Gli ultimi mesi da CancellieraCome sono stati i 15 anni al potere di Angela Merkel

La leader del governo tedesco non si ricandiderà alle elezioni del 2021 e i cristiano-democratici della Cdu questo gennaio sceglieranno il loro nuovo candidato. In tre lustri la politica tedesca si è evoluta cambiando per sempre il volto economico, politico e sociale della Germania

Il 2021, tra le altre cose, segnerà la fine della parabola politica di Angela Merkel, dopo quindici anni in cui ci siamo abituati a vederla connaturata alla Germania e all’Europa. 

La transizione, del resto, è già iniziata: a gennaio la CDU eleggerà una nuova guida, terminando il processo iniziato con la scelta di Merkel di non ricandidarsi alla segreteria del partito nel 2018, e inframmezzato dall’elezione di Annegret Kramp-Karrenbauer, fedele merkeliana la cui leadership dei cristiano-democratici non è mai decollata. 

Il vincitore del congresso sarà il candidato di CDU e CSU come successore della Cancelliera, decretando la vera e propria fine di un’epoca. 

Quindici anni potrebbero non sembrare un arco di tempo molto lungo, ma se pensiamo al mondo nel 2005 sembrano moltissimi: non c’era ancora stata la crisi finanziaria, in Italia era al governo Berlusconi, il presidente francese era Chirac e gli inglesi riconfermavano Tony Blair alla guida del governo. I colossi del digitale non avevano ancora dato forma al mondo che abitiamo oggi: mandavamo SMS agli amici pagandoli circa 15 cent l’uno perché non c’era Whatsapp, Facebook era agli albori e lo smartphone sarebbe stato inventato solo due anni più tardi. 

Sembra tutto appartenere a un passato lontanissimo, eppure quel passato, in Germania, è unito all’oggi tramite un filo: il governo di Angela Merkel. Quando nel novembre 2005 Merkel divenne cancelliera, in pochi avrebbero scommesso su un parabola politica così lunga e vincente. Merkel era segretaria della CDU dal 2001, si portava ancora dietro l’immagine di delfina di Helmut Kohl e vinse le elezioni con il risultato peggiore mai ottenuto dai cristiano-democratici: “solo” il 35,2%, superando di poco i socialdemocratici del Cancelliere uscente Gerard Schröder, con cui diede vita alla prima Große Koalition

Già nei primi mesi del mandato, però, Merkel iniziò a definire un profilo meno neutro di quanto qualcuno si aspettava. Dallo snellimento della burocrazia alla delineazione della riforma del federalismo che divideva più nettamente le competenze tra governo federale e Länder, fino alla riforma sanitaria basata sulla commistione tra privato e pubblico e sulla divisione in parti uguali delle spese sul lordo tra lavoratori e datori di lavoro, fu presto chiaro che le scelte di Merkel potevano certo dividere, ma rappresentavano dei tentativi compiuti di cambiare il Paese, e già nel 2006 Merkel venne rieletta alla guida della sua forza politica con il 93% dei voti, un segnale chiarissimo all’interno dei cristiano-democratici. 

Anche sul fronte europeo, nel primo mandato la Cancelliera cercò di sfruttare il peso della Germania per introdurre dei temi strategici: durante il semestre di presidenza tedesca del Consiglio dell’UE del 2007, ad esempio, Merkel disse chiaramente di avere tra le sue priorità le politiche climatiche ed energetiche, che in quegli anni iniziavano ad acquistare spazio nel dibattito, oltre che il miglioramento dei rapporti economici UE-USA e la necessità di superare l’impasse creato dalla mancata approvazione della costituzione europea (nel 2009 sarebbe stato approvato il Trattato di Lisbona). 

In quegli anni, inoltre, si strutturarono due tratti che avrebbero identificato la Cancelliera Prima di tutto, un suo modo specifico di intendere valori democratici europei e occidentali, emerso per esempio nella scelta del 2007 di incontrare il Dalai Lama indispettendo la Cina o nelle dichiarazioni contro l’ingresso della Turchia in UE, corredate dal suo essere favorevole a menzionare le radici cristiane dell’Europa in un’eventuale costituzione. In secondo luogo, la sua immagine di donna di governo che assicurava alla Germania una crescita economica anche a costo di interpretare un ruolo più interventista di quanto ci si sarebbe aspettato: è il caso, ad esempio, delle misure approvate a tutela dei risparmiatori e delle banche tedesche durante la crisi del 2008, criticate dai ministri delle finanze di altri paesi UE (ma giudicati poi regolari dalla Commissione).

Dopo la seconda vittoria elettorale, quella del 2009 che diede vita alla coalizione con la FDP, il governo Merkel II darà l’avvio a una serie di trasformazioni anche sul piano sociale e culturale, oltre che politico: basti pensare che nel 2010 si iniziano a delineare i tratti fondamentali della Energiewende, il progetto ancora oggi in corso con cui la Germania intende cambiare le sue politiche energetiche, abbandonando il nucleare; nello stesso anno, la riforma della Bundeswehr pose fine al servizio militare obbligatorio, creando un esercito di professionisti volontari in linea con quanto avevano già fatto altri Paesi europei. 

Negli anni successivi, soprattutto in epoca più recente, la Cancelliera ha finito con l’identificare la Germania non solo a livello politico, ma soprattutto nell’immaginario collettivo dei tedeschi e degli europei, venendo spesso apprezzata e temuta anche dagli avversari e dagli altri capi di governo. In questi quindici anni, Merkel ha rappresentato una leader affidabile, autorevole ma pragmatica, incarnando la stabilità che il Paese le chiedeva in anni densi di cambiamenti ma al tempo stesso sapendosi adattare alle diverse fasi politiche. 

Non bisogna però pensare che quest’immagine sia granitica, e che non abbia conosciuto cambiamenti e sfumature. Pur nella continuità di stile e di posizioni fondamentali, Merkel ha modificato le sue posizioni o la sua attitudine in diverse occasioni. Negli anni della crisi, ad esempio, la Cancelliera è divenuta simbolo di una Germania austera, votata a interpretare il ruolo di arbitro severo sulla scena europea anche grazie alla figura del Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, ma nel 2015, durante la crisi dei rifugiati, la sua famosa frase “wir schaffen das” (“ce la facciamo”) la mostrò all’Europa come solidale e disposta a difendere i suoi principi anche contro alcuni esponenti dello stesso centrodestra tedesco, dove non tutti condividevano le sue posizioni sull’immigrazione.

Anche sul fronte europeo le posizioni di Merkel hanno subito evoluzione: se nel caso del debito greco la Germania, come detto, ha avuto posizioni più rigide, nella pandemia da coronavirus, superate alcune resistenze iniziali, la Bundesrepublik ha avuto un ruolo importante nell’approvazione del piano di ripresa, che prevedeva la creazione di debito comune (a lungo per tabù per i tedeschi). 

In generale, durante la sua lunga carriera politica Angela Merkel ha modificato di molto la percezione che i tedeschi avevano di lei: partita dall’ombra di Kohl, è diventata una dei leader che più saranno ricordati nella storia europea; il suo profilo sobrio non le ha impedito di agire con forza in alcune situazioni, tanto a livello comunicativo quanto politico; sul fronte europeo, con il tempo, ha sviluppato un coinvolgimento che ha fatto intendere quanto per lei i destini dei tedeschi e dell’Europa siano legati; pur guidando un Paese che dal secondo dopoguerra ha forti legami con gli USA, durante la presidenza Trump non ha mancato di sottolineare come per l’Unione Europea sia necessario rinforzare la sua autonomia geopolitica e difendere alcuni valori fondamentali (si pensi al rapporto con Erdogan e Orban, così come al tentativo in Europa di raggiungere un compromesso che vincoli il Recovery Fund al rispetto dello stato di diritto). 

È chiaro che una fase politica così lunga ha avuto degli effetti significativi sul sistema politico tedesco. Angela Merkel ha rinforzato il profilo centrista dei cristiano-democratici, governando quasi strutturalmente in coalizione con la SPD (a cui talvolta per pragmatismo politico ha sottratto punti chiave: si pensi al matrimonio egualitario, reso legge nel 2017 prima delle elezioni proprio per privare i socialdemocratici di un forte argomento durante la campagna elettorale). Questo le ha permesso di stabilire confini netti a destra, rifiutando qualunque dialogo con l’estrema destra di Alternative für Deutschland, e di confermare il ruolo centrale della CDU, ma ha anche favorito la polarizzazione e la radicalizzazione ulteriore di altre forze (AfD in primis). Dal canto suo la SPD ha talvolta faticato a mantenere un profilo politico autonomo, dilaniata tra il bisogno di tutelare la maggioranza di cui fa parte e la necessità di incidere maggiormente sul governo. L’elezione di Walter-Borjans ed Esken alla guida dei socialdemocratici, critici verso la Große Koalition, dimostra quanto questi anni abbiano pesato sull’identità politica del partito. Queste dinamiche potrebbero aver favorito la crescita dei Verdi, arrivati ad essere possibile alleato di governo per chiunque voglia formare una maggioranza.

Due anni fa, una serie di brutti risultati alle elezioni di alcuni Länder hanno fatto apparire Merkel come una guida ormai vecchia e prossima alla fine (persino la Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano storicamente vicino alla CDU, pubblicò in quel periodo un editoriale in cui si bollava come un errore la scelta di correre per il quarto mandato). Ne è seguito l’annuncio di non ricandidarsi alla guida del partito. 

Merkel si avvia dunque a terminare la sua esperienza politica con le elezioni del 2021. Come suo ultimo atto, la Cancelliera che è stata ininterrottamente al governo mentre il mondo cambiava porterà la Germania oltre una pandemia che ha ridisegnato le nostre vite quotidiane, scombussolando anche i piani del semestre di presidenza tedesca del Consiglio dell’UE. L’ultima grande trasformazione in cui accompagnerà la Germania e la CDU, che dovranno presto trovare identità nuove.

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