Teoria del complottoPerché i negazionisti pensano così

Nel saggio “Il coltellino svizzero”, Annamaria Testa spiega che non accettare la realtà è una pratica faticosissima. C’è bisogno di istituire un intero sistema logico parallelo e di presidiare costantemente il proprio paesaggio cognitivo contro gli assalti continui dei dati evidenti

A proposito dell’attitudine a negare l’evidenza, la psicologia ci dice alcune cose interessanti. Per esempio: la negazione è un meccanismo di difesa. Impariamo ad attivarlo già da piccoli, per proteggerci da pensieri ed eventi che ci appaiono insostenibili o ingestibili. 

Più precisamente, diciamo negazione quando una persona, per allontanare da sé dolore, frustrazione e disagio, rifiuta più o meno consapevolmente di riconoscere la concretezza e la realtà di un fatto, o la provata fondatezza di un’affermazione. 

Diciamo invece rimozione se perfino il processo del negare avviene in maniera inconscia.

Negare l’evidenza è una reazione primitiva e immatura: non ci aiuta a governare la realtà, e non la cambia. Piuttosto, provando a cancellarla, la maschera o la nasconde, rischiando di renderla nel tempo ancora più ingestibile.

Tutto ciò non significa che negare l’evidenza sia una strategia sempre inefficace o inutile. Può aiutarci, anche da adulti, a tirare il fiato di fronte a un problema o a un evento improvviso e drammatico, fino a quando non riusciamo ad adattarci mettendo insieme le risorse necessarie ad affrontarlo. Però la difesa, se prolungata nel tempo, può, appunto, diventare disfunzionale e gravemente patologica.

La negazione ha molte facce. Si può negare la realtà di un fatto accaduto, o se ne può omettere una parte. Si possono negare le proprie responsabilità negli accadimenti, mentendo, o minimizzando il proprio ruolo e le conseguenze. O cercando giustificazioni campate per aria, fino a sostenere che una cosa «è successa perché è successa«. E naturalmente si può negare il fatto che si sta negando qualcosa: è una spirale della negazione che non ha più fine.

La cosa notevole è che l’attitudine a negare o a rimuovere, che potrebbe sembrare squisitamente individuale, si può trovare anche a livello sociale e può riguardare intere comunità. Il primo a parlarne è stato lo psicologo e ricercatore israeliano Dan Bar-On. L’argomento è stato approfondito, tra gli altri, dal sociologo Eviatar Zerubavel, con un saggio intitolato The Elephant in the Room.

Abbiamo un elefante nella stanza se, scrive Zerubavel, tutti fanno finta di non vedere ciò che è del tutto evidente. Insomma, quando – come accade nella notissima favola di Andersen – il re è nudo ma nessuno sa o può dirlo.

Qualsiasi problema tanto palese quanto intricato, spinoso e in apparenza irrisolvibile può trasformarsi in un

elefante nella stanza. Può essere lo stato reale dell’economia. O (negli Stati Uniti, e forse prossimamente da noi) può essere la relazione tra diffusione delle armi e violenza. O può essere un grande rischio sistemico, come la crescita delle disuguaglianze o il cambiamento climatico.

Kari Marie Norgaard ha indagato sul campo, per un intero anno, le reazioni di una comunità norvegese alla minaccia del cambiamento climatico. Ne dà conto in un saggio molto citato dove spiega che la negazione sociale funziona in modo analogo ma non identico alla negazione individuale. In sostanza, se l’elefante è così grosso che proprio è impossibile ignorarlo, le persone ne sono consapevoli.

Ma le medesime persone sono portate a minimizzare, o a dire che la responsabilità non è loro, o a focalizzarsi su un singolo dettaglio che riescono a gestire, trascurando tutto il resto. E, tutto sommato, preferirebbero dimenticarsene e pensare ad altro. Così, alla fine, se ne scivolano nell’apatia: un’ulteriore e non inoffensiva forma di negazione.

Pensiamo per esempio a quanto succede da noi in occasione di ogni nuova (ci metto le virgolette) catastrofe “naturale”. Si lanciano mille allarmi e si citano mille dati sul dissesto idrogeologico nazionale, e dopo una settimana il tema sparisce nuovamente dal dibattito collettivo.

Il “Guardian” titola: Dai vaccini al cambiamento climatico al genocidio: stiamo vivendo una nuova era di negazionismo? E pubblica un lungo articolo, preoccupato e veemente, che mette in evidenza tre questioni.

La prima questione: dai genocidi (mai avvenuti!) al cambiamento climatico (un fatto naturale!) all’esistenza dell’AIDS (non esiste!) in tempi recenti il negazionismo si struttura e si consolida con la produzione di teorie alternative e di verità più comode, anche se infondate, e dà origine a un clima sociale fondato sull’odio e il sospetto.

La seconda questione: il negazionismo può avere terribili conseguenze. Per esempio, la riluttanza del presidente sudafricano Thabo Mbeki, in carica tra 1999 e 2008, a riconoscere il legame tra HIV e AIDS ha avuto un costo stimato di 330.000 vite umane.

La terza questione: l’avvento di internet ha causato l’espandersi di un’ulteriore forma di negazionismo, anarchico e distopico, incontrollabile e impermeabile a ogni verifica. Una situazione nella quale ciascuno si sente legittimato a sostenere la propria individuale verità, inventata su misura.

Aggiungo che, oltretutto, la negazione è una pratica faticosissima. C’è bisogno di istituire un intero sistema logico parallelo. Di stare attenti a non cadere in contraddizione. E di presidiare costantemente il proprio paesaggio cognitivo contro gli assalti continui dei dati di realtà. La conseguenza di tutto ciò è una sostanziale diminuzione della capacità collettiva di affrontare i grandi problemi contemporanei, e dell’energia necessaria per poterlo fare. Così tutti insieme come collettività, e non solo chi nega i problemi, ci troviamo immersi in una realtà opaca e vischiosa, ansiogena, claustrofobica. E in una condizione di sostanziale impotenza.

Negare l’evidenza è un comportamento infantile anche a livello collettivo? Sì, certo. Può essere incentivato o aggravato dall’incapacità, dalla cecità o dall’opportunismo dei governi? Be’, il caso sudafricano è esemplare, e non è l’unico. Ha delle connotazioni patologiche? Temo proprio di sì.

Ma se un individuo intrappolato nella negazione patologica può chiedere aiuto a un terapeuta, quale terapia può proporsi per un’intera comunità?

Forse il primo passo, anche questo analogo a quello che va compiuto a livello individuale, consiste nello smettere di negare che la negazione è, per così dire, il problema dei problemi. Specie per quanto riguarda l’emergenza climatica.

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