Il controllo del Mar AdriaticoItalia e Croazia sono pronte a creare le loro zone economiche esclusive

I due Paesi hanno da poco siglato un accordo storico a Trieste per dividersi le aree dove poter esercitare il diritto di esplorare, conservare e gestire le risorse naturali, biologiche e minerali presenti (sopra e sotto il fondale) e anche di sfruttarle a fini economici

LaPresse

Dopo aver trovato un accordo lo scorso 18 dicembre a Trieste, il prossimo mese Italia e Croazia ufficializzeranno la demarcazione delle rispettive Zone economiche esclusive (Zee) nell’Adriatico. 

La Slovenia è stata coinvolta come osservatrice, ma non avendo che un limitato sbocco sul mare non ha la possibilità di dichiarare una Zee a sua volta. Come ammesso apertamente dal premier sloveno Janez Janša, Lubiana è stata invitata al vertice di Trieste solo per “il buon cuore” dei due Stati vicini. Non solo gli sloveni non possono rivendicare alcuna Zee, ma lo stesso diritto di accesso delle loro navi alle acque internazionali è ostacolato dalla Croazia – il contenzioso relativo alla Baia di Pirano.  

Introdotte con la Convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos) siglata a Montego Bay (Giamaica) il 10 dicembre 1982, le Zee sono una porzione di acque marittime che può estendersi fino a 200 miglia di distanza dalla linea di base – il riferimento da cui si contano le acque territoriali, che non possono invece superare le 12 miglia. 

Secondo il diritto internazionale, notificando all’Onu l’istituzione di una propria Zee lo Stato acquisisce il diritto di esplorare, conservare e gestire le risorse naturali, biologiche e minerali presenti (sopra e sotto il fondale) e anche di sfruttarle a fini economici (produzione di energia e soprattutto pesca); esercita la propria giurisdizione in materia di installazione ed utilizzazione di isole artificiali, impianti e strutture, ricerca scientifica, preservazione e protezione dell’ambiente marino. Dispone inoltre di poteri coercitivi verso le navi transitanti, come abbordaggio,  ispezione,  fermo  e  sottoposizione a procedimento giudiziario. Non può tuttavia impedire la navigazione, il sorvolo, la posa di cavi e di condotte sottomarine da parte di Stati terzi.  

La Unclos nacque, dopo un decennio di negoziati, come compromesso tra gli Stati dotati di flotte di pescherecci capaci di pescare in altura e di stare al largo per lungo tempo e gli Stati più poveri, che ottenevano così un meccanismo giuridico per tutelare la acque adiacenti alle proprie coste. Fino a quel momento vigeva il principio di libera pesca nell’alto mare fino a 200 miglia dalla costa, che garantiva un vantaggio competitivo evidente ai paesi più attrezzati.  

Sempre la Unclos prevede che i paesi con coste opposte o adiacenti devono mettersi d’accordo e pervenire a una “soluzione equa” prima di dichiarare le rispettive Zee, come ha per esempio fatto la Turchia con la Libia nel Mediterraneo orientale, sebbene la soluzione trovata sia contestata da Grecia e Cipro, e come stanno per fare ora Italia e Croazia. 

Come osservato da Limes all’epoca, Zagabria coltiva il sogno di attribuirsi la sovranità di un’ampia fetta del “mare corto” fin dal 2003, quando aveva dichiarato unilateralmente una Zona di protezione ittica e ambientale (Zerp, nell’acronimo croato) nell’Adriatico, di fatto una sorta di preludio alla Zee. Negoziando l’adesione all’Ue (poi avvenuta nel 2013) negli anni successivi, Zagabria aveva smussato le proprie pretese, accettando di sospendere l’applicazione della Zerp fino a che non fosse stato trovato un compromesso in sede comunitaria.   

Sul piano concreto, per i due dirimpettai contraenti non cambia nulla. In base al diritto comunitario, anche le Zee sono da considerarsi territorio Ue e sono sottoposte allo stesso regime doganale applicato sulla terraferma e nelle acque territoriali. In teoria, se interessati, tutti gli altri 25 Stati membri potrebbero usufruire delle Zee italiana e croata, sebbene pare improbabile che un paese non prospiciente accampi ragioni fondate per intervenire in questo quadrante e si arrischi a scatenare una querelle diplomatica con lo Stato titolare. Le ricadute più rilevanti saranno per gli altri tre Stati adriatici, Albania, Montenegro e Bosnia Erzegovina: i loro pescatori non potranno più accedere alle acque che passeranno sotto la giurisdizione italiana e croata.  

Nonostante gli allarmismi infondati di chi denuncia il rischio di cadere in una trappola balcanica, questa volta Roma sembra essersi mossa in modo conforme ai suoi interessi nazionali, seppur tardi. 

Solo quest’anno l’Italia sembra essere guarita dalla “Zee-fobia” cronica. Lo scorso giugno Italia e Grecia si sono accordate su un’intesa di massima che prelude alla dichiarazione delle Zee adiacenti, da delimitare in base ai confini delle rispettive piattaforme continentali identificati nell’accordo italo-greco del 1977. Per Atene, come spiegato da Linkiesta, è stata una mossa propedeutica a varare altre Zee nel ben più turbolento quadrante orientale del Mediterraneo, dove la Turchia è sempre più arrembante. 

Il parlamento italiano ha inoltre approvato lo scorso 5 novembre una proposta di legge per l’”Istituzione di una zona economica esclusiva oltre il limite esterno del mare territoriale”, presupposto giuridico necessario per trasformare in realtà l’accordo trovato con Atene e quello in dirittura d’arrivo con Zagabria con mappe, delle Zee che riguardano l’Italia e gli altri Stati rivieraschi del Mediterraneo occidentale.  

Nel 2018 l’Algeria aveva istituito unilateralmente una propria Zee, che in parte si sovrapporrebbe alla Zona di protezione ecologica dichiarata dall’Italia nel 2006, nell’area a sud-ovest della Sardegna, e a quella spagnola, che include l’arcipelago delle Baleari. Roma e Madrid avevano subito protestato contro l’iniziativa algerina. Algeri si è detta disponibile a negoziare e la questione, oggetto di alcune interrogazioni parlamentari sta venendo risolta per via diplomatica. 

Italia-Croazia, Turchia-Libia, Algeria, Grecia, Spagna: negli ultimi anni un numero crescente di Stati ha partecipato alla spartizione di acque rimaste per decenni a libero accesso. La corsa alla regionalizzazione del bacino mediterraneo è un trend evidente. Gli addetti ai lavori non hanno un giudizio unanime su questa prassi. 

Da un lato, rivendicare la proprietà esclusiva di uno spicchio di mare è una mossa sovranista che prefigura possibili tensioni con gli Stati vicini, ma dall’altro la dichiarazione di una Zee potrebbe anche essere benefica per gli Stati più poveri, che sottraggono così una loro risorsa dallo sfruttamento dei vicini più influenti, e per l’ambiente. Gli Stati che ottengono una Zee sono infatti diretti responsabili della preservazione e della tutela del suo ecosistema marino. 

In ottica italiana l’esser riusciti a risolvere una pendenza stipulando una soluzione diplomatica conforme al proprio interessa nazionale è comunque un discreto successo. Segnala una presa di consapevolezza che ne potrebbe rilanciare il ruolo nel fu Mare nostrum, da decenni rimasto ai margini delle ondivaghe tattiche di politica estera elaborate dal Belpaese. 

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