IoaproItaliaIl 15 gennaio alcuni ristoratori apriranno a prescindere dal DPCM

Un gruppo auto organizzato di ristoratori lancia la protesta: nel rispetto di tutte le norme igienico sanitarie disposte per l’emergenza riapriranno senza nessuna restrizione rispetto a giorni e orari di chiusura. Associazioni di categoria e colleghi più razionali non ci stanno

Foto di Artem Beliaikin da Pexels

La protesta nasce dalle pagine social di alcuni ristoratori, e l’aggregazione spontanea avviene principalmente online.

E nonostante gli ideatori del movimento si proclamino apartitici e apolitici, la spinta forte arriva dalla Lega, per esempio con la diretta di Armando Siri che dai suoi profili accoglie e amplifica il messaggio di Umberto Carriera, tra i primi promotori dell’iniziativa #ioaproItalia. Sostenuta anche da Libero, che il 12 proclama in prima pagina “In 30mila riaprono: crepi il governo”.

L’idea? Riaprire dal 15 gennaio indipendentemente da qualunque DPCM, anzi, facendosene uno proprio, il Decalogo Pratico Commercianti Motivati, che preveda il rispetto di tutte le norme igienico sanitarie disposte per l’emergenza ma nessuna norma relativa a giorni e orari di apertura e chiusura. Con il supporto legale di avvocati che – in caso di sanzioni – sono disposti a difendere ristoratori e clienti.

Anche la Svizzera ha la sua frangia di ristoratori ribelli, prendendo spunto dal gruppo Wir machen auf (apriamo), nato in Germania, che agisce in forma anonima.

L’associazione elvetica del settore della ristorazione, GastroSuisse, venerdì si era ufficialmente distanziata dall’operazione. Così come succede in Italia: per APCI, l’associazione professionale cuochi «Le aperture devono essere concordate, per non danneggiare ulteriormente un settore già allo stremo. Lavoriamo concretamente insieme e facciamo sentire la nostra voce, rassicurando clientela e Governo, sulla nostra capacità di riaprire, in maniera organizzata, condivisa e sicura».

Anche FIPE, come dichiara a Gambero Rosso, pur capendo la disperazione e l’esasperazione cui il governo sta portando al categoria, condanna questo atteggiamento: «Queste manifestazioni – certamente risultato di politiche improvvisate e programmazioni inesistenti, unite alla disperazione di una categoria senza più ossigeno – lasciano il tempo che trovano e, in più, vanno contro normative a cui nessun legale può opporsi» spiega Matteo Musacci, presidente regionale Fipe Emilia Romagna (e Vicepresidente nazionale): «Si tratta di gesti radicali e inconsulti, che non possiamo appoggiare. Ecco perché Fipe ribadisce a gran voce di non aprire, perché poi le sanzioni vanno pagate, e contravvenire alle regole comporterebbe anche l’imposizione di chiusura». Senza dimenticare i ristori, che la Federazione richiede a gran voce.

Stessa opinione per altri ristoratori più razionali, come Fabio Tammaro, chef dell’Officina dei sapori di Verona, che sempre sui social network sottolinea la scelleratezza dell’idea.

«Con enorme piacere sto constatando che quasi tutti i miei colleghi, a Verona e in tutta Italia, stanno prendendo le distanze dalla protesta del 15 Gennaio, che prevederebbe il rocambolesco autogol nell’aprire il locale al pubblico. (Quale pubblico poi?! BOH!).
Questo è il momento di rimandare le responsabilità (soprattutto finanziarie) al mittente, scrollandoci da dosso definitivamente l’etichetta pubblica di untori (che non siamo mai stati, come largamente dimostrato), mostrandoci si sofferenti, come tantissime altre categorie, ma responsabili. Come sempre e da sempre. Capisco il nervosismo, la rabbia e la voglia di protestare, ma secondo il mio inutile parere non è assolutamente questo il modo giusto.
Sarebbe un clamoroso harakiri».
E mentre questa resistenza fa discutere, i temi caldi dei ristori e del delivery non sono da meno. UBRI, l’unione dei maggiori brand della Ristorazione Italiana, definitivamente delusa per l’assenza di azioni da parte del Governo, rispetto alla natura non efficace dei Decreti Ristori, chiede con una lettera inviata al Ministro dello Sviluppo Economico e al Premier Giuseppe Conte di partecipare al tavolo dei tecnici per condividere, all’interno del Decreto Ristori 5, le misure ormai imprescindibili da adottare, per sostenere il settore fino alla ripresa. Vincenzo Ferrieri, Presidente Ubri è determinato: «Sono sei mesi che io e miei colleghi proponiamo al Governo di coinvolgerci nel tavolo “dei tecnici”, noi di UBRI siamo manager del settore e come tali abbiamo una visione d’insieme, conosciamo a fondo ogni problematica e siamo abituati a risolvere problemi, ricercando soluzioni concrete nel confronto delle parti. Non ci interessa proporre un atteggiamento solo rivendicativo dei nostri diritti, che lasciamo legittimamente ai singoli o alle sigle sindacali, perché siamo in grado di colmare l’incompetenza sul tema finora espressa da tecnici non preparati su questo enorme e complesso settore».
La situazione è ormai più che preoccupante: «Se non interveniamo immediatamente arriveremo a bruciare in 12 mesi un impressionante numero di attività che rappresentano una delle parti più dinamiche dell’impresa italiana e che coinvolgono decine di migliaia di persone, sia come addetti che come produttori e indotto.  I precedenti decreti Ristori, con la loro politica indifferenziata e del tutto insufficiente, sono risultati essere unicamente azioni di comunicazione del Governo, ma il settore ha bisogno di idee e di fatti: un piano strutturale e pluriennale che abbia effetti immediati e di lungo periodo. I punti sono tanti e buona parte vogliono spingere a un comportamento più equo e uno sforzo condiviso grandi player, a cominciare dalle multinazionali del Delivery (che non pagano le tasse in Italia) e i landlord che, con gli affitti di locali fermi, non stanno facendo la loro parte».
Il tavolo è sempre più ingombro di problemi e la soluzioni paiono sempre più lontane.

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