La svolta green di BidenCosa succederà quando gli Stati Uniti rientreranno nell’accordo di Parigi sul clima

Il presidente eletto ha un piano ambizioso per convertire l’economia statunitense, ma dovrà fare i conti con le inevitabili lungaggini legislative e una opinione pubblica divisa dai quattro anni di Donald Trump

LaPresse

Il presidente eletto Joe Biden ha promesso di far rientrare gli Stati Uniti nell’accordo sul clima di Parigi non appena arriverà alla Casa Bianca. Una scelta che riporta gli Stati Uniti nel ruolo che meritano: leader nella lotta contro i cambiamenti climatici e rende un incidente della storia l’uscita Washington dal patto climatico lo scorso novembre 2020.

Gli Stati Uniti sono il secondo emettitore mondiale di anidride carbonica, dopo la Cina. Ogni anno inquina l’atmosfera con circa 5,5 Gt di CO2: ovvero il 14% delle emissioni globali, circa il doppio di tutta l’Unione europea (circa il 7%). Durante la presidenza di Barack Obama, che aveva sottoscritto l’accordo nel 2015, Washington si era impegnata a ridurre entro il 2025 le emissioni del 26-28% rispetto ai livelli del 2005. Secondo uno studio del gruppo Rhodium, se Trump fosse stato rieletto le emissioni del Paese sarebbero potute aumentare di oltre il 30% nel 2035 rispetto ai livelli dell’anno scorso.

Pericolo scampato, quindi. Anche se per il presidente eletto non sarà facile rendere efficace la sua nuova agenda ambientale. Ribaltare le politiche del presidente uscente, rimuovere le regolamentazioni esistenti e introdurne delle nuove entro i primi 100 giorni di mandato, nonostante il controllo democratico di entrambi i rami del Congresso, necessita di un processo legislativo lungo e complesso.

Nel dettaglio, se come dice Biden Washington si unirà nuovamente all’accordo di Parigi il primo giorno della sua presidenza: dal momento dell’ufficialità gli Stati Uniti avranno 30 giorni per presentare i Nationally Determined Contributions (NDC) o “Contributi Nazionali Determinati”. Si tratta degli obiettivi climatici che gli Stati aderenti al patto si sono dati in maniera autonoma e volontaria per contribuire a ridurre le emissioni di carbonio e mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi Celsius. Solo in quel momento avremo a disposizione, nero su bianco, gli obiettivi concreti della presidenza Biden in tema ambientale.

Durante la campagna elettorale il presidente eletto ha promesso un piano di 2 mila miliardi di dollari per promuovere forme di energia pulita e per costruire 500 mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici, o ancora per costruire nuove case ad alta efficienza energetica. Oltre al rientro nell’Accordo di Parigi, Joe Biden ha assicurato, sempre in campagna elettorale, di organizzare un importante summit con i dirigenti delle industrie più inquinanti del Paese. Obiettivo: convincerli a diminuire le proprie emissioni di gas a effetto serra. Nel suo programma Biden prevede ha promesso anche di guidare gli Stati Uniti verso una produzione di energia al 100% da fonti pulite. E di raggiungere la carbon neutrality (l’azzeramento delle emissioni nette di CO2) entro il 2050, lo stesso obiettivo della Commissione europea.

Per capire la forza del piano green di Biden, pertanto, bisognerà aspettare non soltanto i primi 100 giorni del suo mandato, ma anche vedere come gli Stati Uniti si presenteranno alla COP-26 (Climate Change Conference), organizzata dal Regno Unito in collaborazione con l’Italia e che si terrà a Glasgow in Scozia nel novembre di quest’anno.

Non solo: questi progetti ambiziosi che necessiteranno però di tempo e studi per essere affinati e poi approvati, anche in vista della profonda discordanza d’opinioni che divide il popolo americano.

Trump tra il 2016 e il 2020 ha ridotto drasticamente l’estensione di numerose aree protette e ha affossato il Clean Power Plan di Barack Obama, che puntava a diminuire le emissioni di CO2 degli Stati Uniti del 32 per cento, entro il 2030, rispetto ai livelli del 2005. Il presidente uscente ha scelto dapprima un aperto sostenitore delle fonti fossili alla direzione dell’EPA (l’Agenzia per la protezione dell’ambiente americana), Scott Pruitt. Mentre, dal 2018, Andrew R. Wheeler, ex lobbista pro-carbone, ha poi rilanciato le esplorazioni minerarie e sostenuto proprio la filiera del carbone, alleggerendo ulteriormente le norme ambientali per i costruttori di automobili.

Queste misure hanno portato consensi e approvazione per Trump sopratutto nella sfera industriale del Paese, ma anche aspre critiche da parte di grandi investitori, che hanno da subito ritenuto la decisione del presidente uscente un passo falso. Si tratta di gruppi che rappresentano investitori europei e statunitensi, con enormi patrimoni collettivi, che già a novembre hanno esortato Washington a invertire la rotta per non rimanere indietro nella corsa tecnologica e ambientale per costruire un’economia globale più pulita.

Il riferimento era soprattutto alle tecnologie ad alta efficienza energetica, uno dei principali motori dello sviluppo dei prossimi decenni, un aspetto presente invece nel programma di Biden che punterà sulla conversione tecnologica prima che ambientale dell’industria statunitense, senza però voltare del tutto le spalle alle piccole e grandi aziende non ancora pronte alla completa svolta green. Durante la campagna elettorale, Biden ha ribadito che non avrebbe vietato il fracking, una tecnologia per estrarre il petrolio, nota anche come fratturazione idraulica, anche se diventerà una pratica sempre più costosa, aumentando a 5 o 6 dollari al barile.

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