Tutti convocatiLa Cina sta naturalizzando calciatori stranieri per cercare di qualificarsi ai mondiali del 2022

Il progetto ideato da Chen Xuyuan, il capo della Federazione calcistica cinese, mira a risollevare i risultati della nazionale (non all’altezza delle aspirazioni del partito). Una mossa strategica che trasforma il calcio in uno strumento in più per la sfida geopolitica con i vicini asiatici, sopratutto il Giappone

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Per gli amici del bairro Sorocaba di San Paolo, in Brasile, Fernando Henrique è sempre stato “Fernandinho”. Da qualche mese, però, l’esterno offensivo del Guangzhou F.C. è diventato Fei Nanduo. Assieme a Tyias Browning (Jiang Guangtai), Nico Yennaris (Li Ke), Elkeson (Ai Kesen), Aloisio (Luo Guofu) e Alan Carvalho (A Lan), Fernando è uno dei sei calciatori a cui la Federazione cinese ha offerto un nuovo passaporto ed un posto in nazionale. 

Il progetto è stato ideato da Chen Xuyuan, il capo della Federazione calcistica cinese, e sostenuto dal governo centrale per aiutare la Cina a qualificarsi alla Coppa del Mondo del 2022. Da anni, infatti, i risultati della nazionale continuano a non essere all’altezza delle aspirazioni del partito, sempre più infastidito da brutte figure che mettono in imbarazzo l’intero movimento sportivo cinese. La qualificazione al Mondiale del Qatar è quindi fondamentale e per questo Pechino ha dato il via libera ad una campagna di naturalizzazioni senza precedenti. 

Sfruttando lo stop forzato imposto dall’emergenza sanitaria (la Cina non gioca un match ufficiale da più di un anno) Chen Xuyuan e la Federazione hanno lavorato per mesi alla naturalizzazione di alcuni dei migliori calciatori della Chinese Super League, in modo da poterli convocare per le prossime quattro partite del girone di qualificazione (contro Maldive, Guam, Filippine e Siria). Attualmente la Cina è seconda, con un punto da recuperare alla Siria. Sulla carta l’impresa non sembra impossibile: la squadra del commissario tecnico Li Tie ha una partita in meno della capolista ed il livello delle avversarie non è entusiasmante. La pandemia, però, ha complicato i piani cinesi: a causa delle quarantene internazionali entrate in vigore nelle scorse settimane c’è un solo giocatore naturalizzato (Elkeson) tra i 27 convocati. Gli altri sono rimasti bloccati nei loro paesi di origine, lasciando Li Tie alle prese con i problemi di sempre: un gruppo senza talento e dall’età media molto alta (16 calciatori hanno più di 30 anni, senza nessun under 23 in rosa). 

Le ragioni di questa mediocrità sono molteplici. Innanzitutto in Cina manca una vera e propria tradizione calcistica: il professionismo è stato introdotto solo nel 1994 e a quasi trent’anni di distanza nel paese i tavoli da ping pong ed i playground per il basket continuano ad essere dieci volte di più rispetto ai campi da calcio. Nonostante 30 milioni di studenti giochino a pallone, la maggioranza dei ragazzi e delle ragazze cinesi preferiscono dedicarsi ad altri sport. Uno scenario reso ancora più preoccupante dall’endemica mancanza di talento che da sempre agita il sonno dei dirigenti cinesi. Che, per ovviare al problema, hanno scelto di aprire 40 mila scuole calcio con l’obiettivo di individuare ed allenare i ragazzi più promettenti del paese. Una scelta che conferma il cambio di rotta intrapreso dalla Federazione negli ultimi anni. 

Le follie economiche del passato sono ormai un ricordo e il tentativo di emulare la Premier League inglese – con i talenti importati dall’estero per rivoluzionare il gioco – è stato archiviato. A differenza di quanto accaduto in Inghilterra negli anni ’90, infatti, in Cina sono arrivati troppi calciatori a fine corsa che non solo non hanno migliorato l’appeal internazionale del campionato ma hanno anche impedito ai giovani locali di emergere. Per favorirne la crescita – oltre che per sanare le difficoltà economiche di molti club (tra cui i campioni in carica del Jiangsu F.C. che non ha pagato tre mensilità ai suoi calciatori e per questo ha iniziato il ritiro senza giocatori stranieri ed allenatore) – da questa stagione la Federazione ha deciso di rendere ancora più stringente il salary cap: le nuove regole prevedono che i calciatori stranieri non possano guadagnare più di 3 milioni di euro, mentre quelli cinesi non potranno percepire più di 600 mila euro. L’unica eccezione è rappresentata dagli atleti già naturalizzati e da quelli che in futuro sceglieranno di giocare per la nazionale cinese, a cui verrà concessa una deroga ad hoc studiata appositamente per non ostacolare i piani di Chen Xuyuan.

Una stretta locale che tuttavia non pregiudica i piani globali di Pechino. Il calcio, infatti, continua ad essere uno strumento prezioso nella sfida geopolitica con i vicini asiatici ed in particolar modo con il Giappone. Mentre si rincorrono le voci di una possibile cancellazione dei giochi olimpici di Tokyo, il presidente della Fifa Gianni Infantino ha confermato che la Cina ospiterà la prima edizione del nuovo format a 24 squadre della Coppa del Mondo per club, che si aggiunge alla coppa d’Asia del 2023. Un successo diplomatico del soft power cinese, irrobustito dagli investimenti dei suoi grandi gruppi industriali: dopo Vivo ed Alipay, poche settimane fa Hisense è diventato il terzo partner commerciale cinese dell’Uefa, confermando come la Cina – almeno a bordo campo – sia ormai allo stesso livello dei suoi avversari. Per esserlo anche sul terreno di gioco Pechino ha scelto di affidarsi a Fernando detto Fei Nando e ai suoi nuovi, improbabili compatrioti.

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