Grandi ribelliImmaginare Jane Austen che intervista Louisa May Alcott

Il sogno di una fedele lettrice: l’autrice di Orgoglio e pregiudizio che fa le domande a quella di Piccole donne. La loro vita è stata avventurosa e, per entrambe, solitaria. A differenza delle loro eroine, non si sposarono mai. E già questo fu uno strappo notevole dalle convenzioni dell’epoca

Joaquín Sorolla y Bastida

Da fedele lettrice di entrambe, avrei un sogno, questa perversione: è appena uscito il suo libro per ragazzi, e alla ormai venerata Jane Austen chiedono di intervistare la giovane scrittrice Louisa May Alcott.

Il fatto che all’epoca non esistessero le interviste e che già da anni Austen fosse stata colta da una morte precoce non è incongruenza su cui ribattere, il punto è un altro, le affinità delle due, la concordanza degli umori, dell’ardire, lo scompiglio che entrambe impongono agli stilemi.

Se la madre di “Orgoglio e pregiudizio” chiedesse alla trentaseienne Alcott, già autrice di diversi testi, una raccolta di racconti e il romanzo “Mutevoli umori”, quale regola segui quando scrivi? Conosco la risposta e so che troverebbe d’accordo chi la intervista. Questa: segui ciò che sai.

È quanto fa Alcott con il primo volume della saga “Piccole donne”, i cui personaggi sono ispirati alla vita reale, «alla quale si deve qualunque merito essi abbiano», primo fra tutti quello di conoscere il disincanto senza restare travolti dal cinismo, crescere nelle contraddizioni del proprio tempo evitando di starsi a lagnare e coltivando, al posto delle alzate di testa, l’arte del compromesso, in un perimetro di misura che rende giustizia alla relatività dei fatti, della morale, dei sentimenti.

Ed è quanto consiglia Austen a sua nipote non appena si cimenta nella stesura di un libro: aggrappati a ciò che sai, «lì saprai muoverti a tuo agio» – che più o meno per Austen significa prendere una giovane donna della campagna inglese e farla innamorare dell’uomo sbagliato.

Entrambe, poi, si identificano con i loro personaggi più riusciti. La protagonista di “Orgoglio e pregiudizio”, Elizabeth Bennet, così giovane e sfacciata, irriverente, fresca, spiccia, ironica, sognatrice, una che potrebbe finire molto male, è l’alter ego di una Austen appena ventenne, come lei stessa la definì: «La creatura più deliziosa mai apparsa a stampa».

Alcott, da parte sua, nel rivolgersi alla critica letteraria Maria Henriëtte Koorders-Boeke, confessa: «Buona parte di “Piccole donne” è la descrizione della vita che noi sorelle abbiamo condotto nella realtà. Io sono Jo».

E ancora, c’è per entrambe la questione dell’intraprendenza femminile. Quanto Lizzie tanto Jo fanno di testa loro, non ascoltano nessuno, ognuna a suo modo sfida i limiti di una società sciocca e maschilista e, nel seguire la bussola del proprio intuito, non importa che sia quasi sempre difettosa, rischia moltissimo. Ma coincidenza più grande è quella del proprio destino di donna, il fatto di essere rimaste sole, dentro un vuoto da colmare attraverso la luce di un’ossessione: scrivere. Per accordarsi alla propria natura. Fare soldi. Rinascere nell’orgoglio di un desiderio.

La collana “I pacchetti” di Orma editore, libricini agili coi carteggi di grandi scrittori, aveva già accolto “Niente donne perfette, per favore”, la raccolta di lettere che Jane Austen scrisse a familiari, amici e soprattutto a Cassandra, sua sorella. Per la stessa collana a fine gennaio è prevista l’uscita di “Lettere dall’autrice delle sorelle March. Le nostre teste audaci”, a cura di Elena Vozzi.

Attraverso i suoi carteggi, Louisa May Alcott prende forma, è una donna che nella vita ha scritto, insegnato, fatto la domestica, diretto un giornale, e ha seguito l’esercito al fronte lavorando in un ospedale di Washington come infermiera.

Si è presa cura di almeno una quarantina di soldati prima di ammalarsi e quasi rimetterci la pelle, e da allora non si è mai ristabilita del tutto. Ma: «Non rimpiango nulla perché si è trattato di una di quelle lezioni che mettono alla prova le capacità di una persona e ne arricchiscono la vita».

D’altronde, una donna che sceglie di essere scrittrice professionista nell’America della metà del XIX secolo, il coraggio deve pur conoscerlo. E ambiziosa quanto lei è la sua eroina per eccellenza, Jo March, esempio di ostinazione e tenacia per scrittrici come Simone de Beauvoir e rocker come Patti Smith che da piccola, dopo aver letto “Piccole donne”, come Jo crea e racconta storie ai suoi fratelli.

Al parente che consigliava a Alcott di lasciar perdere la scrittura e, come segno di buona disposizione, forniva una somma per fondare un istituto scolastico e insegnare, raggiunto il successo, Alcott riconsegna i dollari che ha ricevuto con una nota: «Mi ha detto gentilmente che avrei potuto restituirglieli quando fossi stata “ricca sfondata”. Poiché inaspettatamente il miracolo è avvenuto, desidero tener fede alla mia parte dell’accordo».

Impertinente, sfacciata, beffarda, una femminista? Ne ha tutto il nerbo, soprattutto una donna che ha capito prima del resto, questo: i soldi non renderanno felici ma sono strumenti di libertà – confessa: «il denaro è sempre una tentazione per la mia mente venale».

Invecchia senza un marito, Alcott, come fa Austen, a differenza di quanto succede alle loro eroine, e non c’è lettrice che non abbia vissuto il cambiamento di Jo, l’impudente e riottoso maschiaccio di “Piccole donne”, nel secondo capitolo della saga, “Piccole donne crescono”, come un tradimento.

Scendere a compromessi con la vita, innamorarsi di un uomo incapace di fascino come il professor Baer e decidere di trascorrere la vita insieme a lui, equivale a rimettere tutto dentro i ranghi. Accoglie lo stesso destino Lizzie Bennet. In questo le due scrittrici sono vere moraliste, ma non perché si facciano eredi del puritanesimo, anzi, non voler rinunciare alla complessità della vita, accettare che sia indecifrabile, e mettere in luce le maglie di quel potere che si stringe attorno alla libertà dell’individuo, soprattutto se sei donna, permette loro di costruire un mondo in cui fioriscono vere consapevolezze. Primo: essere disposti a smentire se stessi. I sogni, le ambizioni, molte delle pretese iniziali.

Sia Austen che Alcott sono più ribelli delle proprie eroine o almeno, in cerca di un marchio di irreprensibilità dentro cui specchiarci, è questo che ci piace pensare.

Donne libere in un’epoca che di libertà ne concedeva poche, scelgono entrambe di non sposarsi. «Qualsiasi cosa è preferibile o più tollerabile dello sposarsi senza affetto», scrive Austen a sua nipote, e non certo senza un tocco di malinconia per quel destino che alla stessa imprudenza di Lizzie non ha fatto corrispondere il trofeo di un principe azzurro come Darcy.

L’unica sua storia d’amore non era finita per nulla bene e anche in questo le due si somigliano. I biografi di Louisa May Alcott scrivono di lei che nutriva dei sentimenti per Henry David Thoreau, il filosofo della disobbedienza civile, parte dello stesso circolo trascendentalista di suo padre, e tuttavia Thoreau morì giovane.

Il film “Becoming Jane”, diretto da Julian Jarrold, in un gioco di rimandi fra elementi biografici, stralci delle lettere e battute prese in prestito dai suoi romanzi, si concentra sull’unica esperienza d’amore di Jane Austen e la ritrae come una donna sconvenientemente libera.

C’è una scena in cui Jane con lo sguardo fisso, dentro cui in cui si legge tutta l’angoscia per un sentimento senza speranze, dice: «I miei personaggi dopo una serie di peripezie hanno ciò che desiderano».

Sembra di sentire Alcott che, sommersa dalle difficoltà economiche (in un momento di sconforto, medita perfino il suicidio), appunta: «Ho avuto molti guai, perciò scrivo storie allegre».

Questa è ciò che chiamiamo realtà, e questa sono io che provo a sfuggirle quanto posso, io che mi arrabatto contro le fregature, smusso, accolgo, concedo, provo, riprovo.

Scrivere per mantenere un possesso, insomma, ed esercitare un controllo, seppure minimo. Non a caso a suo padre, Louisa May Alcott giura: «Userò la mia testa come un ariete da guerra e mi farò strada nella mischia di questo pazzo mondo».

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