Galleggiare è affondareConte è cotto, ma il Pd ha paura di sbagliare e quindi continua a non fare niente

Il Partito democratico, grazie all’iniziativa politica di Renzi e all’inadeguatezza del premier, avrebbe la possibilità di far partire un nuovo governo capace di affrontare le grandi prove della vaccinazione e del Recovery, ma cincischia per non darla vinta al senatore fiorentino

jason-blackeye, unsplash

Tocca al Partito democratico dare un senso a questa legislatura. Il Pd può, se vuole, dar vita a una fase nuova che assicuri al Paese un governo decente che sappia affrontare le grandissime prove della vaccinazione di massa e dell’accesso alle risorse del Recovery fund, i due capitoli sui quali Giuseppe Conte pattina ma scivola: e mettiamoci anche il caos sulle scuole e sui colori delle regioni e il quadro è completo.

Ma Il Partito democratico in queste ore non parla, ha paura di sbagliare la mossa. Odia Matteo Renzi e non ama Conte, di qui il ristagno della sua politica, il galleggiamento nella risacca della crisi, il dire e il non dire aspettando le mosse altrui, il terrore di polpette avvelenate appena si parla di un esponente democratico incaricato di formare il nuovo governo: c’è da restare allibiti, conoscendo un poco il protagonismo dei partiti fondatori, dinanzi a questa inanità che non è senso di responsabilità, ma subalternità agli eventi.

La verità è che in queste ore i soliti pontieri stanno lavorando a un Conte ter (in pratica un rimpastone) dopo l’ormai inevitabile crisi che sarà innescata da Renzi quanto prima. Il premier si muove parecchio, aiutato dai maggiorenti del Nazareno, con Goffredo Bettini in gran spolvero. Renzi è corteggiato in cambio di un aggiustamento del Piano italiano per il Recovery fund e di un rimpasto favorevole a Italia viva. Si cercano voti in ogni angolo del Parlamento, voti politici, non alla Scilipoti: anche a Carlo Calenda sono stati chiesti i voti di Azione.

Sono tentativi difficili, avvolti dall’odore della disperazione, come quando l’alcolizzato non avendo più niente da perdere si getta sull’ennesimo bancone di un bar di periferia invocando un ultimo goccio. È uno di quei frangenti molto da Seconda Repubblica, a caccia del più sconosciuto dei peones, quando fra i giocatori esperti si punta forte e le voci girano senza controllo, voci che gira gira finiscono sempre con lo sbattere sulla grande terrazza del Nazareno.

E così, già prima che Conte sia naufragato, si parla molto dei principali esponenti del Pd, una rosa da cui potrebbe uscir fuori il successore del premier attuale, perché secondo alcuni solo un dem sarebbe in grado di ricostruire la maggioranza giallorossa con un nuovo presidente del Consiglio ridefinendo un serio programma e una forte e rinnovata squadra di governo anche aperta a competenze specifiche esterne ai partiti. Un governo in grado di rispondere alla sollecitazione di costruire venuta dal Presidente della Repubblica e non solo di galleggiare. E di replicare, con la politica, all’offensiva di Matteo Renzi.

Il Movimento cinque stelle, un soggetto politico che è entrato in una fase acuta della sua afasia e cecità, ha già espresso, e per due volte, il presidente del Consiglio e su Conte non molla. Per questo se l’avvocato dovesse essere travolto dovrebbe toccare al Pd, e il momento di Dario Franceschini è il più gettonato di tutti e già rimbalzato sui giornali (Nicola Zingaretti ha il problema di governare la Regione Lazio in un momento molto complesso, sarebbe un problema andare ora alle elezioni regionali) e dunque potrebbe proprio essere il ministro della Cultura l’uomo destinato a succedere a Conte, un avvocato dopo un avvocato ma con ben altra caratura politica.

Certo, sarebbe una deviazione rispetto al piano più lineare che Franceschini aveva in mente, succedere a Roberto Fico dopo il trasloco di questi a Napoli, come sindaco, e dallo scranno più alto di Montecitorio provare a balzare al Colle, secondo una tradizione che vuole il presidente della Camera super papabile per il Quirinale (così fu per Gronchi, Leone, Pertini, Cossiga, Scalfaro, Napolitano).

Da parte sua Conte lavora sott’acqua per salvare sé stesso. Ha commesso molti errori, ultimo dei quali quello di prendere sottogamba gli avvertimenti che da mesi giungono da Italia viva e senza peraltro cementare l’intesa con tutto il Partito democratico, a partire dal suo segretario, preferendogli piuttosto Roberto Gualtieri per risolvere i nodi politici e dando per scontato una volta per tutte di essere ormai «il punto di riferimento dei progressisti», una frase di Zingaretti che è appunto solo una frase. Con tutto il Pd alle spalle, il premier avrebbe forse potuto resistere alla pressione renziana, ma non ci ha lavorato troppo, così che alla fine è costretto a implorare Zingaretti e a concedere a Renzi più di qualcosa, peraltro restando sempre nel suo mirino.

Tocca dunque al Nazareno fare politica. Ma se il Pd non volesse prendersi la responsabilità in prima persona, dovrà sintonizzarsi su altre proposte che verranno dall’odiato Renzi. Non è un mistero che Italia viva continui a sognare Mario Draghi a Palazzo Chigi; mentre in altri ambienti spunta il nome anch’esso autorevole di Carlo Cottarelli, immaginato alla guida di un esecutivo tecnico-politico, lo schema che fu del governo Ciampi nel 1993.

L’unica cosa che Zingaretti non può fare è lavarsene le mani. E non c’è tanto tempo per cincischiare, la clessidra della crisi è ormai rovesciata e la sabbia della crisi reale anche se non formale ha preso inesorabilmente a scorrere.

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