono colpiti. «Negli ultimi tre anni il numero di studenti è diminuito drasticamente», conferma Biljana Babić, preside ad interim della Facoltà di Lingue. A livello nazionale, le iscrizioni all’università sono diminuite del 15% tra il 2016 e il 2017. Per attirare nuovi studenti, le diverse facoltà organizzano campagne di comunicazione nelle scuole superiori.

«Stiamo sottolineando la nostra partnership Erasmus con un’università francese, che ha già permesso a circa 20 dei nostri studenti di fare un semestre di scambio in Francia», racconta ad esempio Milica Mijatović. «E insistiamo sulla qualità delle lezioni: con così pochi studenti, sono quasi lezioni private! Gli studenti progrediscono molto velocemente». Dopo quattro anni di studio non hanno difficoltà a entrare nel mercato del lavoro. «Tutti quelli che escono dal nostro corso hanno trovato un lavoro, a volte anche prima di laurearsi», sorride l’insegnante.

Con i negoziati per la possibile adesione della Bosnia-Erzegovina all’UE, diverse aziende europee di servizi elettronici hanno recentemente aperto filiali in Bosnia Erzegovina. Di conseguenza, gli studenti laureati in lingue sono molto ricercati. Eppure la promessa di un lavoro non basta a convincere gli studenti delle scuole superiori a iscriversi all’università in Bosnia. Molti studenti preferiscono andare a studiare a Belgrado, Zagabria, Lubiana o più a ovest.

Sajra Kustura è tra loro. Ha sedici anni ed è di fatto bilingue conoscendo molto bene l’inglese. È coinvolta come volontaria in diverse associazioni e sogna di andare a studiare in Svezia o in Italia. «Ho un’ottima immagine di questi paesi, grazie ai film che ho visto e ai libri che ho letto», spiega allegramente. «Voglio viaggiare, di vedere altri posti, scoprire me stessa. Qui spesso mi sento soffocare, con questo nazionalismo che divide le persone».

Consapevoli della necessità di aprirsi verso l’estero, le università bosniache hanno intrapreso un grande sforzo per internazionalizzare l’istruzione superiore. Nel 2003 hanno aderito al processo di Bologna. Da allora, le partnership si sono moltiplicate. Durante il corso di laurea in comunicazione e poi il master in marketing management, Nersad Ikanović ha trascorso all’estero due interi semestri, in Spagna e poi in Francia.

Poco dopo la fine degli studi questo giovane, originario di Tuzla, ora lavora in un’azienda internazionale a Sarajevo. Sta pensando ora di partire per una nuova esperienza professionale, formazione o viaggio. «L’internazionalizzazione del sistema universitario è essenziale se il paese vuole trattenere i suoi migliori studenti e attrarre studenti stranieri», afferma. «Abbiamo fatto progressi e ora a Sarajevo siamo fortunati ad avere un ambiente studentesco abbastanza internazionale. Ma rispetto a quanto fanno altri paesi, non è ancora sufficiente».

Per aumentare le possibilità di emigrazione, alcuni scelgono i loro studi in base alle opportunità all’estero. Alla Facoltà di Scienze Mediche di Sarajevo quest’anno si sono iscritti 260 studenti, 80 in più rispetto all’anno precedente. «La scelta degli studi è spesso guidata da genitori che spingono i figli a diventare medico o infermiere per andare in Germania, avere salari migliori e condizioni di vita migliori», sottolinea Boris Pupić, portavoce dell’ufficio del lavoro a Sarajevo.

Di conseguenza, dal 2012 sono emigrati quasi 6.000 laureati in medicina bosniaci. La maggior parte ha beneficiato dei programmi di inserimento istituiti da Berlino. «Questo crea una bolla che si traduce in uno squilibrio tra domanda e offerta», osserva Boris Pupić. Più di 7.000 infermieri sono attualmente disoccupati in Bosnia Erzegovina, impossibilitati a lasciare il paese o trovare un lavoro.

Aid Kahrimanović è cresciuto a Sarajevo. Quando era studente al liceo sognava di andare a studiare in Austria. Ora è al sesto e ultimo anno della facoltà di medicina e sta valutando la possibilità di trasferirsi in Germania: «I corsi là sembrano essere molto orientati al tirocinio e alla pratica. Mentre qui l’insegnamento è ancora molto teorico. Dovremmo riformare tutto e dare più importanza alle attività extracurriculari».

Durante la pandemia, Aid ha avviato un progetto di volontariato con più di 50 altri studenti di medicina. L’idea: dare una mano agli operatori sanitari per alleviare gli ospedali in difficoltà. Un progetto simile, secondo lui, «a quanto è avvenuto in Francia, Italia o Germania». Ma dopo aver bussato a diverse porte per richiedere le necessarie autorizzazioni, il progetto è stato respinto in quanto al di fuori del quadro giuridico esistente.

«Siamo andati a incontrare l’università, le autorità del Cantone, il governo della Federazione. Niente. La nostra amministrazione è un vero mal di testa», sospira lo studente. Una burocrazia che è per lui una diretta conseguenza di Dayton. Perché nei 25 anni dopo la firma degli accordi di pace, l’istruzione superiore in Bosnia Erzegovina è stata il riflesso dell’immagine politica del paese: frammentata. La gestione e il bilancio delle otto università pubbliche sono suddivise tra tredici diverse autorità: il distretto di Brčko, le due Entità e i dieci cantoni della Federazione. Secondo un recente sondaggio, più della metà degli studenti ritiene che questi accordi non siano stati all’altezza delle aspettative e che sia ora di modificarli.

A Banja Luka, gli insegnanti del dipartimento di francese devono spesso scontrarsi coi temi dell’amministrazione. «Avevamo in progetto di unire le forze con gli studenti iscritti al corso di italiano per creare una sorta di diploma in lingue romanze» , spiega Milica. L’idea è di creare un percorso multidisciplinare che riunisca lo studio di entrambe le lingue, applicato al diritto, all’economia e alle scienze politiche. «In Francia, questo master esiste da molto tempo, ma qui la situazione è bloccata dal punto di vista amministrativo. Il progetto è stato accettato, ma non sappiamo quando potrà essere realizzato». La decisione spetta al ministero dell’Istruzione e della Cultura della Republika Srpska.

In attesa che le porte si aprano, gli insegnanti di francese a Banja Luka possono contare sul sostegno della nuova preside. Da quando è arrivata, due mesi fa, sono arrivati molti cambiamenti, come la costruzione di un mini anfiteatro all’aperto nel cortile della facoltà e poi o mostre e incontri con professionisti di vari settori. «Vorrei davvero incoraggiare la creatività e moltiplicare le collaborazioni con le istituzioni culturali e le comunità locali», spiega Biljana Babić. «Questo è il modo in cui svilupperemo la facoltà».

Anche gli studenti di medicina di Sarajevo, stanchi di aspettare, hanno avviato un braccio di ferro con l’amministrazione. All’origine della protesta il costo degli studi e la mancanza di accordi con le strutture sanitarie per lo svolgimento di tirocini. «Fino ad ora, queste lezioni si sono svolte presso il Centro clinico universitario», spiega Nemanja Jovičić, presidente dell’Associazione della Facoltà di studi sulla salute. «Ma all’inizio dell’anno scolastico, l’accordo tra l’istituto e la nostra facoltà è scaduto e i nostri tirocini sono stati sospesi».

La sua associazione è scesa in campo assieme a quella degli studenti di farmacia e medicina. «In primo luogo abbiamo scritto lettere a diversi politici, tra cui l’Alto rappresentante dell’UE in Bosnia Erzegovina e alle ambasciate americana e britannica», spiega lo studente. «E poiché nessuno ci ha dato una risposta soddisfacente, abbiamo organizzato una settimana di sciopero e tre giorni di manifestazione».

La mobilitazione ha recentemente dato i suoi frutti: dalla fine di novembre finalmente si tengono corsi pratici in un ospedale pubblico. Passaggio successivo: modificare i criteri di assegnazione della borsa di studio al merito per consentire a più studenti di essere sostenuti finanziariamente. Perché un anno in medicina costa 3000 euro, circa dieci volte lo stipendio medio mensile bosniaco. E chi sceglie i corsi di inglese paga il doppio. Una cifra che la maggior parte degli iscritti non potrebbe permettersi senza l’aiuto statale. Al telefono, Nemanja Jovičić si dice fiducioso. Le proteste hanno ricevuto molto sostegno sui social media. Potrebbero ispirare altri a unirsi al movimento. «Continueremo – annuncia – perché quando la voce degli studenti risuona all’unisono, siamo consapevoli della nostra capacità di migliorare il sistema».