Psicoterapia fisicaLa cura per i mali del nostro tempo passa per il recupero del corpo

Nel suo “Un attimo prima di cadere” (Raffaello Cortina editore), lo psichiatra Giancarlo Dimaggio racconta la storia della sua salvezza personale dal dolore del lutto, ma anche dell’evoluzione del suo campo di studi. E a Linkiesta spiega i danni provocati dall’aver rinunciato alla fisicità in nome del digitale

James Coleman, da Unsplash

È la storia di una scoperta o, meglio, di una riscoperta. È anche il racconto di un lutto e del cammino per superarlo, una vicenda di ricerche e di avanzamento scientifico. Il romanzo-saggio di dello psichiatra e psicoterapeuta Giancarlo Dimaggio “Un attimo prima di cadere”(Raffaello Cortina editore) è tutto questo, ma soprattutto, è la narrazione di come il corpo sia stato recuperato e ricompreso all’interno della pratica della psicoterapia scientifica.

«Quest’ultima parola è importante». Esistevano (ed esistono tuttora) orientamenti che il corpo lo considerano eccome, come quello della «Gestalt, la bioenergetica, l’analisi reichiana», tutti approcci bizzarri, teorie capaci «di spiegare l’origine dell’universo come la cosmogonia del Signore degli Anelli». Qui è diverso: il racconto segue gli snodi con cui il corpo, con una certa fatica, si fa largo in un universo dominato da psicoanalisti (in diminuzione) e cognitivisti (in crescita), con in mezzo qualche ipnotista, gestaltiano e comportamentalista.

Un arco che comprende l’arrivo della mindfulness (vista con supponenza da tanti, autore compreso), manca l’appuntamento con la terapia dialettico-comportamentale ma che cede all’arrivo, della terapia sensomotoria. Una novità che irrompe nel quadro, sempre più frastagliato, del cognitivismo dominante. E comincia a farsi strada. «Ripara un’antica rimozione della storia della psicoterapia», che aveva scelto di puntare sulla parola, soprattutto in assenza di un «razionale scientifico in grado di rappresentare e spiegare il modo in cui una persona si muove e occupa lo spazio». Ci si limita alla parola e al dialogo, declinato secondo le diverse forme e gli orientamenti.

Ma ora «gli strumenti scientifici li abbiamo» e vanno usati. Il corpo diventa allora protagonista del percorso terapeutico: «Lo fa con il movimento, con il coinvolgimento del fisico nello spazio. Si attivano reazioni specifiche, a livello chimico e muscolare, che rendono più efficace l’introspezione e aiutano ad acquisire nuove consapevolezze».

Ad esempio: «Poniamo il caso ipotetico di un paziente con un pessimo rapporto con il padre. Con un approccio tradizionale il terapeuta cerca di guidarlo verso un confronto, immaginario, con la persona. Lo invita a immaginarlo davanti a sé e a simulare la propria reazione». L’approccio innovativo invece «mette in scena tutto questo. Il paziente non immagina più, ma lo vive. Si alza in piedi, si stende sulle gambe, alza le spalle, parla davvero».

C’è differenza? «Certo. Il solo linguaggio è limitato. Il corpo porta con sé un patrimonio di automatismi (spalle abbassate, voce bassa, capo chino) che si rivelano in posture abituali». Il confronto con il proprio tormento, in sostanza, non può essere solo mentale. «Mentre non è necessario che al confronto simulato segua un confronto reale. Quello che conta per il terapeuta non è la soluzione o lo sviluppo del conflitto nella realtà, ma il distacco del paziente nei confronti della propria ossessione, il scioglimento del legame ossessivo nei confronti di una posizione emotiva dolorosa».

La dimensione corporea, insomma, è tornata. O meglio, è ricompresa nella terapia, «mentre nel mondo di oggi assistiamo a una sorta di disincarnazione». È il digitale, che sostituendosi al cosiddetto mondo reale provoca una «dis-incarnazione», comprimendo la dimensione fisica e favorendo una «sensazione di onnipotenza data dalla liberazione dal corpo. Perché, non dimentichiamolo, è limite, confine, elemento di realtà».

A questa assenza di riscontro, dovuta alla corrispondente assenza del mondo fisico, si accompagna anche «la facilità di processi di aggregazione che sfuggono al controllo sociale» e che possono sfociare anche in manifestazioni violente e disordinate, come «la follia dell’irruzione al Congresso». Ma è solo una delle tante possibilità.

«Il corpo detta limiti e, così facendo, impone una disciplina». È l’educazione obbligatoria imposta dall’esercizio, dall’allenamento, «da tutta quella fatica che porta, a provare, sbagliare, correggere». Senza, inizia il distacco dalla realtà». È vero che con la rete «adesso è possibile anche comunicare in tempo reale con un aborigeno. Ma serve? Qui cade bene la frase di Corrado Guzzanti di qualche anno fa: “E che c’avemo da disse?”», a ricordare che, nonostante si cerchi di ignorarlo, la nostra vita è fatta anche e soprattutto da ciò che ci circonda.

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