Linkiesta ForecastI nostri oceani, il nostro futuro

La diffusione del virus e le sue conseguenze sociali ed economiche hanno portato a una sensibile riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ma nel 2021 dobbiamo cominciare a intraprendere i passi radicali necessari per proteggere il nostro ecosistema, naturalmente affidandoci alla scienza e al potere dell’ingegno umano

david-clode, Unsplash

Senza oceano, non c’è vita. Essendo io un Cousteau, questo messaggio ce l’ho praticamente inscritto nel mio Dna. È un messaggio che ho cercato di condividere con il mondo negli anni che ho passato come portavoce della causa ambientalista. Purtroppo, visto il pessimo stato in cui versano oggi i nostri oceani è chiaro che il messaggio non ha raggiunto molte persone. Ora che riflettiamo sul 2020 – uno degli anni più difficili che si ricordi, sia dal punto di vista sociale che scientifico –  e cerchiamo nuove strade per andare avanti, diventa fondamentale che tutti capiscano questo semplice fatto: senza un oceano in salute non avremo un futuro in salute. Molti di noi conoscono, per averle vissute, la bellezza e la magia degli oceani. Eppure è molto meno compreso quanto essi siano legati alla nostra vita quotidiana: è l’oceano che ci dà l’ossigeno che respiriamo e che nutre i raccolti che mangiamo.

Ho accettato la sfida (e il privilegio) di passare 31 giorni ininterrotti in un habitat subacqueo, esperienza che mi ha regalato una prospettiva unica per cogliere il valore intrinseco dell’oceano come sistema di supporto fondamentale alla vita. A essere sinceri, per parafrasare Arthur C. Clarke, sarebbe più appropriato chiamare il nostro pianeta Oceano, non Terra. Senza l’acqua, la Terra sarebbe soltanto uno dei miliardi di granelli di pietra che vagano nel vuoto nero come inchiostro dello spazio.

Come facciamo a cambiare la nostra visione dell’Oceano e a comprendere il suo legame con il pianeta? Si può cominciare, ad esempio, studiando la lezione del 2020. Il Coronavirus ha provocato grandi sofferenze e tragedie, ma ha anche portato alla luce alcune delle strutture invisibili alla base della nostra vita di tutti i giorni, dall’ingiustizia razziale alle estreme disparità nella distribuzione della ricchezza, tutte cose che gravano sulle nostre comunità. Si tratta di realtà che per alcuni sono sempre state evidenti, ma a molti di noi è stato necessario, per aprire gli occhi, il cambiamento epocale provocato dal Coronavirus.

La pandemia è servita anche a ricordarci la bellezza della natura. Quando a primavera il Covid-19 si era diffuso in tutto il pianeta, obbligando un Paese dopo l’altro a mettere in atto rigide misure di lockdown, abbiamo visto il mondo della natura tornare ad affermarsi in poco tempo. I canali fangosi di Venezia sono diventati più limpidi. Lo smog sulle colline di Hollywood si è dissipato. Le automobili sono scomparse dalle strade e tutto ciò ha portato a un crollo significativo, anche se temporaneo, delle emissioni di anidride carbonica. Tutti questi sviluppi erano incoraggianti, suggerivano che era possibile un cambiamento imponente e che, dopo tutto, ci fosse speranza per un futuro più verde.

Eppure, con il protrarsi della pandemia, è esploso anche il consumo di plastica. Le borse della spesa e i guanti in lattice hanno cominciato a riempire i nostri cestini della spazzatura. Le mascherine hanno preso a scivolare nei canali di scolo delle strade e a finire nei corsi d’acqua, rivelandosi un potenziale pericolo per la vita marina. Che lo comprendiamo o meno, i rifiuti di plastica stanno soffocando la vita del nostro ecosistema.

L’inquinamento ambientale e la pandemia condividono un tratto inquietante: i meccanismi e i processi che li muovono sono in gran parte invisibili all’occhio umano. Non vediamo i residui delle microplastiche, anzi li ingeriamo quando mangiamo cibo proveniente dal mare, così come non riusciamo a vedere i droplet emessi durante la respirazione, quelli che trasportano il Coronavirus passando di persona in persona. Questo contribuisce a rendere le due minacce all’apparenza insuperabili.

Ma non siamo soli in questa battaglia. Nessuno di noi è naturalmente immune al virus, o agli effetti dell’inquinamento e del cambiamento climatico. E se agiamo in modo collettivo possiamo creare un vero cambiamento.

Le azioni di ogni giorno, all’apparenza piccole, possono aiutarci a combattere sia il virus che l’inquinamento. Per esempio, indossare una mascherina lavabile e riutilizzabile è un buon modo per proteggere la salute di chi ti sta vicino e, al tempo stesso, assicurarsi che meno plastica vada a finire nell’oceano. Per proteggere ancora di più fiumi e canali, dovremmo evitare di comprare beni di consumo avvolti nella plastica, azione che a sua volta ridurrà la domanda per questi prodotti.

Viviamo in un sistema a circuito chiuso. Non possiamo davvero buttare “via” le cose. La plastica che lasciamo nella spazzatura finisce spesso nei corpi di animali marini. e poi trova la strada che la riporta in mezzo a noi.

Come mio nonno Jacques-Yves Cousteau, sono convinto che noi proteggiamo ciò che amiamo e amiamo ciò che capiamo. Siamo in grado di dare una stima della grandezza della crisi del Coronavirus e di quella climatica soltanto se impariamo le lezioni della scienza, compresa una verità sgradevole: se aspettiamo troppo, ci dobbiamo aspettare nuove devastazioni. Dobbiamo capire che stare dalla parte della natura significa stare dalla parte dell’umanità.

Ora più che mai ci serve speranza. Ma non dobbiamo limitarci ad aspettarla: dobbiamo crearla.

Il mio modo per andare incontro a un futuro più aperto alla speranza – e contribuire agli sforzi di chi cerca soluzioni agli incalzanti problemi con cui ci confrontiamo – è la creazione di Proteo, un nuovo habitat subacqueo, che è anche la più avanzata stazione di ricerca del mondo sott’acqua. Il primo elemento di quello che diventerà un network si troverà nel mare dei Caraibi, a circa 18 metri sotto la superficie, al largo dell’isola di Curaçao. Sarà, in sostanza, una sorta di stazione spaziale per l’esplorazione degli oceani, che permetterà a scienziati e osservatori da tutto il mondo di vivere sottacqua senza sosta per settimane o, potenzialmente, mesi.

In quel periodo studieranno (e risolveranno) i misteri degli oceani. È un mondo, quello subacqueo, di cui finora abbiamo esplorato solo il 5 per cento. C’è una necessità urgente – e una opportunità ideale – di comprendere meglio come questi influiscano sul cambiamento climatico e cosa possano insegnarci sull’energia pulita e la sostenibilità alimentare.

E, certo, c’è anche la loro spettacolare biodiversità. Quali possibili svolte per la medicina potranno derivare dalla scoperta di nuove specie, per esempio?

Il primo habitat Proteus, il cui completamento è programmato per il 2023, comprenderà anche uno studio di produzione video, per permettere a milioni di persone in tutto il mondo di vivere le meraviglie della vita subacquea. Attraverso questo programma saranno sempre di più coloro che comprenderanno il potere del nostro semplice messaggio: senza oceano, non c’è vita.

Ogni giorno che passa senza nuove soluzioni alla crisi climatica ci avvicina al momento in cui altre specie animali moriranno a causa delle devastazioni scatenate da un pianeta che si surriscalda. Il cambiamento climatico non rallenterà solo per permettere alle nostre priorità di recuperare terreno.

Però mantengo la speranza. Una stazione di ricerca come Proteo è essenziale per la protezione delle nostre acque e per assicurarci il futuro. Credo che l’ambiente marino contenga, perché no?, combinazioni naturali che potrebbero aiutarci ad affrontare questa pandemia, o la prossima.

Nella storia, nei momenti di massima crisi, l’umanità si è ritrovata per condividere le idee, mettere in piedi soluzioni radicali e cercare nuovi modi per sopravvivere. Ora è il momento di intraprendere azioni simili. Se guardiamo al 2021, e anche oltre, dobbiamo intraprendere i passi necessari per proteggere i nostri oceani, affidandoci alla scienza e al potere dell’ingegno umano. Le nostre vite dipendono da questo.

 

©️ 2020 The New York Times Company & Fabien Cousteau


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