Il buio dell’avvenirePerché non è rimasto più nulla del Partito Comunista Italiano

Nonostante le illusioni, l’identità si è erosa nel tempo e sembra perduta per sempre. Come spiega Fabrizio Rondolino in “Il nostro PCI” (Rizzoli), una favolosa storia per immagini del Partito, l’unico contrassegno rimasto sembra essere la sconfitta, trasformata addirittura in un’ideologia autoconsolatoria e, per sua stessa natura, minoritaria

LaPresse Torino/Archivio storico

Del PCI, del grande partito nazionale di Gramsci e di Togliatti, onestamente mi pare sia rimasto ben poco. L’elenco di ciò che oggi manca, nella sinistra e più in generale nella politica italiana, è piuttosto desolante: il radicamento di massa, capillare, nei quartieri, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, e dunque la partecipazione collettiva alla discussione, l’appartenenza, la condivisione; la militanza volontaria, il gusto dell’incontro con la gente in carne e ossa, la passione per il confronto; un’organizzazione ramificata ed efficiente, che consente al vertice di raggiungere agevolmente la base, e alla base di farsi sentire dai vertici; lo studio della storia, «matrice – diceva Togliatti – di tutto ciò che gli uomini sanno e possono sapere», e la conoscenza approfondita delle condizioni reali di vita, della struttura sociale, dei flussi di opinione; la capacità non soltanto di produrre cultura e di dialogare con il meglio dell’intelligenza nazionale, ma anche, e soprattutto, di costruire un’egemonia – oggi diremmo di condizionare l’immaginario collettivo – e di tradurla in consenso; la vocazione all’accordo, alla mediazione, al compromesso come unica chiave possibile per ottenere risultati concreti; il rispetto profondo per gli umili e, al tempo stesso, la convinzione condivisa che il popolo vada educato, formato e diretto, e non certo seguito o subìto; e infine, e soprattutto, la capacità di coltivare una visione complessiva dello scenario in cui ci si muove, di bilanciare il vantaggio della propria parte con l’aspirazione a rappresentare la società intera, e insomma l’ambizione di parlare ogni volta del Paese al Paese.

Tutte queste qualità, naturalmente, non hanno impedito al PCI di commettere errori clamorosi, di accumulare difetti imperdonabili, e infine di relegarsi di fatto ai margini della politica italiana molto prima dell’esplosione del mondo sovietico.

È sulla modernità che il PCI – partito moderno per nascita – arranca sempre più, almeno dal Sessantotto in poi, e infine si schianta sullo scoglio craxiano: che è, precisamente, lo scoglio della modernità. Berlinguer imbocca risolutamente la strada opposta, ma voltando le spalle al futuro di fatto le volta anche al presente, e condanna così il PCI all’impotenza e dunque anche all’inutilità. Col senno di poi, e mi fa un po’ fatica dirlo, i socialisti non avevano ragione soltanto nel 1921, ma anche nel 1984.

Ecco: se c’è un’eredità comunista nella politica italiana di oggi, è quella del secondo Berlinguer, del Berlinguer che brandisce la “diversità” come arma finale, insieme identitaria e contundente.

L’ondata di qualunquismo, di populismo, di giustizialismo – parole che indicano un unico fenomeno: l’abdicazione della politica, la sua rinuncia alle ragioni per cui è nata: educare il popolo, trovare un accordo con l’avversario – è la figlia illegittima e snaturata della predicazione berlingueriana sulla “questione morale”.

È curioso che il partito di Togliatti abbia lasciato in eredità al Paese la parte in assoluto meno togliattiana della sua storia. «Il PCI è sul monte Sinai e guarda la sconcezza degli altri partiti nella valle», disse Nilde Iotti in un’animata riunione di Direzione all’indomani dell’intervista di Berlinguer a Scalfari sulla “questione morale” : e proprio sulla “sconcezza dei partiti” i peggiori partiti di questi anni hanno costruito le proprie fortune.

Quanto alla sinistra, nessuno saprebbe definirne oggi con precisione l’identità, la cultura politica, i capisaldi programmatici, la visione del mondo: si oscilla, si litiga, si naviga a vista.

Sembra che la sconfitta sia oramai l’unico contrassegno identitario rimasto, trasformato nel tempo addirittura in un’ideologia autoconsolatoria e, per sua stessa natura, profondamente minoritaria. Ma la sinistra era il contrario esatto della sconfitta. Il movimento operaio organizzato si è sempre posto l’obiettivo di vincere, anche e soprattutto quando perdeva una battaglia o uno sciopero o un’elezione. A che sarebbe servito, altrimenti?

Ma è andata così, e non c’è molto da dire né da fare. Come una stella che è esplosa lontana, il PCI continua ancora a brillare nel cuore, più che nella mente, di milioni di italiani. Sebbene al cuore non si possa comandare, è tuttavia vero che quella stella non c’è più.

da “Il nostro PCI: 1921-1991. Un racconto per immagini”, di Fabrizio Rondolino, Rizzoli, 2021, pp. 448, euro 23

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