Il predominio del likeNon piangete la morte della critica, perché non è mai nata davvero

Un approccio intransigente alla letteratura, dotato di sensibilità, conoscenza e intuito è merce rara. I soggetti che riescono a esercitarlo sono pochissimi e fuori dal comune, per questo motivo il loro metodo non può diventare né disciplina né sistema

da Pixabay

«È fin troppo evidente che la critica si trovi in condizione critica: la sua crisi è del resto oggetto di dibattiti e riflessioni d’ogni genere. Fatto assodato è la sua perdita di prestigio: sempre minore lo spazio che le tocca nei media, sempre più debole la sua capacità di agire sui nodi capitali della cultura contemporanea e sulle scelte del mercato editoriale, a meno che non si ponga come sua subalterna fiancheggiatrice».

Questo di Giulio Ferroni in aperura de “La solitudine del critico” (Salerno editrice) è solo l’ultimo canto del cigno, in ordine di tempo, che la critica fa di se stessa. La rottura definitiva tra la critica e la realtà è avvenuta quando quest’ultima è divenuta virtuale, contrapponendo allo sforzo dell’analisi un semplice like, anche se le lamentele da parte dei critici della critica – i Segre, i Lavagetto, i Berardinelli – erano già in atto a partire dagli anni novanta del secolo scorso, complice il superamento definitivo della carica ancora ideologica delle neoavanguardie a favore dell’intrattenimento puro, la morte dei movimenti letterari (se non creati a tavolino: i cannibali), la completa industrializzazione della filiera editoriale (un’industria per molti ormai ostaggio della grande distribuzione, che la obbliga a sfornare molti più libri delle sue stesse capacità produttive, drogando il sistema col triumvirato debito/novità/resa).

Come dare torto a Ferroni? Prima ancora di capire che cosa fa o dovrebbe fare un critico il problema che ci si pone è proprio spaziale. Dove esercitare oggi la critica? Da una parte i giornali che si occupano di cultura concedono spazio a recensioni quasi sempre inerti, spesso frutto di accordi tra redattori e uffici stampa editoriali, se non proprio scritte dagli amici degli amici dell’autore (l’editoria è, a occhio, un perpetuo, gigantesco conflitto d’interesse, sembra di stare con un piede sempre in fallo), e di solito quanto più sono innocue tanto più vengono spacciate per spericolate e abrasive (gli specialisti della stroncatura, ad esempio, servono alla perfezione un sistema mediatico che mira alla spettacolarizzazione del prodotto – tutt’al più al pettegolezzo – non all’interpretazione, giammai alla comprensione); dall’altra ci sono dei sistemi di rilevamento e legittimazione letteraria che prescindono bellamente dalla critica, e che si possono accumunare perché seguono un criterio quantitativo: le classifiche di vendita sommano le copie vendute, le classifiche di qualità così come i premi letterari (che pure dentro i propri comitati fagogitano diversi critici) sommano i voti, puntando a una canonizzazione senza canone, sprovvista cioè del peso e della responsabilità di una scelta individuale.

Resterebbe la rete, che però è il luogo dell’entropia e dell’inflazione, dove ogni cosa è giudicata e dimenticata, il luogo dell’oblio quando la critica, all’opposto, dovrebbe costituirsi come gran setaccio della memoria, dicendo a braccetto con lo scorrere del tempo cosa andrebbe tenuto, cosa andrebbe conservato.

Ironia della sorte, l’emotività della rete sembrerebbe darla vinta a Benedetto Croce, da cui deriva una delle due grandi linee critiche della nostra storia moderna, quell’idealismo intuitivo che antepone il giudizio al metodo, e a cui nel corso di oltre un secolo si opposero sia gli accademici (i Sapegno, i Macchia) che i marxisti storicisti (gli Asor Rosa, i Fortini): che altro sarebbe il giudizio intuitivo di Croce mutuato dalla filosofia dello spirito di Hegel se non una emoji?

Forse per questo motivo gli editori ormai preferiscono affidare le fascette e i blurb dei loro potenziali best seller ai lettori comuni, mentre i critici tentano di resistere all’assalto dei book-blogger auto-confinandosi in qualche riserva indiana digitale, lit-blog recintati, dove fare discorsi che non siano soltanto stringati feed-back.

In mezzo a questa apocalisse qualcuno che insiste – si incaponisce? – nell’esercizio della critica pura c’è. Raffaello Palumbo Mosca ne “La realtà rappresentata” (Quodlibet, zibaldone critico), Gianluigi Simonetti ne “La letteratura circostante” (Il mulino, saggio letterario), Matteo Marchesini in “Scienza di niente” (Elliot, galleria di ritratti d’autore), sono tre voci diversissime eppure unite da quello che salta subito all’occhio come una dote: intransigenza letteraria.

È più della passione, è meglio dell’ossessione, significa provare a fare il proprio lavoro – svolgere la propria funzione – senza ambiguità di sorta e senza nessun piagnisteo. Queste voci provano ad andare fino in fondo rispetto all’obbiettivo che si sono poste, sia quello di dare conto di una produzione critica rappresentativa di un periodo storico determinato, riflettere sulla produzione alta, bassa e media del contemporaneo oppure fissare in poche pagine affilate autori di ieri o di oggi.

La critica vive grazie a posizioni radicali, che sono tali nella postura, prima ancora che nelle idee: nel come si sta al mondo da critici.

A questo proposito devo citare almeno le sortite – spesso poderose e assai diverse tra loro per approcci, metodi e fini – di Carla Benedetti (“Disumane lettere”, Laterza, pamphlet sulle humanities), Romano Luperini insieme a Emanuele Zinato (“Per un dizionario critico della letteratura contemporanea italiana”, propedeutica in 100 voci), Andrea Cortellessa (“La terra della Prosa”, L’Orma, mappatura dell’esistente letterario), Andrea Caterini (“L’oblio della figura”, Sillabe, studio monografico speculativo), Chiara Fenoglio (“Leopardi moralista”, Marsilio, biografia tematica), Massimo Onofri (“Isolitudini”, La nave di Teseo, atlante letterario).

In queste opere si fanno spesso dei nomi. E in fondo alla critica si dovrebbe chiedere proprio questo: che facesse dei nomi, ristabilendo le giuste proporzioni tra qualità e quantità.

Gli elenchi saranno sempre parziali, certo. Quello che conta non è l’esaustività, ma la capacità di costruire un percorso d’indagine attraverso una serie di opere e autori.

La critica, soprattutto quando è interessante – cioè in grado di parlare davvero – rappresenterà sempre un vicolo cieco. È sempre stato questo il suo limite e la sua forza, essere inscindibile dal critico che la compie.

Probabilmente non ha gli strumenti per darsi come sistema onnicomprensivo, e si basa giocoforza sulle intuizioni (anche di strumenti) di alcune intelligenze e sensibilità fuori dal comune (che fanno scuola, tutt’al più, ma quasi mai lasciano eredi). La critica non può essere morta perché, se Dio vuole, non è mai nata.

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