2007-2020Com’è andata l’ultima volta in cui Merkel è stata presidente di turno del semestre europeo

Per gli altri leader la Cancelliera era ancora un oggetto non identificato, la Germania di quel periodo era tutt’altro che euroentusiasta e il suo governo aveva causato parecchi malumori tra gli elettori. Ma in sei mesi Angela ottenne un risultato fondamentale per l’integrazione dell’Unione

Afp

Il 2006 è un anno che i tedeschi ricordano volentieri. Il Mondiale di calcio casalingo fu vissuto ovunque come una gigantesca festa; e se è vero che alla fine non si vinse (Verdammt, Grosso und Del Piero!), fu comunque un momento davvero liberatorio per tutto il Paese, finalmente libero di sventolare la bandiera senza sentirsi soffocare nei sensi di colpa e di riscoprire un sentimento nazionale almeno nelle intenzioni privo di connotazioni tossiche.

E le buone notizie non erano confinate allo sport: il tasso di disoccupazione tornava a scendere, invertendo un trend che aveva raggiunto il picco l’anno precedente.

Non era però tutto rose e fiori: ad esempio, un aumento dell’Iva dal 16% al 19%, approvato dal Bundestag a metà giugno, aveva causato parecchio malcontento fra i consumatori tedeschi, e condotto a un vistoso calo di popolarità del capo del governo, secondo alcuni sondaggi apprezzato solo dal 55% della popolazione.

Quel capo di governo era, e ancora è, Angela Merkel. Che in quei mesi, a poco più di un anno e mezzo dalla sua elezione, si stava preparando ad assumere la Presidenza di turno del Consiglio dei ministri dell’Unione europea, spettante alla Germania nel primo semestre del 2007.

La Germania di quel periodo era tutt’altro che euroentusiasta. Nel 2005, quando Merkel divenne Cancelliera, ben il 46% dei tedeschi riteneva che la Germania non avesse beneficiato in alcun modo dall’appartenenza all’Unione Europea, e che l’unica cosa a cui l’Unione effettivamente servisse fosse far campare gli altri membri sulle spalle dei sussidi tedeschi.

A onor del vero Helmut Kohl aveva spesso risolto stalli preoccupanti e situazioni complicate tirando fuori il libretto degli assegni, ma già Gerhard Schröder aveva messo in chiaro che in futuro il portafogli tedesco sarebbe rimasto ben chiuso.

Si trattava di un periodo buio per l’europeismo in generale, non solo a Berlino: era ancora vivido il ricordo dei due referendum con cui, nell’estate del 2005, in Francia e in Olanda era stata bocciata la ratificazione della Costituzione europea. Che due membri fondatori avessero espresso parere contrario rendeva il documento lettera morta.

La sfida forse più difficile che si trovava davanti Merkel in prospettiva del suo semestre di presidenza era proprio cercare di invertire questo trend, riportare l’Europa nel cuore degli europei. E lo si capisce leggendo il testo del suo discorso inaugurale, il 17 gennaio del 2007, quando per la prima volta si rivolse al Parlamento europeo a Strasburgo.

Per rappresentare l’Europa, Merkel usò la metafora della casa – poco originale in verità, ma chi mai accosterebbe l’aggettivo “originale” alla Cancelliera? Da fuori, la casa ha un aspetto meraviglioso: una storia di successo epocale, senza precedenti. Da dentro, invece, è chiaro che sono necessari dei lavori di ristrutturazione. È sempre una bellissima casa, ma bisogna risistemarla un po’, rinnovarne alcune stanze, allargarne altre: bisogna fare spazio per i nuovi arrivati, come Romania e Bulgaria il cui ingresso coincise proprio con l’inizio del semestre tedesco, nel gennaio 2007.

Come sempre, però, quando si ha a che fare con mattoni, cemento e calcinacci, si alza per aria una gran polvere: e non è sempre facile distinguere bene cosa rende questa casa così unica e speciale, in mezzo a tutta la confusione. Questa è la situazione di molti cittadini europei, spiegava Merkel: cittadini che si chiedono a cosa serva, cosa sia alla fin fine l’Europa, quale sia la sua “anima”, se ne ha una.

E per la Cancelliera l’Europa un’anima ce l’ha eccome, ed è articolata intorno a tre concetti cardine, legati tra loro ma uno dei quali spicca sugli altri: l’anima dell’Europa va ricercata nel suo pluralismo e nelle sue differenze, rese possibili dalla libertà. Il prerequisito della libertà, però, è la tolleranza: perché «quando parliamo di vera libertà, stiamo in realtà sempre parlando della libertà degli altri».

«Attraverso la nostra storia noi europei abbiamo imparato a tirar fuori il meglio dalle differenze. E la qualità che ci consente di farlo, che ci consente di godere della libertà nella responsabilità per gli altri, è una risorsa preziosa. Quella qualità è la tolleranza. La tolleranza è l’anima dell’Europa. L’Europa è il continente della tolleranza».

Tolleranza, cioè – diceva la Cancelliera – vedere le cose dal punto di vista degli altri. Da tradurre in termini operativi, nel contesto del Consiglio d’Europa, tramite consultazioni costanti con gli Stati membri, la Commissione e il Parlamento per scongiurare la crisi intorno alla ratificazione della Costituzione, di cui i referendum francese e olandese erano stati i segnali più allarmanti.

E per garantire, alla fine del semestre tedesco, l’accordo su una road map indirizzata all’adozione finale del trattato – quello che diverrà il Trattato di Lisbona, e che all’inizio, nell’articolo 1bis, cita proprio quell’idea di tolleranza sostenuta da Merkel nel suo discorso.

Si è poi attenuta la Cancelliera a questa rigorosa dichiarazione d’intenti? Non è così semplice dare una risposta netta alla domanda. La sua strategia preferita è sempre stata quella di favorire il Consiglio rispetto ad altri organi dell’Unione, sentendosi più a suo agio a interagire con i pari ruolo degli altri Paesi invece che nel quadro delle istituzioni propriamente europee: un approccio che difficilmente potrebbe essere inteso come un assist al tema della maggiore integrazione, e del “trasferimento di potere” a livello continentale. Tuttavia, è difficile negare che un cambio di passo ci sia stato.

Nel gennaio 2007 Merkel era solo all’inizio della sua parabola, non era ancora diventata die Kanzlerin – quella specie di figura mitologica che è oggi, dopo quindici anni al potere. Nei consessi dei capi di governo europei non solo era quasi sempre l’unica donna, ma era anche un oggetto se non misterioso certo ancora da inquadrare.

Erano note le sue capacità di mediazione e anche la sua spregiudicatezza, visto come si era sbarazzata del suo padre politico Kohl e degli avversari interni nella CDU per raggiungere la leadership, ma non si trattava ancora di un volto così familiare.

Si capì subito che il suo stile era molto diverso da quello dei predecessori: abituati alla predilezione di Kohl per i rapporti personali e all’atteggiamento un po’ spaccone di Schröder, entrambi più legati alla diplomazia delle chiacchierate informali da corridoio, gli altri leader europei si trovarono di fronte una politica che gestiva gli incontri come veri e propri business meeting, con una agenda dettagliata di punti da discutere e problemi da risolvere. Anche lei preferiva i colloqui a due rispetto alle riunioni affollate, ma l’atmosfera era decisamente diversa.

Probabilmente anche grazie a questa sua attitudine business-like, il semestre di presidenza tedesco riuscì a ottenere almeno due risultati, già celebrati da Merkel stessa in un discorso al Parlamento Europeo, riunito stavolta a Bruxelles, a metà del mandato, a fine marzo.
In primo luogo, l’accordo raggiunto sul taglio del 20% del consumo energetico annuale, un obiettivo da raggiungere entro il 2020, parte del pacchetto di misure su clima ed energia la cui importanza Merkel stessa aveva sottolineato nel suo discorso di insediamento di gennaio.

Ma il successo principale, il più rilevante in prospettiva, è probabilmente la dichiarazione di Berlino, il testo celebrativo del cinquantesimo anniversario del trattato di Roma, firmato il 27 marzo 2007 nella capitale tedesca da Merkel in qualità di Presidente di turno del Consiglio, dal Presidente del Parlamento Europeo Hans-Gert Pöttering e dal Presidente della Commissione Barroso.

La dichiarazione risulterà un primo passo fondamentale per superare il momento di stallo che il percorso di approvazione della Costituzione Europea stava vivendo, e arrivare finalmente al Trattato di Lisbona.

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