Happy daysNel nuovo libro di Joyce Carol Oates il passato è un luogo di esilio

Per punizione, la società distopica del futuro manda i ribelli in un campus del 1959. “Pericoli di un viaggio nel tempo” (La Nave di Teseo) parte da una premessa fantascientifica, ma si sviluppa come una disturbante indagine sulla coscienza e il senso di abbandono

Vincent Branciforti, Unsplash

Mary Ellen Enright guarda la macchina per scrivere con stupore. Non riesce a capacitarsi che i libri funzionino senza alimentazione. Non ha mai messo delle calze collante, rifugge dai bigodini e, nonostante frequenti un’università americana nel 1959, ha una vaghissima idea di cosa fosse il comunismo.

È normale, dal momento che non è di lì e viene da lontano. Per l’esattezza dal futuro, anno 23-SNAR (Stati del Nord America Rifondati), una entità statuale che riunisce Stati Uniti, Canada e Messico. E in quell’epoca si chiama Adriane Stohl.

La sua storia è raccontata in “Pericoli di un viaggio nel tempo”, (La Nave di Teseo) ultimo romanzo di Joyce Carol Oates pubblicato in Italia, in cui dipinge un futuro distopico che riesce a tracimare anche nel passato. Adriane Stohl, la protagonista, è una studentessa abbastanza intelligente, con il vizio di fare troppe domande.

Nel suo mondo, dominato da una guerra al terrore permanente e uno Stato che chiede fedeltà assoluta ed esercita un controllo totale (ci sono le caste, rigidissime, e le condizioni di ogni cittadino sono espresse con sigle burocratiche), questo è un problema.

Nel giro di poco la ragazza viene catturata (con il pretesto di una finta premiazione), imprigionata e sottoposta a interrogatori. Alla fine si decide di punirla con la pena più lieve: l’esilio. Adriane Stohl sarà una IE (individuo esiliato), che è sempre meglio che IC (individuo cancellato).

Ma il suo esilio non avviene in un altro spazio, bensì in un altro tempo. La famigerata Zona 9 altro non è che l’università di Wainscotia Fall, nel Winsconsin alla fine degli anni ’50. Adriane in testa ha un chip che le impedisce di ricordare con chiarezza cosa avviene nel futuro (che per lei è passato).

È, questo, in sostanza, il «pericolo» del viaggio nel tempo: essere scaraventati in un altrove sconosciuto, senza legami famigliari, senza protezione. Ellen/Adriane si accosta con sospetto alle nuove cose, i timori esplodono, le titubanze dominano ogni sua azione. Vorrebbe dire il suo nome (sa che non si può), vorrebbe stabilire una connessione reale con qualcuno.

È un esilio nel tempo o un esilio da se stessi? Si abbandona all’illusione di un amore – il professore ebreo Ira Wolfe – che considera più vicino perché (mezzo spoiler) anche lui è un esiliato dal futuro. E vuole piuttosto dedicarsi a esperimenti psicologici sul comportamentismo e capire le origini delle scelte, delle volontà, delle responsabilità. «Viviamo in un’epoca post-Olocausto, Adriane, anche se qui nessuno ha voglia di parlare dei campi di sterminio, della “soluzione finale” degli ebrei, degli esperimenti con gli esseri umani. O di Eichmann, l’uomo in apparenza comune che si limitava a “eseguire gli ordini”. Tutte cose che non vengono insegnate nei corsi di Storia, e se ne parla ancor meno. Gli Stati Uniti sono fondati sull’amnesia, sulla rimozione. La coscienza non riesce a stare al passo con le azioni. E io voglio indagare la coscienza dell’uomo e della donna comuni attraverso una serie di esperimenti che replichino, in miniatura, l’esperimento nazista. Perché il nazismo è stato un esperimento sociale unico nella storia umana».

Il confronto com’era/com’è è stato spesso impiegato per divertire (soprattutto al cinema), ma qui non c’è traccia di leggerezza. Il mondo di 23-SNAR è feroce, paranoico, anti-meritocratico. Chi non è allineato viene «cancellato» (nell’originale è deletion).

Al tempo stesso, anche il 1959 si dimostra paranoico, feroce e non meritocratico. E scomodo: «Evidentemente in questa epoca l’aria condizionata era rara. E con mio grande sconcerto e disgusto, l’aria che si respirava spesso era inquinata dal fumo delle sigarette. Ero allibita che le mie compagne di stanza fumassero! Dalla prima all’ultima. Come se non sapessero che il tabacco fa venire il cancro, o se ne fregassero».

Sono le uniche tracce di leggerezza in quello che è, al contrario, un romanzo disturbante. Non per le allusioni al mondo totalitario (a quale delle due realtà è più vicino il presente del lettore?), né per la fatica dell’adattamento alle abitudini del 1959.

La premessa di tutto è che il tempo è una entità politica. E muoversi al suo interno – tra le sue negazioni, le sue revisioni, le sue deviazioni – è sempre più complicato.