Contro la diessizzazioneNel Pd alcuni (ma non troppi) cominciano a soffrire l’immobilismo di Zingaretti

I democratici sanno bene che la crisi non ha portato a quell’esecutivo forte e stabile a cui ambivano. L’ala riformista non ha intenzione di accontentarsi dei numeretti in Parlamento, di diventare subalterna ai Cinquestelle, né di sedersi sui risultati strappati da Renzi, ma non sembra ancora in grado di far cambiare linea al segretario, che in fondo sta bene così: Conte ha rinunciato ai servizi e il Recovery è cambiato. Perché andare oltre?

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«Mi aspetto che il Partito democratico si assuma la responsabilità di una svolta e non si accontenti di una governabilità fine a sé stessa. Spero che qualche timidezza di troppo con i nostri alleati sia dettata solo dall’emergenza». Si sa che Tommaso Nannicini – senatore del Partito democratico sempre molto autonomo – ha votato la fiducia “per disciplina di partito” e certo anche perché contrario a una crisi: e però non è solo lui a reclamare una discussione un po’ meno legata alla contingenza.

Perché – è un po’ lo slogan dei malpancisti dem in queste ore – «Conte non val bene una messa», un premier che in Parlamento non ha detto nulla di nuovo e molto ha brigato per aggrumare una maggioranza purchessia, peraltro con esito che definire deludente è poco.

L’iniziativa di Renzi non ha portato nemmeno lontanamente a quel governo diverso, più forte, più marcato in senso riformista che un pezzo del Partito democratico vorrebbe. La battaglia non è finita ma tira un’aria di restaurazione, non di rinnovamento. E “il Partito democratico del Nazareno” sta da quella parte.

I dubbi ci sono. Un orecchio attento coglie i brontolii per un’azione nel governo poco caratterizzata e come partito abbastanza silenziosa, e le domande girano da Giorgio Gori a Lia Quartapelle (qui la sua intervista a Linkiesta) – ieri a Milano lei ha passato la giornata a ascoltare i dubbi di circoli e militanti – alla segretaria della Toscana Simona Bonafè, a diversi parlamentari che non parlano ufficialmente ma che si ritrovano nelle parole di Nannicini, e che lamentano una linea senz’anima.

Sono i riformisti del partito orfani di quel Matteo Renzi che non hanno voluto seguire in Italia viva perché convinti che la battaglia andasse fatta nel partito ma che oggi, dopo due anni di regno di Zingaretti, hanno un po’ smarrito la strada – complice anche l’emergenza pandemica che non consente, anche materialmente, grandi dibattiti. Ma insomma fra il movimentismo di Renzi e l’immobilismo di Zingaretti ci sarà pure uno spazio.

E infatti da discutere ci sarebbe eccome. Il timore è che la linea soft del segretario e dei governanti sortisce una serie di effetti indesiderati, a partire dalla subalternità al Movimento cinque stelle, essendoci il rischio – dice Nannicini – che si arrivi a un «Movimento 6 stelle in cui la sesta stella sono le correnti del Partito democratico», un esito che pare nei fatti prima ancora che nelle decisioni formali, se si considera il rilancio dell’alleanza strategica con i grillini avanzato ieri da Dario Franceschini e che passerà per la scelta fortemente emblematica che sarà compiuta a Roma (intesa con i grillini contro Carlo Calenda?) o in Calabria (Partito democratico con de Magistris?).

Più in generale il timore di fondo è una “diessizzazione” del partito, un ritorno alla vecchia divisione dei compiti: al Pd-simil-Ds l’occupazione della sinistra, magari anche grazie a un rientro di Bersani, e al partito di Conte quello della vecchia Margherita: l’esatto contrario della ragione fondativa del Partito democratico di Veltroni. D’altronde in un sistema proporzionale ci sta.

E sul fronte del governo Conte 2 bis, con Ciampolillo al posto di Renzi, la preoccupazione di alcuni è quella di un sostanziale quieto vivere, essendo sufficiente per il Nazareno quello che proprio l’ex segretario ha portato a casa, dalle novità del Recovery plan alla rinuncia contiana della delega sui servizi segreti. Sembra proprio Zingaretti il più preoccupato, ma sarà in grado il segretario di far cambiare registro a un avvocato del popolo che ha evitato la crisi?

Dubbi, domande. Ma a chi porle? E dove? In un Partito democratico ormai molto centralizzato (c’è chi dice: militarizzato) in questa fase una discussione è quasi impossibile. Si comincia a pensare ad un forma di coordinamento di tutti i “critici”, guardando all’area di Base riformista, certo, ma non solo. Il fatto che il Congresso sia di là da venire non aiuta. Eppure bisognerà ben cominciare, prima o poi.

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