E ora rimpastoConte avrà la sua maggioranza (forse), l’Italia avrà un governo più debole

Il presidente del Consiglio rimane esposto alle richieste del questuante di turno, alle pretese di gruppi e gruppetti, ai ricatti dei pezzi più grossi

Lavia
Da stasera l’Italia avrà un governo più debole. Vedremo i voti al Senato che saranno sotto la maggioranza assoluta. Ma al di là della fragilità numerica, già in parte evidenziata dal grande tabellone elettronico che sovrasta l’emiciclo di Montecitorio quando è apparsa la scritta “favorevoli 321″ (6 voti in più della maggioranza, non è un granché) il Conte 2 bis – o Conte bis bis – si è politicamente infragilito con la rottura con Italia viva e il salite a bordo dei già leggendari Costruttori, aggregazione di vecchie volpi e nomi sconosciuti, fuoriusciti ed eletti all’estero che da domani potranno chiedere qualunque cosa a un avvocato convinto di aver vinto la causa.
A parte il presidente del Consiglio e Marco Travaglio, lo sanno tutti che Conte è più debole. Esposto alle richieste del questuante di turno, alle pretese di gruppi e gruppetti, ai ricatti dei pezzi più grossi. Come in tutti quei passaggi che Gramsci definiva «morbosi» nei quali la politica si riduce al piccolo cabotaggio e alle pratiche meno limpide, il grosso dei parlamentari è soddisfatto per aver evitato una crisi senza sbocchi e innescato una dinamica che potrebbe portare persino a un consolidamento della maggioranza, e infatti già è arrivata Renata Polverini a dare il suo sì sull’altare del neocentrismo di un Conte già battezzato da Zingaretti «grande punto di riferimento dei progressisti»: poi dice che uno parla di trasformismo.
E d’altronde c’è chi fa intendere a Conte che bisogna cominciare a pensare a qualcosa di diverso, come Bruno Tabacci quando chiede «un nuovo esecutivo»: è già il tema del rimpasto. Del riequilibrio del potere. C’è il ministero dell’Agricoltura, quello delle Pari opportunità, 5-6 sottosegretari… La caccia è aperta. E la promessa del proporzionale ingolosisce partiti e partitini, si ritorna al buon tempo antico.
Certo, se l’obiettivo di Matteo Renzi era quello di arrivare a un governo più forte magari con un altro presidente del Consiglio dovrà riflettere sul fatto che alla fine il risultato è opposto, come detto: c’è un governo sempre con Conte e più debole. Resta per lui la convinzione di aver posto problemi veri (e dopo le modifiche del Recovery plan incassa anche la rinuncia dell’avvocato alla delega sui servizi segreti) e soprattutto la possibilità di avere ancora più peso contrattuale sui singoli provvedimenti, dato che i suoi parlamentari potrebbero risultare decisivi in più di un’occasione.
Al Pd – sempre preoccupato per la fragilità del quadro politico – spetterebbe il compito di rendere più concreta l’iniziativa del governo. Qualche voce (Tommaso Nannicini, Giorgio Gori) si leva per esprimere un’insoddisfazione che non è solo la loro per la scelta di aver chiuso la porta a Matteo Renzi per aprirla a Ricardo Merlo, parlamentare Italo-argentino eletto in Sudamerica, e alla truppa dei Costruttori.
Sembrerebbe inevitabile nel Pd l’apertura di una discussione sulle prospettive di un partito che, con Renzi e i riformisti di Bonino e Calenda mai così lontani, è di fatto prigioniero di Conte e Di Maio, gli uomini della grande alleanza strategica con i quali punta a vincere le elezioni nelle grandi città e a eleggere il presidente della Repubblica nel 2022. Se ci arrivano, al 2022.

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