La grande tessitriceL’ultima grande sfida di Angela Merkel in Europa

Raggiungere un accordo sul bilancio Ue nel Consiglio europeo del 10-11 dicembre, superando il veto di Polonia e Ungheria è fondamentale per la cancelliera che sembra aver trovato una soluzione per accontentare tutti. Per Berlino non riuscire a chiudere l’accordo per l’opposizione di due paesi che, insieme, contano per meno del 5% del PIL dell’Unione sarebbe uno smacco

LaPresse

In teoria non è nemmeno nell’agenda ufficiale dei lavori, in pratica decreterà il successo o il fallimento del prossimo Consiglio Europeo. L’accordo sul prossimo bilancio europeo, che sbloccherebbe anche le risorse del Next Generation EU, rimane il tema fondamentale nella prossima riunione dei capi di Stato e di governo dell’UE. Dall’esito dell’incontro del 10-11 dicembre dipenderà anche il bilancio complessivo della presidenza tedesca, che si chiude alla fine dell’anno.

Accordo in vista?
Nell’ordine del giorno provvisorio per l’ultimo Consiglio Europeo del 2020 si leggono la risposta sanitaria al Covid19, la riduzione delle emissioni, la lotta contro il terrorismo e le relazioni con la Turchia. Ma un argomento originariamente non previsto si è già fatto largo nell’agenda: l’accordo sul bilancio pluriennale 2021-2027 dell’Unione (Qfp), come ha abilmente sottolineato il Presidente Charles Michel nella lettera ufficiale di invito alle capitali.  

Se per la Brexit, l’altro dossier scottante di questo periodo, la partita si gioca soprattutto fra i negoziatori di Londra e Bruxelles, il semaforo verde al Qfp è una questione esclusivamente europea. Per trovare la sintonia giusta fra tutte le teste dell’Unione, è in moto da tempo tutto l’arsenale diplomatico del governo tedesco, che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’UE. 

Ma Angela Merkel e per il suo ministro agli Affari Europei Michael Roth non hanno un compito facile. Il nodo del contendere è la clausola che vincola l’esborso dei fondi comunitari al rispetto dello Stato di Diritto: da una parte ci sono Polonia e Ungheria, che vorrebbero eliminarla e minacciano il veto in caso contrario, dall’altra una pattuglia di Stati estremamente decisa a mantenerla, guidata dai Paesi Bassi e sostenuta in questa battaglia dal Parlamento Europeo.

Alla vigilia dell’incontro a 27, sono emerse consistenti indiscrezioni di una possibile intesa all’orizzonte. Una bozza del compromesso è stata ottenuta da alcuni giornalisti: contiene la dichiarazione del Consiglio che garantirebbe l’applicazione soltanto su violazioni allo Stato di Diritto relazionate a fondi europei o agli interessi finanziari dell’Unione. Nero su bianco, si legge che «il solo fatto di riscontrare una violazione non sarà sufficiente per attivare il meccanismo».

Un’altra definizione scivolosa è quella secondo cui il regolamento «non si applica a carenze generali» e la sua attivazione non può avvenire «sulla base di eventi di diversa natura». Il paragrafo sembra scritto apposta per rabbonire la Polonia, dove ad esempio le singole modifiche del sistema giudiziario costruiscono nell’insieme un quadro a tinte fosche.

Varsavia e Budapest sembrano inoltre aver strappato la promessa che la Commissione non possa di fatto sanzionare uno Stato Membro, prima di avere un parere dalla Corte di Giustizia Europea su un eventuale ricorso presentato (e che sicuramente verrebbe presentato dai due Paesi). Secondo l’analisi di diversi esperti, questo sarebbe più che altro un espediente politico per guadagnare tempo: in concreto provocherebbe un ritardo fino al 2022, anno delle prossime elezioni parlamentari in Ungheria.

La mossa della Germania
Se tali conclusioni fossero confermate nella riunione del 10-11 dicembre, la struttura sostanziale del meccanismo non sarebbe alterata. Con qualche concessione limitata, una scelta lessicale più compiacente e un paio di punti da “vendere” alle proprie opinioni pubbliche come vittoria, la presidenza tedesca avrebbe accontentato Polonia e Ungheria. 

Merkel traghetterebbe così il blocco dei 27 al tanto sospirato accordo, senza irritare più di tanto né gli Stati favorevoli al meccanismo, né quei parlamentari europei che di recente le hanno chiesto di non indietreggiare sullo Stato di Diritto.

Dai due Paesi dell’Est Europa, del resto, sono arrivati negli ultimi giorni segnali distensivi: sia il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán, sia il vice-presidente polacco Jaroslaw Gowin si sono mostrati ottimisti sul raggiungimento di un accordo. Quest’ultimo, che fa parte della coalizione di governo in Polonia ma è junior partner del partito PiS, ha anche minacciato nuove elezioni in caso di stallo prolungato. 

Nonostante la posizione di forza ostentata dai rispettivi leader, infatti, Polonia e Ungheria possono permettersi meno di altri un blocco dei fondi europei. Una mancata intesa sul budget provocherebbe l’esercizio provvisorio con il bilancio corrente, ma con un tetto di 1/12 di spesa per ogni mese, condizione sicuramente svantaggiosa per chi guida la lista dei beneficiari netti dell’UE.

I segnali incoraggianti ci sono, la determinazione tedesca pure, con il ministro Michael Roth che ha affermato di non voler lasciare niente di intentato per trovare una soluzione. Perde drasticamente quota, invece, il “piano B”, ventilato negli ultimi giorni, quello di sostituire il Next Generation EU con un piano intergovernativo sottoscritto dagli altri 25 Paesi. Non è questo l’obiettivo della presidenza tedesca, che probabilmente ha vagliato l’ipotesi più per ottenere una leva negoziale che per produrre uno scenario concreto. 

Come sostiene Antonio Villafranca, direttore dell’Osservatorio Europa e Global Governance di Ispi, «per Berlino non riuscire a chiudere l’accordo per l’opposizione di due paesi che, insieme, contano per meno del 5% del PIL dell’Unione sarebbe uno smacco». E ad Angela Merkel, giunta al tramonto della sua carriera politica, non piacerebbe di certo chiudere con uno smacco.