CertezzeQualunque governo esca dalla lotteria della crisi, il Pd ci sarà

Caso raro di partito la cui permanenza al governo, dalla sua fondazione nel 2007 a oggi, non sembra avere alcun rapporto con il numero di voti raccolti (se non proprio inversamente proporzionale)

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In queste ore difficili, in cui commentatori e retroscenisti faticano a decifrare i possibili esiti di una crisi di governo apparentemente inevitabile, la lettura dei giornali ci offre almeno due certezze.

La prima è che non si tornerà a votare a breve. La seconda – conseguenza della prima, aggiungerebbero i maligni, cioè io – è che il Pd resterà al governo, quali che siano la formula, la composizione, il programma e il presidente del Consiglio.

E questa, delle due, è la certezza più radicale, se non altro perché la prima si fonda su una serie di solide ragioni, come l’assurdità di una campagna elettorale e di un voto quando verosimilmente saremo nel pieno della terza ondata dell’epidemia, che tuttavia possono essere contraddette (ed effettivamente non manca nel dibattito chi le contraddica, sebbene sempre meno e con sempre minore convinzione); mentre la seconda considerazione, il fatto cioè che il Pd resterà comunque al governo, è data da tutti generalmente per scontata. Potrebbe uscirne Italia viva, casomai si andasse a un governo Conte col sostegno di un gruppo di «responsabili», o potrebbe invece uscirne il Movimento Cinque Stelle, qualora si andasse invece a un governo di unità nazionale. La fantasia degli scenaristi non conosce confini: dal governo di centrodestra guidato da Matteo Renzi al governo Draghi sostenuto da Lega, Forza Italia, Italia viva, Leu e Pd, con Cinquestelle e Fratelli d’Italia all’opposizione, passando per tutte le altre possibili combinazioni, tranne una. Che il Pd decida di restare fuori dal governo, da qualunque governo fuoriesca da una simile giostra, a nessuno è venuto in mente nemmeno di ipotizzarlo.

Il motivo è semplice. Dalla sua fondazione nel 2007 a oggi, alle elezioni politiche il Partito democratico ha raccolto via via consensi sempre minori: 33,1 per cento nel 2008; 25,4 nel 2013; 18,7 nel 2018. A questa inesorabile discesa nei consensi, ha fatto paradossalmente riscontro una crescente presenza al governo, dentro maggioranze sempre più variopinte: un anno e mezzo nella maggioranza larghissima a sostegno del governo Monti alla fine della legislatura 2008-2013, cinque anni pieni nella successiva (iniziata con un accordo di larghe intese simile al precedente e proseguita con il bizzarro equilibrio di una maggioranza di centrosinistra che comprendeva un piccolissimo partito chiamato Nuovo centrodestra) e anche oggi, dopo una defaillance di appena un anno, eccolo di nuovo là, saldamente insediato a Palazzo Chigi (sebbene, almeno per ora, non al vertice).

Questa capacità di riproiettarsi sempre al governo nelle più svariate combinazioni, a dispetto di consensi stagnanti o persino calanti, è però molto più antica. Ed è stata da sempre oggetto di infinite polemiche, sin dai tempi del famigerato ribaltone del dicembre 1994, quando il primo governo Berlusconi fu rovesciato da una complicata manovra parlamentare, dopo la fuoriuscita della Lega di Umberto Bossi, che in accordo con il Pds di Massimo D’Alema e il Ppi di Rocco Buttiglione avrebbe poi sostenuto per oltre un anno un governo tecnico guidato da Lamberto Dini (ministro del Tesoro nel governo precedente, al quale il Manifesto, al momento del voto di fiducia, nel gennaio del 1995, dedicò una significativa prima pagina dal titolo: «Baciare il rospo?»).

Inutile spiegare che anche allora, a giustificare la scelta di non andare a elezioni anticipate e di formare invece una maggioranza tra forze antitetiche che fino a un minuto prima si erano aspramente combattute, c’erano ragioni solidissime: la crisi finanziaria (adesso non ricordo di preciso quale, ma ce n’è sempre una più o meno in corso o comunque imminente), la necessità di riscrivere la legge elettorale (idem) e sicuramente molte altre non meno pressanti. C’era però soprattutto un riflesso destinato a diventare abitudine: l’idea che la vittoria degli altri non fosse mai una tappa fisiologica nella naturale alternanza di governo, ma sempre un pericolo per la democrazia, da scongiurare a ogni costo.

Naturalmente, ogni caso fa storia a sé e come tale andrebbe giudicato. E certo non avrebbe senso oggi, senza alcuna memoria della concreta situazione di allora, scandalizzarsi perché si sostituiva Silvio Berlusconi, il presidente del Consiglio più popolare d’Italia (in quel momento, e per molti anni a seguire) per le mire e le manovre di politici assai meno popolari (idem). Così come non mi ha mai convinto la teoria che un simile eccesso di «tatticismo» sarebbe la vera ragione per cui in Italia la sinistra non avrebbe mai vinto le elezioni. Intanto perché la sinistra le elezioni le ha vinte diverse volte, e la prima proprio alla tornata successiva, nel 1996 (anzitutto grazie alla divisione operata tra Lega e centrodestra, perché separatamente presero più voti che nel 1994), e poi perché, senza quella spregiudicata manovra parlamentare e senza la successiva vittoria elettorale, molte cose sarebbero andate diversamente, compreso – a dir poco – tempistica e modi del nostro ingresso nell’unione monetaria.

O forse no, forse anche questo è un alibi che a sinistra ci siamo raccontati per il solito vizio di far coincidere il bene del paese con le nostre personali preferenze: sinceramente non lo so più. Quello che so, o almeno credo di sapere con un ragionevole grado di certezza, è che un voto anticipato nel 2019, con il trionfo del centrodestra salviniano, avrebbe potuto compromettere la nostra permanenza nell’euro (persino più di quanto potrebbe fare un suo eventuale trionfo alle prossime elezioni, non foss’altro perché non c’è più Trump alla Casa Bianca). E quindi continuo a pensare che fosse giusto provare a evitare un simile esito anche con una spregiudicata manovra parlamentare.

E tuttavia è difficile allontanare il sospetto che gli audaci salvatori della patria ci abbiano preso gusto già da un po’. E che la ragione per cui agli elettori, ai militanti e forse persino ai dirigenti della sinistra nessuna vittoria sembri mai tale, nemmeno quando le elezioni le vincono davvero, sia proprio questa. L’idea cioè che non ci sia obiettivo, punto di principio o di programma che non sia fungibile, sacrificabile sull’altare della dura necessità di restare comunque al governo, come si è visto drammaticamente proprio dal bilancio del primo anno del secondo governo Conte. Tutto è lecito, pur di evitare la minaccia rappresentata dall’ascesa al governo degli avversari, compreso governare con la minaccia del giro precedente, tenendosi pure gran parte del loro minaccioso programma.

Siamo proprio sicuri che tra le cause di tante fiammate populiste, antipolitche e antidemocratiche che regolarmente percorrono l’elettorato italiano, per una curiosa eterogenesi dei fini, non ci sia anche questa curiosa abitudine dei democratici?

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