Contrappasso davighianoLa quarta gamba del governo Conte azzoppata dal giustizialismo grillino

Un’indagine contro la ’ndrangheta della procura di Catanzaro coinvolge l'Udc calabrese e costringe alle dimissioni Lorenzo Cesa, uno degli uomini corteggiati per rafforzare la sua traballante maggioranza. Ancora una volta cronaca e politica si incrociano, con l’irruzione di carte bollate e manette nel mezzo dell’ennesima crisi

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Ancora una volta, va detto come fatto oggettivo, la magistratura entra con tutto il suo peso in una delicatissima crisi politica che è ancora lontana dall’essere chiusa.

Mentre la Calabria che va al voto nei prossimi mesi per rinnovare il consiglio regionale dopo la morte della governatrice Jole Santelli diventa un laboratorio politico, con Luigi de Magistris in pista appoggiato da una serie di mondi non lontani da quelli del procuratore Gratteri, ecco che da Catanzaro quest’ultimo bombarda l’Udc, il piccolo partito di centrodestra guidato fino a oggi da Lorenzo Cesa, raggiunto da un avviso di garanzia per associazione a delinquere aggravato dal metodo mafioso nell’ambito di una maxioperazione contro la ’Ndrangheta – che ha un nome fantastico, Basso profilo: agli arresti domiciliari anche Francesco Talarico, assessore al Bilancio della Regione Calabria e segretario regionale dell’Udc.

Secondo l’accusa gli Udc locali avrebbero accettato di favorire un imprenditore, Antonio Gallo – che aveva stretti rapporti con le cosche – nella sua corsa agli appalti prima in Calabria e poi a Roma. E sarebbe stato nella Capitale che Gallo avrebbe incontrato Cesa. Di qui il coinvolgimento dell’(ex) segretario dello scudocrociato.

Cronaca e politica dunque si incrociano un’altra volta, come in mille altre occasioni della storia italiana, con l’irruzione di carte bollate e manette nel bel mezzo dell’ennesima crisi politica, nei giorni decisivi per un presidente del Consiglio che si è trasformato in rabdomante di voti parlamentari per assicurare un bis al suo secondo governo – bizzarrie della matematica applicate a una politica in disfacimento – dopo l’abbandono di Italia viva.

Cesa, il corteggiato Cesa, era fino a ieri il navigato politico che poteva portare il mattoncino della sua Udc alla casetta dei Costruttori, la mitica quarta gamba del Conte bis, l’accampamento parlamentare di un nucleo di fanteria a piedi pronto a sostituire i renziani: Cesa, con la sua esperienza, avrebbe potuto non solo portare a Conte i tre Magi (Bonetti, Saccone e De Poli che si sono definiti «scossi» da quanto è avvenuto) ma calamitare altri moderati sciolti alla ricerca di un posto al sole dalle parti del governo.

Ma ecco che il gran progetto contian-casaliniano (con la benedizione ideologica di Marco Travaglio) viene ora messo in crisi dalla bomba atomica sganciata proprio da quel Gratteri che – guarda la vita com’è strana – ê uno dei miti del direttore del Fatto, un’emblema del davighismo d’azione che il travaglismo annovera fra i fattori più importanti del suo Stato etico. Un’altra coincidenza strana.

Con Cesa tutto è finito ancora prima di cominciare: la sentenza l’ha emessa Luigi Di Maio in persona – nulla con chi è sospettato di mafia. E quota 161 si allontana.

A questo punto infatti non sono solo i tre parlamentari dell’Udc a essere scossi (tra l’altro per due di loro si era ventilato nei giorni scorsi l’ingresso al governo, la Famiglia alla Binetti, l’Agricoltura a De Poli), ma tutto l’impianto difensivo dell’avvocato del popolo.

Il tempo stringe – il Presidente della Repubblica è con il cronometro in mano – e mercoledì prossimo c’è la prima grande prova per il governo dopo i tumulti renziani perché si voterà sulla relazione dello stato della giustizia (altra coincidenza) da parte di quell’Alfonso Bonafede che Matteo Renzi avrebbe già mandato via quando vi fu una mozione di sfiducia su di lui ma che salvò per spirito di disciplina governativa. Avrà i numeri, Conte, mercoledì? Impossibile fare previsioni. Tranne una. 

Questa. Se il governo dovesse cadere sulla giustizia o in seguito alla constatazione che la quarta gamba si è persa sulla strada di Catanzaro, comincerebbe un altro film.

Di certo non verrebbe automaticamente calato il sipario su una delle legislature più scombiccherate della storia della Repubblica, perché sarebbe inevitabile aprire il grande gioco delle consultazioni e fare i nomi delle personalità in grado di formare una maggioranza e un governo. E sarebbe, probabilmente, l’ora del Pd, di un suo leader.

Già, ma che farebbe il Nazareno? Due le strade: o provare a formare un nuovo governo ricostruendo e allargando seriamente la maggioranza che c’era; o incaponirsi sulla linea di Goffredo Bettini, cioè lanciarsi nell’avventura delle elezioni anticipate con il cartello Pd-Conte-M5s-LeU che al momento i sondaggi danno perdente rispetto alla destra. Per il momento, la crisi si complica. Fiato sospeso, e basso profilo.

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